Il nome della rosa

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Il nome della rosa

Era difficile riproporre con nuovi motivi d’interesse un libro che è stato tradotto in 47 lingue, ritenuto oggi il nuovo ‘Promessi sposi” della letteratura italiana, già diventato un film di grande successo nel 1986 (con un incasso di oltre 77 milioni di dollari). Eppure Battiato, aiutato da un’ottima squadra di sceneggiatori, sembra esserci riuscito. E senza tradire lo spirito del romanzo, confermato anche dall’approvazione che lo stesso Umberto Eco, poco prima di mancare nel 2016, aveva dato alla sceneggiatura di questa serie televisiva, chiedendo solamente che non si mettessero troppo in cattiva luce i dolciniani (frati francescani che lottavano contro il potere temporale della Chiesa) e dando suggerimenti precisi per la scenografia della biblioteca che diventa uno dei principali protagonisti. Proprio il custode della biblioteca, Malachia da Hildesheim (Richard Sammel), frate che per tradizione dovrà succedere all’Abate che governa l’Abbazia, viene presentato come segretamente omosessuale, innamorato dell’assistente bibliotecario Berengario da Arundel (Maurizio Lombardi). Battiato e gli altri autori non potevano evitare, in tempi di deflagrazione dell’omosessualità nel clero contemporaneo (vedi le denunce del recente libro Sodoma), di non dare qualche rilievo a questa tematica, così possiamo sentire un frate che sospetta dei veri sentimenti che uniscono i due protagonisti principali, il bel giovane Adso da Melk (Damian Hardung), e il suo maestro Guglielmo da Baskerville (John Turturro). Vediamo poi il bacio e l’incontro notturno di Berengario con il giovane frate Adelmo, la prima vittima, spiati da un’altro giovane frate, Venanzio, amico di Adelmo, che sarà la seconda vittima, e Berengario sarà la terza… Sembrerebbe quindi una torbida vicenda di gelosie e attrazioni carnali nelle segrete notti dell’Abbazia, che invece risulterà di ben altra natura, assai più consona agli interessi culturali e storici di Umberto Eco. Un’altra divagazione (più consistente) dall’originale è l’inserimento di diverse figure femminili (nel romanzo ne avevamo solo una, la ragazza che fa innamorare Adso) che oltre ad accontentare il vasto pubblico televisivo, rendono sicuramente più attuale l’intricata vicenda.
Ricordiamo che la storia, ambientata nel 1327 in un monastero dell’Italia settentrionale, si dipana nell’arco di soli sette giorni (che nel romanzo sono scanditi dalle ore della regola benedettina), durante i quali avvengono ben sette omicidi che i due protagonisti, novelli Sherlock Holmes e Watson (un omaggio di Eco a Arthur Conan Doyle), devono indagare per scoprire il colpevole, sullo sfondo dell’imminente incontro, leggi disputa, che dovrebbe aversi nell’Abbazia tra i francescani protetti dall’imperatore Ludovico il Bavaro, e gli emissari del papa di Avignone, Giovanni XXII, guidati dall’inquisitore Bernardo Gui, interpretato mirabilmente dal nostro Rupert Everet.
La serie, tutta diretta da Giacomo Battiato, riesce molto bene ad attualizzare un romanzo di ben 500 pagine (che all’epoca molti potevano solo vantarsi di aver letto, abbandonandolo dopo poche pagine che ritenevano pesanti come un mattone) grazie ad una sapiente miscelazione di storia, filosofia ed intrigo, con la rappresentazione di una biblioteca medievale che diventa una metafora visionaria del moderno web, e le dispute religiose tra puristi del messaggio evangelico e l’avidità del potere papale, un tema molto caro anche al nostro attuale Papa Francesco. Belle anche le immagini che spaziano da campi di battaglia esterni al rigore del convento e delle sue regole, con interpretazioni tutte di altissimo livello.

synopsis

A friar investigates a series of mysterious deaths at an abbey. Television adaptation of Umberto Eco’s novel ‘The Name of the Rose’.

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