Allacciate le cinture

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Allacciate le cinture

Quando tutto sembrava tranquillo e in ordine, nella vita di Elena (Kasia Smutniak) arriva una vera e propria turbolenza: la passione improvvisa e corrisposta per Antonio (Francesco Arca).
Ma è una passione proibita. E per vari motivi: Elena da due anni sta insieme a Giorgio (Francesco Scianna); Antonio è il nuovo ragazzo della sua migliore amica (Carolina Crescentini); Elena non stima per niente Antonio, che è il suo opposto; e per finire Fabio (Filippo Scicchitano), il suo migliore amico, lo odia e lo detesta, anche perchè Antonio è particolarmente omofobo.
Ma l’attrazione tra i due esplode lo stesso anche a scapito di scompigliare le regole delle vite di tutti. 13 anni dopo, però, quando Elena, Antonio e Fabio sono ormai degli adulti e le loro vite si sono realizzate in matrimonio, figli e lavori gratificanti, una nuova turbolenza, molto più dura, metterà alla prova la vera natura dei loro sentimenti e dei loro legami.
Attraverso il dolore saranno costretti a ridefinire tutte le regole dell’amicizia e dell’amore. E allora non ci sarà più spazio per i pregiudizi, i rancori, il peso delle cose non dette. Così anche i turbamenti del passato saranno riletti alla luce del presente e ogni cosa riacquisterà il suo giusto peso: la leggerezza della passione ritroverà il suo spazio all’interno del senso globale di tutta una vita. (F. Ozpetek)

Questo film al box office

Settimana Posizione Incassi week end Media per sala
dal 3/04/2014 al 6/04/2014 14 € 81.239 € 1.097
dal 27/03/2014 al 30/03/2014 10 € 205.999 € 1.119
dal 20/03/2014 al 23/03/2014 4 € 633.000 € 1.808
dal 13/03/2014 al 16/03/2014 2 € 1.081.346 € 2.345
dal 6/03/2014 al 9/03/2014 2 € 1.565.204 € 3.780

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10 commenti

  1. Dopo il deludente “Magnifica presenza”, Ozpetek ritorna al suo sceneggiatore e al suo produttore e tira fuori finalmente un film nel suo primo stile “Fate ignoranti”. Colpisce la commistione del registro comico con quello drammatico, a volte mi è sembrato un po’ stridente. La trama è in sé molto semplice ed è narrata semplicemente (nonostante la trovata, peraltro non indispensabile dal punto di vista narrativo, della chiusura del cerchio finale). Incredibile Arca che recita (o perlomeno ci prova). Molto brava la Smutniak. Qualche eccesso in alcuni personaggi e situazioni un po’ troppo sopra le righe, all’Almodovar prima maniera. Una storia che nonostante tutto lascia dentro il senso di un qualcosa di doloroso. Bellissima colonna sonora. Bellissima “A mano a mano” sulle immagini finali.

  2. Concordo con daniele. L’interpretazione di Arca non mi è piaciuta. A dire il vero neanche il film. Solito copione trito del bel marito playboy, la moglie che passa sopra le corna, poi arriva la malattia e…Non dico altro per chi volesse vederlo. Temo che andando avanti con gli anni Ozpetek stia peggiorando, perdendo la verve dei primi film

  3. majortom

    E’ un melodramma, genere che non a tutti piace; però è ben fatto, si vede che dietro c’è un regista vero, non uno di quelli che dirige le fiction su Canale 5. La forza del film è la presenza dei personaggi secondari, come accade spesso con Ozpetek: Filippo Scicchitano (lui sì che è un attore), Carla Signoris, Elena Sofia Ricci, Luisa Ranieri, tutti questi attori costruiscono uno sfondo che rende realistica la storia dei due protagonisti, i quali si scambiano qualche sguardo fisso/intenso di troppo, per i miei gusti. Per tutti quelli che come me dividono barbaramente la carriera di Ozpetek in film riusciti (Le fate ignoranti, Saturno contro, Mine vaganti) da quelli decisamente NON riusciti (Un giorno perfetto, La finestra di fronte, Magnifica presenza), Allacciate le cinture rientra decisamente nella prima categoria. Buona visione a tutti

  4. Let me kiss you

    È stato solamente il secondo film di questo regista che ho visto, dopo Mine vaganti, e devo dire che mi è piaciuto abbastanza.
    Non conoscevo nessuno degli attori e quindi non sono andato al cinema prevenuto pensando ad Arca come “tronista”, e mi è piaciuto sia fisicamente sia come intensità.
    C’è della tristezza come è inevitabile quando si affronta il tema della malattia, e il tentativo di far uscire dal cinema lo spettatore con meno angoscia tramite il finale allegro che va indietro negli anni, e che sorprende.

