Cinema

Ultimo giorno al 16mo Florence Queer Festival - I vincitori

I vincitori del 16mo Florence Queer Festival

MIGLIOR FILM 2018
La giuria composta da Gabriele Ametrano, Elisangelica Ceccarelli, Pia Ranzato, Enrico Salvatori e Andrea Macaluso, ha proclamato miglior film

Queerama di Daisy Asquith

con la seguente motivazione:
per l’alto valore didattico nel raccontare la storia queer con un linguaggio contemporaneo capace di parlare anche alle nuove generazioni con l’auspicio di un Queerama anche italiano.

PREMIO VIDEOQUEER
la giuria formata da studenti della NYU ha premiato il cortometraggio

Mrs McCutcheon di John Sheedy

con la seguente motivazione:
Mrs. McCutcheon offre allo spettatore un’esperienza sensoriale unica e gli permette di immergersi in un mondo di colori vibranti e di vivere un’avventura cinematografica coinvolgente. Tutto, dall’utilizzo della musica ai costumi alla scenografia contribuisce a renderlo un film speciale e mostra l’attenzione ai dettagli e l’ambizione del regista.
L’utilizzo del punto di vista dei bambini offre inoltre una rappresentazione onesta e essenziale del percorso che porta alla formazione dell’identita’ di ciascuno di noi. Infine Mrs. McCutcheon veicola un messaggio fondamentale sull’importanza della normalizzazione dell’essere “queer” che non troviamo spesso nel cinema queer.

PREMIO DEL PUBBLICO

Il Premio del pubblico del FQF18 è andato a

“1985” di Yan Tan

lungometraggio che ha aperto la settimana, black&white di uno spaccato del Texas integralista degli anni ’80 e al cortometraggio

“Fugaz” del regista spagnolo Herminio Cardel.


Dai nostri inviati Antonio Schiavone e Roberto Mariella il resoconto della giornata.

In mattinata l’ultimo Queer Focus

Masterclass su Giò Staiano con Willy Vaira e Luca Locati e Andrea Meroni,

16° Florence Queer Festival -Masterclass su Giò Stajano

La mattina apre questa sesta giornata con un incontro dedicato alla figura di Giò Stajano. Nata nel 1931 a Sannicola è stata scrittrice, giornalista, attrice. E’ stata celebre come uno dei primi omosessuali di chiamati d’Italia. Scrittrice che ha messo i punti su molte “i” raccontando i retroscena di una società borghese che si nascondeva dietro a un dito, intervistata da Caridi che le chiedeva cosa avrebbe potuto dire il nonno, Achille Storace, rispose: Dopo tanta virilità un po’ di relax ci vuole”. All’incontro Luca Locati Luciani, Andrea Meroni e Willy Vaira.

“Al Berto” di Vicente Alves do Ó

(Portogallo, 2017), 109’

Voto:  

