Cinema

Prima giornata al 16mo Florence Queer Festival

Dai nostri inviati Antonio Schiavone e Roberto Mariella

Ha inaugurato la 16ma edizione del Florence Queer Festival la proiezione con ingresso gratuito di ‘Rafiki’ della regista keniota Wanuri Kahiu, in anteprima italiana, in una sala piena nonostante l’orario pomeridiano, evento organizzato insieme al Festival dei Diritti, festival alla sua seconda edizione, che ha come fine quello di “sensibilizzare contro la violenza sulle donne, gli stereotipi di genere e le discriminazioni lgbt”. Ha portato i saluti del Comune di Firenze l’assessora alle Pari opportunità Sara Funaro. I due festival hanno programmato insieme anche la proiezione, in anteprima assoluta, del documentario ‘Il calciatore invisibile’ di Matteo Tortora, venerdì 5 ottobre alle 21,30.

Rafiki di Wanuri Kahiu

(Kenya, 2018, 83’) v.o. inglese sott. Italiano

Voto: 

Rafiki, che in swahili significa amico,  è il primo film prodotto in Kenya ad arrivare al Festival di Cannes, presentato quest’anno nella sezione “Un certain regard”.

Il film si basa sul racconto “Jambula Tree” di Monica Arac, vincitore nel 2007 del premio Caine, per la scrittura africana. “Jambula Tree” racconta di due ragazze adolescenti, che hanno una storia di amore in Uganda, Paese dove l’omosessualità è illegale. Nel racconto le due ragazze vengono spiate da un vicino di casa appollaiato su un albero chiamato Jambula.

La regista Kahiu ha trasferito l’azione in Kenya per sensibilizzare il proprio paese sui diritti LGBT. Protagoniste del film sono le giovani Kena e Ziki. Kena è un po’ un maschiaccio, gioca a calcio con i ragazzi ed è molto brava a scuola, ma è destinata a studiare da infermiera e poi lavorare con suo padre. Ziki è all’opposto una bella bambolina viziata, di famiglia benestante, non le piace studiare e passa il giorno a divertirsi con le amiche.

Le loro strade s’incrociano quando i loro padri entrano in competizione per un seggio nel Consiglio del Distretto di Nairobi. Il loro è amore a prima vista, ma i loro incontri non passano inosservati, in un posto dove regna il pettegolezzo, il machismo e l’omofobia della gente, della chiesa e delle istituzioni. Il film che fino a quel punto era una allegra e coloratissima storia romantica fatta apposta per piacere agli adolescenti, prende tutta un’altra piega. Rispetto al racconto il film lascia comunque aperto uno spiraglio di speranza.

Si tratta qui di una riproposizione della classica tragedia di Romeo e Giulietta, dove le protagoniste sono due ragazze africane, che per fortuna non ci lasciano la pelle. La vita travagliata del film è la conferma del fatto che Rafiki è un film necessario. Wanuri Kahiu ha dimostrato di essere oltre che  una brava regista, anche una donna con coraggio da vendere. la Kenyan Film Classification Board aveva vietato la distribuzione del film, con questa motivazione: “il film è stato escluso perchè affronta il tema dell’omosessualità col chiaro intento di promuovere il lesbismo in Kenya, contro le leggi e i valori dominanti nel Paese. E’ immorale trasmettere contenuti che glorificano i vizi. Il 99% dei cittadini è d’accordo con noi”. La regista, ha quindi fatto ricorso al divieto e protestato, affermando che in questo modo si sono voluti limitare i diritti di chi fa cinema e del pubblico, mentre “la costituzione afferma   che gli artisti hanno il diritto alla libertà d’espressione.” Fortunatamente un giudice keniota ha temporaneamente revocato il divieto, rendendo  il film visibile per una proiezione al giorno per una settimana, ad un pubblico adulto, così da renderlo idoneo ad essere inserito nelle candidature per un Oscar in lingua straniera. Il Kenya Film Classification Board, ha ribattuto che considera ancora Rafiki moralmente sovversivo. La sentenza favorevole ha alimentato le speranze dei sostenitori dei diritti dei gay in Africa. Ma sarà finita qui?

* * * * *

La serata è iniziata con un recital della cantante toscana Letizia Fuochi dedicato alla grande cantante messicana Chavela Vargas, che era già stata ricordata da questo festival l’anno scorso. Letizia Fuochi ha cantato con grande bravura tre brani di Chavela alternati da testi sulla sua vita.

Dopo i ringraziamenti di rito da parte dei Direttori del Festival Roberta Vannucci e Bruno Casini e un saluto di Tommaso Sacchi dell’Assessorato alla cultura del Comune di Firenze sono partite le proiezioni.