  5. istintosegreto

    Il film parte proprio male: la bella ragazza di sani princìpi (da costume intero nero per intenderci) si lascia irretire dal fascino del rozzo meccanico che prima la tratta male e poi (ma guarda un po’) la scarrozza in giro sulla sua moto. La spiaggia pugliese (ci sono stato e non la scorderò mai) che vede sbocciare l’amore, è talmente favolosa da distrarre piacevolmente lo spettatore annoiato, tenuto sveglio fino a quel momento solo dal bel culo dell’ex tronista. La seconda parte vede un riblatone che riscatta la prima. Gli anni sono passati e il meccanico non si è rivelato il principe azzurro da romanzetto rosa, ma un puttaniere su cui non si può contare nel momento del bisogno. La vita mette alla prova in modo impietoso. Le uniche cose che restano sono gli affetti. Nemmeno un tocco di originalità, ma io lo dico sempre che è meglio un’opera poco originale che una cretinata. La recitazione di alto livello rende il film godibile. Kasia Smutniak brilla per bellezza ed intensità. Seguo Scicchitano da SCIALLA e lo considero una promessa (rispetto al bassissimo standard italiano, un vero talento) finora più che mantenuta. Nel caso di Arca ero partito prevenuto poiché ho visto qualche scena di una fiction dove interpretava il poliziotto e ho cambiato canale per quanto faceva pena. Invece in questo caso risulta convincente nel ruolo del bono neandertaliano disgustato dai gay; riesce perfino a tenere lontana dalla mente dello spettatore la famosa foto apparsa su tutti i rotocalchi anni fa, in cui massaggiava i piedi di un noto omosessuale sco…pritore di talenti.

  6. Premesso che di ozpetek mi piace la sua mano originalissima di regista, la fotografia dei suoi film, la sclta delle attrici -un pò meno gli attori protagonisti- questo film non mi è piaciuto ,l’ho trovato concettualmente stereotipato.Dal regista che per primo in italia si è sbarazzato della visione macchiettistica degli omosessuali di cui han fatto man bassa anche i registi miltianti di sinistra -come il film con albanese- mi aspetto una storia d’amore più introspettiva e realistica ;lei istruita di compagnie colte e un pò snob è attratta eroticamente da un lui bono e igorante come una capra .Quest’ultimo piccolo (?!)particolare non la dissuade dal sposarlo ,dal dargli due figli e di mantenerlo allegramente anche quando lui invecchaindo perde fisico e capelli e beve come una spugna.

  7. marco_polo

    Non posso dire che mi sia dispiaciuto e nemmeno che mi abbia esaltato. E’ un film diverso nel panorama di quelli di Ozpetek, che, come noto, sa reinventarsi mantenendo una sua cifra specifica. Relativamente a Francesco Arca, direi che ha interpretato fondamentalmente se stesso: il regista ha indugiato parecchio sui suoi particolari anatomici. Brava la Smutniak e Schicchitano e tanti altri personaggi che ruotano attorno alla storia centrale e la arricchiscono molto.

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trailer: Allacciate le cinture

Varie

DA UNA INTERVISTA A FRANCESCO ARCA pubblicata su Vanity Fair del 5/2/2014

Quest’estate, mentre giravate in Puglia, hanno scritto che fra lei e Kasia era nato l’amore. Poi, il gossip è svanito nel nulla. Tutto inventato?
«Non c’è stato assolutamente niente. Nel film siamo marito e moglie, era normale che mangiassimo e uscissimo insieme: volevo essere credibile nella parte e quindi dovevo conoscerla, niente di più».