Vicente Alves do Ó si concentra su un periodo importante della gioventù del poeta portoghese Al Berto, (Alberto Raposo Pidwell Tavares (1948 – 1997 ), un biennio iniziato nel 1975, quando ancora sconosciuto, pieno di speranze e di idee, sull’onda dell’euforia seguita alla rivoluzione dei garofani che aveva appena posto fine a quaranta anni di dittatura militare, decise di tornare nel suo paese di origine Sines, dopo aver trascorso alcuni anni a Bruxelles, dove era andato in esilio (per evitare il servizio militare sotto la dittatura) e per studiare pittura. E’ proprio a Sines che il poeta decide di farsi chiamare Al Berto e di dedicarsi alla poesia. Allora Sines era un villaggio di marinai e pescatori da poco convertito all’industria petrolchimica. Al Berto decide di accamparsi abusivamente nel palazzo di famiglia, in quel momento abbandonato, che era stato espropriato durante la dittatura. Ben presto raccoglie attorno a sé una piccola comunità di giovani come lui, progressisti e amanti dell’arte, della poesia, della letteratura straniera. E inizia una travolgente storia di amore con Joao Maria do Ó Pacheco: (1955-2010), anche lui poeta, pittore nonché buon cantante rock. Joao Maria è più giovane di Al Berto è rimasto un po’ bambino e non riesce a stare solo, focoso ma promiscuo. Il regista Vicente Alves do Ó è nella realtà parente di Joao Maria, suo fratellastro. Alla morte di Joao Maria il regista ne ha ereditato i beni, compresi diari, lettere, fotografie e poesie inedite, per questo motivo ha potuto   parlare di Al Berto con un punto di vista molto personale, intimo e poco conosciuto. All’epoca dei fatti il regista aveva quattro anni, in un cammeo il film ci mostra il suo primo incontro con il poeta.
Probabilmente sarebbe stato più giusto chiamare il film ‘Al berto e Joao Maria’, perché tutto ruota intorno a questi due ragazzi innamoratissimi, bellissimi e entusiasti dell’arte, i fatti seguono fedelmente la parabola della loro storia di amore. Nella prima parte del film i due giovani sono mostrati continuamente seminudi, mentre amoreggiano, quando non sono dediti al sesso con la loro cerchia di amici, una specie di comune hippy letteraria, sono artefici di una serie di eventi, come l’apertura di una libreria e un circolo culturale con serate dedicate alla lettura di libri e poesie e affollate e confuse feste nella villa,   con un cavallo bianco e giocolieri in giro per le sale e che finivano come ci si può immaginare.
All’entusiasmo dei giovani raccolti nell’augusto palazzo corrisponde la crescente ostilità dei paesani di Sines, primi fra tutti i genitori dei ragazzi, alimentata da voci sempre più insistenti che parlavano di orge, droga e riti satanici. Ciò che procurava più scandalo era l’omosessualità ostentata di Al Berto e le sue effusioni pubbliche insieme a Joao Maria. Evidentemente nel piccolo paese di Sines non era ancora arrivato il vento della libertà, la gente comune non sapeva che farsene e diffidava di modernità e cultura. Quando i grossi papaveri del paese, e con loro la polizia decidono di averne abbastanza la permanenza di Al Berto a Sines diventa problematica.
Oltre alla bravura e alla già citata bellezza dei protagonisti è da notare la bellezza delle immagini e la ricostruzione puntuale degli ambienti e dei vestiti dell’epoca, dai colori vivaci, basata anche sulle fotografie ereditate dal regista. Alcune scene davvero molto belle come quella del ballo nella villa insieme a una compagnia di marinai, mentre viene cantata la canzone di Aznavour ‘Comme ils disent’ . Altre scene hanno un significato piuttosto oscuro se non i conosce la biografia del poeta. Un film da vedere.

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Andrea Meroni autore che l’anno scorso presentò con grande successo al FQF la sua opera prima, il suo film sul cinema in Italia degli anni ’70  ‘Ne avete di finocchi in casa’, è un po’ l’enfant prodige del festival. Considerato unanimemente una grande promessa, quest’anno si è presentato al FQF addirittura con tre cappelli diversi: studioso del cinema di Giò Staiano, regista con Enrico Salvatori del bellissimo “Alfredo D’Aloisio, in arte (e in politica) Cohen” e autore di un collage di videoclip in cui il suo personaggio alter ego Eli Gable, si esibisce con un suo gruppo musicale che si rifà molto agli anni ’80, infarcito di dotte citazioni cinefile. Riportiamo qui la descrizione ufficiale del videoclip. Diciamo che lo stile, per noi profani, potrebbe ricordare uno sviluppo, verso orizzonti sconosciuti, del porn grove di Immanuel Casto; il clip più conosciuto della raccolta ha il significativo nome ‘Peni immensi’.

Eli Gable’s Craze di Eli Gable (Andrea Meroni) e Anderes Holtz (Edoardo Preti)

(Italia, 2017, 12’)

Eli Gable’s Pansy Craze” è un collage di sketch ed esibizioni canore che riassumono le attitudini di Eli Gable, showman infervorato e scalcagnato dandy omosessuale dedito al synth-pop. Questo personaggio, concepito nel corso di apocalittici rave-party nella campagna mantovana e cresciuto in etiliche festicciole men che underground, coniuga in modo improbabile un lessico battiatesco con una vocazione a buttar tutto in cacciare ereditata dai goderecci Dead Or Alive.