Fugaz di Herminio Cardiel Martin

1′ 2016 Spagna

Voto: 

Dura meno di un minuto, giusto il tempo del passaggio di una stella cadente. Un giovane e la sua ragazza guardano il cielo stellato, lei gli chiede di esprimere un desiderio.   Fulminante come una scintilla e molto divertente.

 

Michael Joseph Jason John di Scott T. Hinson

(Usa, 2017), 10’, v.o. inglese, sott. Italiano

Voto: 

Alla presenza del regista Scott T. Hinson che sul palco si è impegnato in un simpatico messaggio di saluto al pubblico tutto in italiano.

Michael Joseph Jason John” è contemporaneamente una storia di focoso sesso casuale, una storia romantica solo immaginata e un thriller con un possibile finale poco piacevole. Il protagonista (il regista stesso) è un giovane uomo, di bell’aspetto, romantico e un po’ ingenuo. Sulla metropolitana di New York, incontra un uomo davvero molto sexy (l’attore messicano Eric Robledo) e di pochissime parole. Subito se lo porta subito in casa. Dopo una notte di passione, il bel tenebroso se ne va e l’inquilino del n. 8 rimasto da solo immagina come potrebbe essere la sua vita in coppia con lo sconosciuto. Ma sogno e realtà sono due cose ben diverse. Il sesso occasionale può riservare sorprese.

1985 di Yen Tan

(USA, 2018), 85’, in anteprima italiana

Voto: 

“1985” del regista malese-americano Yen Tan, è un dramma familiare girato in bianco e nero, ambientato durante la prima ondata di contagio dell’AIDS nell’America di Ronald Reagan.  Adrian (Cory Michael Smith – detective privato in “Carol” di Todd Haynes) è un giovane gay impiegato pubblicitario che vive a New York da più di vent’anni. Per le feste di Natale decide di andare a far visita ai genitori a Fort Worth in Texas, dopo un’assenza di alcuni anni. Il saluto piuttosto freddo che Adrian riceve in aeroporto dal padre, ci fa già capire che i loro rapporti sono freddi da tempo. Invece la madre accoglie Adrian con grande affetto. Suo fratello piccolo Andrew inizialmente lo tratta con freddezza, mostrandogli di non averlo perdonato perché lo ha lasciato da solo e tenuto fuori dalla sua vita. Poi però l’antico legame tra i due torna a prevalere, complice la comune passione per Madonna. Apprendiamo che il padre aveva distrutto quasi tutte le cassette amate da Andrew e così intuiamo come doveva essere stata l’infanzia di Adrian e perché se ne sia andato. Il piccolo Andrew a scuola non ama lo sport ed è attore protagonista di Arsenico e vecchi merletti, cosa che il padre non approva. Intuiamo che forse i due fratelli sono più simili di quanto non sembri. Dal presepe in giardino, alla radio cristiana sempre accesa, alla Bibbia che riceve come regalo natalizio, tutto nella casa dei suoi contribuisce a non far sentire Adrian a suo agio.  Egli non ha detto ai suoi genitori tante cose importanti su sé stesso: la sua sessualità, la sua salute precaria, la sua recente grande perdita. Scopriamo un po’ alla volta frammenti della sua vita, ma non si capisce se la verità verrà completamente fuori. Di nascosto Adrian assume delle pillole prima di andare a letto, ma nel film nessuno usa parole come “AIDS” o “gay”. Solo con Carly, la ragazza coreana-americana amica d’infanzia, con la quale egli era stato assieme nell’adolescenza, Adrian riesce finalmente a essere sincero. Nel corso del film la figura del padre si addolcisce, entrambi i genitori hanno capito molto più di quanto lascino intendere e sono preoccupati.
Con questo film il regista Yen Tan guarda ad un periodo della storia americana che molti ricordano con nostalgia, mentre nella comunità gay viene ricordato soprattutto per i lutti legati all’AIDS.   Lavorando a stretto contatto con il suo direttore della fotografia e co-sceneggiatore Hutch, il regista ha deciso di girare il film in bianco e nero e in 16 mm, con un leggero effetto sgranato, per creare un’atmosfera che sembrasse senza tempo, evitando di dare al film una connotazione decisamente anni ottanta, un decennio troppo colorato; Yen Tan   non voleva che la scenografia distogliesse l’attenzione degli spettatori dai personaggi.

Nel film riveste un ruolo centrale il rapporto tra i due fratelli, non sappiamo con certezza quale sia l’orientamento sessuale del fratello minore, ma intuiamo che anche lui è gay. L’epidemia di AIDS ha eliminato una grossa fetta di un’intera generazione di gay, tra questi molti eccellevano nel loro campo e la loro morte prematura ha impedito loro di dare del loro meglio. La generazione successiva non ha potuto fare affidamento sulla loro guida. Adrian rappresenta questa generazione perduta, il regista e noi che guardiamo il film siamo nella posizione del fratello minore, rimasto senza la spalla di suo fratello maggiore a cui appoggiarsi. Il regista ha voluto raccontare questa tragedia, che in questo senso ci ha tutti colpiti, attraverso la storia di un uomo qualunque, una delle tante storie che solitamente non raggiungono gli onori dello schermo. Il film è davvero molto bello e commuovente.