Avete girato anche scene di sesso?
«Sì, estremamente imbarazzanti. Stare nudo davanti a una troupe è durissima. È vero che a teatro ormai ci sono attori che restano spogliati in scena per 50 minuti: si dice che lo possono fare perché sono così consapevoli della loro bravura da non aver bisogno di mettersi niente addosso. Si vede che io non sono così consapevole. Poi, certo: se il regista te lo chiede, lo fai». (…)

Nelle scene di sesso Ozpetek vi ha detto come muovervi, o avete improvvisato?
«Una volta deciso dove mettere le luci e il range di movimenti che puoi avere, abbiamo agito spontaneamente: una scena così non può essere impostata rigidamente. Kasia è stata carinissima, mi ha aiutato». (…)

Sa che gli Scorpioni sono i più sensuali dello zodiaco?
«Lo so, e confermo».

Infatti, ha avuto tante donne.
«Si sbaglia: ho avuto diversi amori, ma come ogni essere umano di quest’età. Sembrano tanti perché se ne è parlato molto (soprattutto di quello con Laura Chiatti, ndr), ma sono state storie perlopiù lunghe».

La popolarità però avrà pesato nei rapporti con le ragazze.
«Non solo in quelli. A 24 anni non avevo le armi per gestire tutto questo. A 30 sono finalmente arrivato a capire chi sono».

CRITICA:

“…Eppure, nonostante una buona parte del film si svolga tra ospedali e pronti soccorsi, l’occhio di Özpetek non è mai cupo o lacrimoso. Si «inventa» una paziente messa peggio di Elena (affidata a Paola Minaccioni) per prendere le distanze dalla malattia e insinuare qualche dubbio sulle certezze sessuali dei maschi. Usa Carla Signoris ed Elena Sofia Ricci (rispettivamente la mamma e la zia di Elena) per ironizzare sulla famiglia e scherzare sulle sue «stravaganze». Ma soprattutto rimescola ancora una volta la consequenzialità delle azioni per regalare una risata finale che sorprende lo spettatore e nello stesso tempo lo rassicura, riuscendo a trasmettere un’iniezione di fiducia tanto contagiosa quanto irrazionale. Proprio come è quell’energia del cuore che a volte può scompigliare la vita ma che finisce anche per convincerci che quella vita scompigliata vale la pena di viverla fino in fondo.”(P. Mereghetti, Corsera – voto 2,5/4)

“…L’emozione del grande amore che non osa la fisicità continua a incantare, nella letteratura inglese dell’Ottocento, nel cinema anni 40: e se per esempio è impossibile dimenticare Notorious di Hitchcock, è per gli sguardi luminosi di passione tra Ingrid Bergman e Cary Grant, che devono fingere di non conoscersi. Gli amori possono essere sbagliati, anche quando sembrano perfetti, perché spesso il tempo li sgretola senza ragione,li affloscia nella stanchezza, li spegne nel rancore. Ma è sbagliato un amore diverso, fuori dalle regole, come quelli che ha raccontato nei suoi film Ferzan Ozpetek? Un amore non tra persone dello stesso sesso (Le fate ignoranti) ma, come in Allacciate le cinture (o Un giorno perfetto) tra un uomo e una donna che non hanno nulla in comune, né il passato né il presente, separati da tutto, educazione, progetti, linguaggio, gusti, ma uniti dal mistero dei corpi.
Hanno allacciato le cinture della vita, si sono sposati, e 13 anni dopo hanno due figli; Elena, con l’amico del cuore Filippo Scicchitano (Fabio), è diventata la proprietaria di un bar alla moda, Antonio ha un bellissima amante, la parrucchiera Luisa Ranieri (Maricla). Gli innamorati di un tempo hanno smesso di guardarsi, si parlano di cose quotidiane voltandosi le spalle, nel grigiore di tanti matrimoni. Quando lei annuncia con noncuranza a tutta la famiglia, la mamma (Carla Signoris), la “zia” (Elena Sofia Ricci), in realtà compagna stravagante della mamma, l’amico Fabio, i bambini, Antonio, di essere ammalata, lui in silenzio la rifiuta, scappa come se lei ne avesse colpa. Questa turbolenza è più grave delle altre, eppure sarà il corpo smagrito, la testa calva, il volto dolente di Elena a riaccendere l’amore di entrambi, a riallacciare i loro corpi stanchi e spaventati.
Il cinema e il pubblico italiano accettano di commuoversi però toccando ferro, o addirittura dandosela a gambe, se tra i protagonisti del film c’è un tumore. Meglio quindi, anche per Ozpetek, premunirsi con un lieto fine carico di risate, semplicemente tornando indietro nel tempo. Attori bravi anche se talvolta farfuglianti: geniale la bruttina allegramente disperata di Paola Minaccioni, e imponente la fisicità di Francesco Arca, cui si addebita la colpa di essere stato tronista, ma molto disciplinato, tanto da ingrassare di venti chili per la seconda parte del film (mentre la Smutniak dimagriva di dieci). Faccia da storia del cinema italiano, tra Maurizio Arena e Gian Maria Volontè.”(N. Aspesi, LaRepubblica – voto 4,5/6)