Arriviamo quindi   finalmente ad uno dei più interessanti documentari di questo festival.

ALFREDO D’ALOISIO, IN ARTE (E IN POLITICA) COHEN di Enrico Salvatori e Andrea Meroni

(Italia, 2017, 50’) v.o. italiano

Anteprima assoluta alla presenza dei registi Enrico Salvatori e Andrea Meroni

Voto:  

Enrico Salvatori aveva già portato a questo festival negli anni scorsi due documentari dedicati rispettivamente a Vinicio Diamanti e a Dominot. Un paio di anni fa presentò al TGLFF di Torino il documentario “Ricordando Alfredo Cohen”, che però era piuttosto un assemblaggio di spezzoni su Cohen scovati negli archivi RAI. Questo nuovo documentario, diretto insieme a Andrea Meroni, è tutto un’altra cosa, grazie soprattutto a un gran numero di belle interviste. Ne esce un puntuale ritratto di Alfredo Cohen, tra privato e pubblico, tra la sua vita di artista e la vita di insegnante.
Alfredo D’Aloisio (Lanciano, 1942 – Djerba, 2014) con il cognome d’arte Cohen, come il musicista, è stato un pioniere del movimento LGBT italiano e un artista poliedrico. Dopo la laurea in lettere a Urbino, nel 1968 si trasferisce a Torino avendo vinto il concorso per insegnante. In quel ruolo organizza tutta una serie di attività teatrali per i suoi allievi.
Nel 1971, con Angelo Pezzana, suo compagno di allora, è tra i fondatori del Fuori! e su ogni numero del “Fuori!” compaiono suoi articoli e poesie. Nel 1974 mette in scena il monologo ‘Dove vai stasera amico’, seguito nel 1975 da ‘Oggi sul giornale’ e poi da ‘Salve signori sono normale’. Nel dicembre 1976 registra per l’etichetta IT l’album ‘Come barchette dentro un tram: nove brani, tra poesia e vita vissuta’. Il disco, prodotto da Franco Battiato, è arricchito dalla copertina di Ugo Nespolo e dalle note di Fernanda Pivano. L’album, unico in Italia ad essere interamente composto da canzoni a tema gay, dà visibilità a Cohen come cantautore “gay”, permettendogli cosi di comparire più volte in TV. Quando Pezzana diventa deputato nelle file del Partito Radicale, Alfredo Cohen lo segue a Roma. Nel 1979 pubblica il singolo Valery/Roma, con la celebre canzone dedicata alla transessuale bolognese Valery Taccarelli, canzone che trasformata da Franco Battiato in Alexanderplaz fu poi portata al successo da Milva. Poi Cohen abbandonerà l’insegnamento per dedicarsi al teatro. Nel 1984 la sede Rai – Abruzzo registra uno speciale sul suo cabaret.
Questo documentario è diviso in capitoli della vita di Cohen. Tra le persone che sono state intervistate citiamo le sue due sorelle, simpaticissime, due comiche mancate, che hanno raccontato come Alfredo già da bambino organizzava spettacolini per divertire le sorelle e la mamma di nascosto dal padre. Eugenio Di Corinto nipote di Alfredo Cohen che ha collaborato nella realizzazione del film. Un paio di amici hanno descritto l’ambiente paesano molto chiuso in cui Cohen è cresciuto.   Gli ex allievi di Torino che ancora lo ricordano con entusiasmo. Enzo Cucco ha parlato della sua esperienza politica nel Fuori! così come Porpora Marcasciano e Valery Taccarelli, la mitica Valery.
Il suo scenografo Lucio Bucci che tra l’altro ha parlato dell’amore grande ma tribolato per Bartolo Cuomo. Carmine Amoroso ha ricordato le esperienze di Alfredo nel cinema, come parte del omosessuale Osvaldo in Perenti Serpenti di Monicelli e altre parti minori. Questo è un film davvero molto ben fatto, come lo era ‘Ne avete di finocchi in casa’. Speriamo che salti fuori anche qualche mecenate che permetta a questi artisti indipendenti,   di poter continuare a produrre.

