Dirty Sexy Money

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Dirty Sexy Money

Una saga (per ora 22 episodi della prima stagione) definita la Dinasty del 2000 dopo il clamoroso successo ottenuto negli Stati Uniti (oltre dieci milioni di spettatori). La serie è ambientata nell’alta borghesia newyorkese con i coniugi Tripp e Letitia Darling (Donald Sutherland e Jill Clayburgh) impegnati a risolvere guai famigliari tra pubblico e privato, spesso generati dai cinque figli tra i quali anche il primogenito Patrick (William Baldwin), candidato al Senato, finto marito modello che ama invece un transessuale. Tra gli altri interpreti ricordiamo anche l´avvocato idealista Nick George interpretato dal bel Peter Krause, che molti di noi hanno potuto ammirare nella serie cult “Six feet under”.
Ideata da Craig Wright (Brothers & Sisters, Lost) “Dirty sexy money” mescola commedia e dramma, mette a nudo l’ipocrisia famigliare e tenta di spiegare come il denaro sia il vero motore del mondo. Sutherland, alla domanda se i soldi siano più sporchi o sexy ha risposto: «In sé non sono un male: forse sono alla radice di tutti i mali, ma sono anche alla radice di tanto bene. È fantastico quello che Bill Gates ha fatto in Africa con le scuole. Non penso però siano particolarmente sexy: ti permettono di comprare tante cose, ma non di comprare la salute! La serie è un racconto morale su cosa rappresentino nella nostra società insieme a sesso, ambizione e fallimento. C´è gente così ricca che è inconcepibile per noi».

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trailer: Dirty Sexy Money

https://youtube.com/watch?v=slAATz4td_I%26rel%3D1

Varie

Con oltre 9 milioni di telespettatori, Dirty Sexy Money è stata definita dai critici l’erede legittima — ma più intelligente e drammatica — di
Dallas e Dinasty, le fortunatissime serie degli anni 80 su due famiglie di petrolieri americani. Il segreto? Da una parte il cast che vede due veterani di Hollywood come Donald Sutherland e Jill Clayburgh nei panni dei protagonisti Tripp e Letitia Darling, la coppia più ricca e potente di Manhattan. Il primo è il patriarca del clan, un uomo potente e persuasivo con vigneti e ville in tutto il mondo. La seconda, la sua aristocratica e infedele moglie — elegante, salottiera alla Jackie Kennedy Onassis — che gli ha dato 5 figli, di cui uno illegittimo.
Stellare anche il resto del cast. A partire da Peter Krause ( Six Feet Under), l’avvocato idealista Nick George, che prende il posto del padre come legale di fiducia della facoltosa famiglia Darling, quando Bill Clinton rifiuta, ma indaga anche sulla misteriosa morte del genitore (per 40 anni amante di Letitia e padre segreto di uno dei cinque figli) precipitato con l’elicottero dei Darling senza che mai si sia ritrovato il corpo.
Anche i cinque figli nascondono scheletri nell’armadio. Il primogenito Patrick (William Baldwin), candidato al Senato Usa, ha per amante un transessuale con cui tradisce la moglie. Karen (Natalie Zea) sta per convolare a nozze per la quarta volta con uno interessato solo ai soldi. Jeremy (Seth Gabel) è uno scansafatiche; Juliet (Samaire Armstrong), la più giovane, ha manie di celebrità. E il pastore protestante Brian (Glenn Fitzgerald) ha un figlio illegittimo che non vuole riconoscere.
Come i clan Kennedy e Rockefeller, cui si ispirano, anche i Tripp sono inseguiti dal glamour e dagli scandali. La sceneggiatura incalzante, drammatica e insieme comica, esplora dinamiche famigliari e sociali: l’infedeltà coniugale, il rapporto tra figli viziati e genitori assenti, l’impunità di cui gode chi è al potere.
Ce n’è quanto basta per tenere il pubblico incollato alla poltrona per ore. Ed è esattamente ciò che sono riusciti a fare il regista Bryan Singer ( Dr. House) e il producer Greg Berlanti ( Brothers & Sisters).
Ma la vera anima creativa dietro lo show è Craig Wright, il talentuoso produttore scappato di casa a 14 anni, dopo la morte della madre, e finito, dopo un’adolescenza da autostoppista attraverso il Midwest, in un seminario «dove metà degli studenti erano gay o lesbiche».
«La mia esperienza personale è infusa nel personaggio di padre Brian», racconta Wright, che cita Pier Paolo Pasolini come il suo «grande maestro»… (Alessandra Farkas, Corriere della Sera)

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