anni, a partire dai duemila, in una Lecce che scopre il piccolo grande boom economico pugliese, due giovani autoctoni (agli antipodi per estrazione sociale, convinzioni ideologiche, aspirazioni e frequentazioni) si odiano, si amano, si tradiscono, fanno esperienza della dolore e dell’ombra della morte, insomma vivono.
Lei si chiama Elena, di buona famiglia, con ambizioni imprenditoriali, abbandonati gli studi si mette a fare la cameriera, divertita dalla cosa e dal sogno di mettere su un locale tutto suo, spalleggiata dall’amico Fabio, gay e fantasioso. Lui si chiama Antonio, proletario da cartolina, fa il meccanico, è omofobo, ma ha una solida cultura del corpo con tanto di tatuaggi che rasentano la vertigine dell’osso sacro, vagamente razzista, insomma non un buon partito per una ragazza borghese di provincia. I due, fatalmente, si incontrano e si scontrano in una giornata di pioggia, sotto la pensilina densamente affollata di una fermata dell’autobus. Scatta la scintilla che lavora sui contrari, che tanto si sa poi si attraggono. E così sarà. Elena e Antonio, contro il loro stesso ambiente, si innamoreranno e dovranno sostenere le prove della vita e soprattutto quelle della malattia che colpirà lei tredici anno dopo il loro primo incontro. Ospedali, sedute di chemioterapia, capelli che cadono, magrezza insana, occhi segnati… Ma all’improvviso le frecce lineari del tempo sembrano convergere forzandosi a disegnare un cerchio!
Con Allacciate le cinture Ferzan Ozpetek torna ai suoi “primi amori” cinematografici e non a caso torna a scrivere e a farsi produrre da Gianni Romoli, suo co-sceneggiatore per molti dei sui film, da Harem Suare a Saturno contro, i film che lo hanno lanciato e che hanno affermato il suo immaginario e il suo mondo in un’Italia allora molto bacchettona e perbenista. Quindi, dopo la pausa produttiva con Procacci e la Fandango, l’ultimo film realizzato insieme è stato Magnifica presenza, film “in costume” che non ha avuto buoni incassi, Ozepetek torna all’intesa con Romoli ma in un mondo e in un cinema diversi, mutati radicalmente. E così quel tocco naif, che ha sempre caratterizzato le sue pellicole, rischia di diventare a tratti insopportabile quando si immerge nel melò come avviene senza remore in questo Allacciate le cinture. Ora, si può essere empatici verso una storia d’amore che sfonda nel melodramma, qui tra l’altro ospedaliero, e certo sentirsi trasportati dall’abbraccio fatale di questa “storia e destino”, ma nel modulare la tensione emotiva è necessario mantenersi un minimo al passo con i tempi. Insomma, spesso in questo film si slitta tra lo sguardo naif e la cartolina, tra l’ingenuità e il modello stereotipato. Sappiamo che Ozpetek è sincero (e questo è tanto), ma il mondo fuori, molto più brutto e cattivo dei tempi di Le fate ignoranti, non lo mette al riparo e forse c’è bisogno di uno scatto in più, di uno sguardo più complesso, di un contraddittorio meno edulcorato. (Dario Zonta, Mymovies.it – voto 2/5)