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Pomeriggio e serata dell’ultima giornata del festival sono praticamente dedicati alla scena underground americana: il documentario sul ballerino di colore Ed Mock attivo a San Francisco e morto nel 1986 di AIDS. La presentazione del libro di Matteo B. Bianchi su Yoko Ono e in chiusura di rassegna   I Hate New York documentario che parla del gay clubbing a New York tra gli anni ’70 e gli anni ’80 attraverso le voci di alcune artiste e attiviste transessuali.

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Unstoppable Feat: The Dances of Ed Mock di Brontez Purnell

(USA, 2018), 72’,
Anteprima europea

Voto:  

Era presente in sala Adriana Vignali, che all’epoca aveva contattato Ed Mock per conto del Tetro di Riffredi. Ed Mock era venuto a Firenze nel 1980 ospite del centro Humor Side, l’attuale Teatro di Rifredi. Il tour italiano comprendeva tre date e in una di queste a Milano la polizia interruppe lo spettacolo e lo denunciò per atti osceni in luogo pubblico. Ed Mock è stato un coreografo e un ballerino eccezionale, la sua forza era la fisicità, il suo corpo era una scultura che ballava. Lui ballava spesso nudo o con un piccolo tanga ed era un anche bel uomo. Il documentario descrive bene la San Francisco di quegli anni, cosa succedeva alle sue performance, le sue tournèe internazionali, attraverso le testimonianze delle persone che hanno lavorato e che gli erano vicine.

Ed Mock (1938-1986) è stato coreografo e ballerino geniale, Mock ha inventato un modo di danzare libero, aperto alla sperimentazione e capace di abbattere le barriere tra i generi, diventando il capostipite della scena delle danza della West Coast Usa negli anni settanta. Nato a Chicago, attivo negli anni ’70 e ’80 a Sa Francisco, Ed Mock ha insegnato e ballato sino a poche settimane dalla morte per complicazioni collegate all’AIDS il 25 aprile 1986, a 48 anni. La sua era una danza sperimentale di avanguardia basata sull’improvvisazione, mescolando danza moderna, mimica, narrazione, voce, musiche tradizionali e il jazz. Il regista Brontez Purnell, egli stesso anche un ballerino, a distanza di trent’anni dalla morte di Mock, ricostruisce il suo lavoro e la sua vita ricerche d’archivio, interviste, interpretazioni coreografiche. Nel 2013 era stata creata una coreografia nuova, della coreografa Amara Tabor-Smith in onore di Ed Mock, eseguita dal vivo, in vari punti di San Francisco. Questa coreografia si chiamava “He Moved Swiftly But Gently Down the Not Too Crowded Street: Ed Mock and Other True Tales in a City That Once Was” e anche Brontez Purnell vi prese parte. Ha detto il regista: ‘Mock è creativamente il mio diretto predecessore. Noi, artisti queer neri, ballerini della costa di Los Angeles e uomini gay, dobbiamo raccogliere il nostro passato collettivo e documentare la nostra storia.’

La serata finale è partita con un divertentissimo talk show a ruota libera dell’attrice toscana Anna Meacci, affiancata dai Direttori del Festival Roberta Vannucci e Bruno Casini. Uno dei maggiori successi di Anna Meacci è “La Romanina” lo spettacolo dedicato a Romina Cecconi, che continua da anni ad essere richiesto dai teatri in tutta Italia.