1985 già vincitore di diversi premi, è una estensione tematica dell’omonimo corto di 8′ del 2016, che però era girato a colori e fin dai primi secondi non nascondeva niente della storia. Nel corto 1985 il protagonista, rimasto solo con il cagnetto del compagno, prima di partire per andare a trovare i suoi si faceva aiutare da una estetista porta a porta a coprire i segni dell’AIDS sul suo volto. In Pit Stop del 2013, Yen Tan aveva affrontato il tema della solitudine degli omosessuali in una cittadina conservatrice del Texas (lo Stato cui vive anche il regista).

* * * * *

Alle 19 sono state inaugurate le due mostre.

Nel foyer del teatro la mostra fotografica Viva la Libbbertà di Pia Ranzato

Per spiegare il senso della mostra non c’è niente di meglio delle bellissime parole di Pia Ranzato nella sua presentazione:

Quando mi è stato chiesto di fare una mostra fotografica nell’ambito del Queer Film Festival a Firenze, ho accettato perché considero che il festival rappresenti, per questa città, uno spazio prezioso di visibilità e coraggio.

Ma che fare? Quali immagini proporre per accompagnare le giornate del festival? Cosa aggiungere alle immagini di tanti Pride celebrati in tutto il mondo, e che già offrono una rappresentazione teatralizzata, creativa e dirompente del mondo Queer?

Mi è venuta in soccorso un’immagine ripresa a Napoli alcuni anni fa. VIVA LA LIBBBERTA’, recita il vecchio muro. Una libertà con tre B conquistata a fatica e celebrata attraverso una grammatica, più che errata, iperbolica. Ho pensato che questa libertà sgrammaticata rispecchiasse bene la filosofia del Queer, che è quella di eludere le regole e le rappresentazioni prefabbricate, non per affermare una diversa e presunta nuova identità, ma per rompere la gabbia di ogni identità.

E piano piano dai cassetti della memoria e del mio archivio ho raccolto le immagini riprese in tempi e luoghi diversi, di persone sconosciute o famose, che amano, ballano, lottano, o più semplicemente si godono la vita contro ogni pregiudizio, affermando la propria libertà fuori dagli schemi.

Pia Ranzato è un personaggio molto interessante. Laureata il filosofia, era stata assistente di storia del cinema con Pio Baldelli alla Facoltà di Magistero di Firenze. Bruno Casini era stato un suo studente. Lei comunque ha precisato che in realtà avevano solo un paio di anni di età di differenza. Come fotografa ha girato il mondo e pubblicato diversi libri. Nel suo percorso da fotografa, è sempre rimasta attenta ai temi sociali, con un occhio particolare alla condizione delle donne. Le fotografie sono davvero stupende e si lascia la mostra col desiderio di vedere ancora di più.
Mostre come questa che si chiama Viva la Libbbertà e festival come questo che quest’anno ha come parola chiave ‘revolution’ colorata con i colori dell’arcobaleno, sono risposte necessarie, con lo strumento dell’arte, al clima di intolleranza verso le differenze che ci circonda sempre di più in questi tempi.

* * * * *

Nella saletta My Movies è stata inaugurata la mostra

Una rivoluzione da sfogliare. Pagine di editoria periodica LGBTQ+ curata da Luca Locati Luciani.

La mostra è stata dedicata a Robi Rapp l’attivista svizzero morto da poco, che era stato ospite un paio di anni fa qui al Festival. In mostra ci sono anche un paio di vecchi volantini della rivista Der Kreis , curata da Rapp e il suo compagno.

Si tratta di un riallestimento, in formato ridotto per ragioni di spazio, della bellissima mostra dell’anno scorso ‘QUEER|ODICALS Editoria periodica LGBT dal 1870 a oggi nella collezione di Luca Locati Luciani’ alla Biblioteca Sormani di Milano. Alcuni pezzi sono stati scelti apposta per Firenze, con alcune rarità nate proprio in Toscana.  Luca ha fatto qui una scelta più mirata di tutta l’editoria LGBT italiana e internazionale, anche perché lo spazio ovviamente è più piccolo rispetto a Milano.

Luca Locati Luciani ha fatto una breve presentazione al pubblico della sua mostra. Oltre ad essere uno dei più importanti collezionisti privati italiani di materiale LGBT, Locati Luciani è un studioso di storia LGBT e scrittore. Suo è “Crisco Disco. Disco Music & clubbing gay” una lettura indispensabile per chi voglia approfondire questo argomento.

(Antonio Schiavone, Roberto Mariella)

 

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.