“…Ozpetek sceglie di compensare la drammaticità della situazione – sottolineata dagli insistiti primi piani sui protagonisti e la fotografia dell’arredamento degli ospedali – affiancando comprimari ironici e autori di siparietti addirittura comici. Se Egle (Paola Minaccioni), compagna di stanza di Elena, usa il sorriso e la (poca) sobrietà (sua parola d’ordine) per alimentare il desiderio disperato di sopravvivere nonostante la malattia non abbia mai smesso di consumarla, alla mamma e alla zia del personaggio interpretato dalla Smutniak (rispettivamente Carla Signoris ed Elena Sofia Ricci) viene lasciato il compito di far ridere, nonostante tutto.
E nonostante tutto, si ride pure. Il problema è la mancanza di equilibrio e integrazione tra le parti del racconto. Non c’è la continuità narrativa e lo sguardo dissacrante di film come 50 e 50, dove il tema della malattia si affronta con emozione ma mai pietismo, e dove il tumore non è mai veramente protagonista, schiacciato dal carisma dei personaggi.
Purtroppo questa prospettiva ad Allacciate le cinture manca. E non bastano singole sequenze di sincera bellezza e commozione o figure femminili forti e ben centrate a reggere un’intera pellicola, a bilanciare immagini volutamente drammatizzate e scivoloni sentimentali che sconfinano nel patetico; o – come nel caso del personaggio interpretato da Arca, che nella seconda parte del film subisce una trasformazione troppo repentina – a giustificare il percorso di personaggi mai veramente messi a fuoco.” (Silvia Urban, BestMovie.it)

Ma il mèlo qui e ora è ancora possibile? Risponde, audio-video, Ferzan Ozpetek, che presentendo l’andazzo titola: Allacciate le cinture. A produrre Tilde Corsi e Gianni Romoli (che ritorna a scrivere con il regista), protagonista è Kasia Smutniak: famiglia bene ma decaduta, fa la barista a Lecce, ha un amico barista gay (Filippo Scicchitano) e un’amica barista etero, nonché un fidanzato (Francesco Scianna). Insomma, ha quasi tutto, ma irrompe omofoba, grezza e ferina la novità: Francesco Arca – sì, l’ex tronista – che sta con la Crescentini. Per quanto? Fatale è una birretta alla spina trangugiata tutta d’un fiato: dall’altro lato del bancone, Kasia non può nulla. Dopo la grande sete (Arca), la grande fame: Kasia lo segue. Moto, senza casco, vanno al mare, e all’amore.
13 anni dopo, stanno ancora insieme, hanno due figli, e vanno abbastanza bene, abbastanza: lei ha un cancro, lui guarda fuori casa, a cintura slacciata. Sì, dramma, melodramma, ridere, piangere e ancora piangere, che per frullare vita, tempo, malattia, sentire e sentimento servono i liquidi: allacciate le cinture, sciogliete le lacrime, e gli aficionados di Ferzan compiti seguiranno, fazzoletti agli occhi.
Eppure, tanta roba, troppa roba, caro Ferzan: tagliate, a colpi d’accetta, sono solo le psicologie, le dinamiche relazionali, l’incontrarsi uomo-donna, con dinamiche che manco Malena (versione spot di Dolce&Gabbana, ovvio), che la passione ha delle passioni che questo cinema enfatizzando, se non ridicolizzando, disconosce.
Tutto il resto, i tagli non li sopporta, proprio no: eros e thanatos, ragione (sì?) e detrimento, sogno o son desto o son malato, su nulla si lesina. Fino al paradosso: le cinture sono allacciate, ma, caro Ozpetek, dove andiamo? Non nelel contraddizioni, non nel caos, non nell’essere qui e ora, no: per lui si va nell’Italia indolente. (Federico Pontiggia, Cinematografo.it – voto 2/5)

“…Perché ‘un grande amore non avrà mai fine‘, per l’appunto, persino dinanzi alla trasformazione fisica di un corpo. Quello della Smutniak, in questo caso, amata a prescindere dall’Orso Arca, pronto a sciogliersi in una stanza d’ospedale e con accanto un’altra paziente dinanzi alla moglie malata e per anni tradita. Introdotto da due lunghi piani sequenza, a cui faranno seguito i tradizionali ampi movimenti della macchina da presa a cui Ozpetek ci ha sempre abiutato, tecnicamente quasi ineccepibile e impreziosito da una colonna sonora a due facce, con il tema musicale che crolla nelle scene più leggere per poi decollare dinanzi ai brani con sapienza scelti dal regista, vedi la meravigliosa A mano a mano di Rino Gaetano, Allacciate le cinture conferma e certifica i tanti dubbi che avevano accompagnato la sua lavorazione, legati in particolar modo alla coppia di protagonisti. Perché se la bellissima Kasia può considerare ’superata’ la propria prova, che anche nel suo caso l’ha costretta ad una trasformazione fisica con 8 kg persi, a non convincere minimamente è l’interazione con l’altra metà della mela, Francesco, così come il modo in cui Romoli ed Ozpetek hanno costruito la loro ‘inaffondabile’ storia d’amore. Fondata essenzialmente sul nulla, flebile nella sua introspezione e in troppi casi forzata nel volersi mostrare per quello che non è, tanto da finire contro un muro a velocità sostenuta. Finendo così per uscire malconcia e dolorante. Anche se con le cinture adeguatamente allacciate.” (Federica Boni, Cineblog.it – voto 4/5)