Ha chiuso la serata e il festival il documentario

I HATE NEW YORK di Gustavo Sánchez

(Spagna, 2018), 75’, v.o. inglese
Alla presenza del regista

Voto:  

Film d’esordio di Gustavo Sanchez (Ubeda, Spagna, 1978), prodotto dal regista Juan Antonio Bayona, è un documentario che descrive la scena underground di New York attraverso le vite di quattro coraggiose persone transessuali, che raccontano in prima persona le loro esperienze e le loro lotte per la propria identità.
Il titolo “I Hate New York” rappresenta la volontà dell’autore di evitare una visione di New York compiacente e addolcita, come nelle magliette dei turisti con le scritte ‘I love New York’.
Sánchez ha spiegato che il documentario, era iniziato come un interesse personale di catturare cosa rimaneva dello spirito underground della città dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York. “Per me era molto importante spiegare la storia dei sopravvissuti, scoprire quali tipi di vite diverse, coraggiose e non convenzionali esistevano nella città assediata di New York, dove la paura ha prevalso”.
Il progetto ha preso forma mano a mano con le interviste ed è andato avanti dal 2007 al 2017.
L’obiettivo iniziale del progetto non era quello di intervistare persone transgender, ma quello di intervistare persone che trasgredivano alle barriere, ai limiti. Persone che proponevano nuovi discorsi, nuove forme di essere e di vivere, con storie che non sono raccontate nei media, né nei film e nei documentari. Persone che amano e che lottano per essere quello che sono, per il diritto a non doversi adeguare ai conformismi.
Sanchez decise così di esplorare con una piccola macchina fotografica in mano, per tutto il giorno la scena underground di New York e la sua sottocultura. La telecamera molto piccola consentiva di avere con gli intervistati maggiore intimità, mettendoli a loro agio, per contro non c’era né l’illuminazione né il suono professionale. Tutto è stato girato con il suono della fotocamera stessa. Gli intervistati parlavano del loro passato, le loro preoccupazioni, i loro sogni, di cosa provavano.
Dopo aver intervistato almeno 70 persone, artisti, musicisti, gogós, “disc-jockey”, registi, proprietari di discoteche, con 150 ore di registrazione, Sanchez si rese conto che solo quattro o cinque di loro si distinguevano dalle altre per lo spessore ed il coraggio, che rispettavano i criteri che stava cercando, ha così deciso di concentrarsi su di loro: le dive della notte newyorkese Amanda Lepore e Sophia Lamar , il rapper e ‘performer’ Tara Delong , e Chloe Dzubilo artista e attivista per i diritti dei portatori del virus dell’AIDS. Di queste, due prevalgono sulle altre.
Amanda Lepore, nota anche da noi almeno per le foto di David LaChapelle, dopo una vita piena di sofferenze e successi, si gode ora una certa tranquillità anche economica, facendo l’ospite vip nelle discoteche, mostrando al pubblico il sorprendente risultato delle innumerevoli operazioni di chirurgia plastica. Amanda nel documentario dice: “dovremmo sempre vivere al massimo e non negarci nulla”
L’altra protagonista Chloe Dzubilo (1960-2011) è praticamente quasi sconosciuta in Italia, ma questo documentario ce la fa scoprire come un personaggio di tutto rilievo, che i mezzi di comunicazione non hanno sufficientemente aiutato a conoscere.
Il regista ha conosciuto la Dzubilo tramite T Delong (transessuale FTM) suo compagno di lotte e poi anche marito. Chloe Dzubilo è morta durante il processo di lavorazione del film, questo ha spinto Sánchez ad andare sino in fondo nel suo lavoro, per dare al ricordo di Chloe Dzubilo la luce che meritava. Chloé Dzubilo è stata una attivista per i diritti delle persone transgender e delle persone con HIV. Negli anni ’80 e ’90 la transessualità combinata con l’AIDS era ancora un argomento tabù. Negli spettacoli che Chloé organizzava con la sua band punk rock the Transistrers venivano attuate proteste anche estreme, tipo volantini dipinti col sangue. Componeva poesie ed era una artista figurativa. Ha continuato a fare disegni, legati alla sua condizione e alle sue lotte sino alla fine.
Una delle qualità di ” I Hate New York   ” è la sua   colonna sonora a cui partecipa l’artista venezuelano e produttore Arca.

(Antonio Schiavone e Roberto Mariella)

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