“…Ci sono due film in Allacciate le cinture: uno più solare che celebra l’innamoramento e la giovinezza in terra salentina, e uno più drammatico che ben si addice al senso del tragico e alla melancolia che sono parte del DNA turco di Ozpetek e di quello polacco di Kasia Smutniak.
E’ in questo secondo segmento, che si svolge 13 anni dopo il primo, che il regista torna a parlare di malattia, trasformando il cattivo stato di salute di un corpo offeso dalla chemioterapia in una vera e propria guarigione dei sentimenti.
Pur soffermandosi sulla quotidianità ospedaliera, Ferzan Ozpetek sta bene attento a lasciare che la turbolenza che minaccia il volo di Elena e Antonio rimanga la cronaca di una sofferenza dignitosa, in un’alternanza di registri suggerita dal bel personaggio di Paola Minaccioni e così vicina all’altalena di sconforto e sollievo su cui si è dondolato chiunque abbia avuto esperienza diretta o indiretta del cancro.
Eppure, in questa seconda parte, c’è una cosa che ci lascia un po’ perplessi: il cambiamento così repentino del marito impersonato da Arca, che nonostante anni di libertinaggio ritrova la dolcezza di un tempo, una tenerezza che suona strana anche dopo la presentazione iniziale che ne mette in evidenza ignoranza e omofobia. Più a fuoco sono i personaggi della Smutniak e soprattutto di Filippo Scicchitano. E’ il suo Fabio il punto di vista del racconto, la voce di un film che, in seguito a un buon decollo e qualche assestamento, ci riserva una gradevole rotta e un ottimo atterraggio.” (Carola Proto, Comingsoon.it)

“…Questo è un film che parla d’amore. Amore fisico, bruciante, passionale come quello che lega Antonio ed Elena, che pur cominciando come un’attrazione fisica in realtà nasconde qualcosa di più profondo, nonostante le anacronistiche contraddizioni e le aspettative deluse o tradite; oppure un amore platonico, inossidabile, un’amicizia talmente forte che non è messa in discussione nemmeno dalle prove più dure, come appunto quella che lega Elena a Fabio, divisi dalle scelte esistenziali e sentimentali (lui è gay) ma uniti da un filo rosso più profondo e forte. Il titolo è un chiaro riferimento alle turbolenze dell’esistenza che prima o poi investono e coinvolgono tutti, spingendoci a riscrivere la nostra vita e le priorità che la compongono. Però, nonostante questi ottimi spunti di partenza e le buone intenzioni che hanno animato Ozpetek e l’intera crew… il film sembra riuscito in parte, come se il regista turco avesse perso, nel corso della narrazione, i punti fermi e gli obbiettivi dei suoi personaggi, restituendo una storia un po’ appiattita che comunica- emotivamente- meno di quello che ci si aspetta.
Una certa sensazione di malinconia rimane nello spettatore grazie comunque alle interpretazioni convincenti degli attori (con la sorpresa Francesco Arca, al suo debutto sul grande schermo), all’uso sapiente e incantevole della fotografia (Ozpetek restituisce un paesaggio pugliese mozzafiato e assolato, con la città di Lecce scolpita dalla luce naturale) e alla colonna sonora incalzante, che spazia dai ritmi mediorientali alla ballata “A Mano A Mano” cantata dalla voce graffiante di Rino Gaetano, malinconico sottofondo alle traversie umane ed esistenziali portate sullo schermo da un cast ispirato, che con abilità e difficoltà si è calato nell’arduo compito di raccontare vicende che si dipanano nell’arco di tredici anni, accettando di buon grado tutti i cambiamenti sul loro look imposti da Ozpetek (kg in più e kg in meno, tagli di capelli diversi etc…) tutti usati per rappresentare le diverse età che attraversiamo nella vita.” (Ludovica Ottaviani, Cinefilos.it – voto 3/5)

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