Cinema

Terza giornata al 32mo Festival Mix di Milano

Grazie al prezioso aiuto del Ufficio Stampa del Festival MIX, che ci ha messo anche a disposizione un validissimo traduttore, abbiamo potuto intervistare i registi di due film diversissimi tra loro, ma entrambi tra i migliori di questo festival: Venus e M/M.

INTERVISTA A EISHA MARJARA E JOE BALASS SUL FILM “VENUS”

Eisha Marjara e Joe Balass sono rispettivamente regista e produttore di Venus, un film davvero commuovente e divertente, in programmazione oggi purtroppo in un orario un po’ infelice, alle 16,40. Entrambi sono canadesi, ma Eisha Marjara ha origini indiane sikh, mentre Joe irachene. Joe ha collaborato per molti anni nella programmazione del Festival MIX ed è egli stesso un affermato regista.
Domanda
Innanzi tutto volevo fare i complimenti alla regista, è il suo primo lungometraggio, incredibile, soprattutto perché è un film che non si rivolge solo ad un determinato pubblico ma è aperto ad una vasta platea, omosessuale, eterosessuale ecc. e noi abbiamo molto bisogno di film come questi che si rivolgono a tutti. Volevo sapere come nasce l’idea del film e se ci sono in questo suo film dei riferimenti personali.
Eisha Marjar
Ogni film che faccio ha un qualcosa di autobiografico, cerco sempre di portare tutta la mia esperienza nei miei film, ai quali lavoro per anni, se non fossi emozionalmente coinvolta non riuscirei a farli. Il tema del gender e dell’esperienza transessuale mi ha sempre interessata e avevo già esplorato questo soggetto in un mio precedente cortometraggio che si intitolava House for sell.
Domanda
Un’altra cosa interessante nel film è che il tema principale non è la transizione del protagonista, che si dà quasi per scontata, ma è invece la reazione a questa trasformazione delle persone che circondano il protagonista. Volevo chiedere se per lei oggi il problema dell’accettazione personale è superato, mentre nella società c’è ancora molto lavoro da fare.
Eisha Marjar
Dopo aver conosciuto e parlato con membri della comunità trans ho realizzato che non volevo enfatizzare gli aspetti medici dei trattamenti chirurgici ed estetici della transizione, ma piuttosto mi interessava cosa voleva dire per una persona transessuale cercare di essere se stessa e le reazioni delle persone intorno a lei.
Domanda
Un altro tema forse importante del film è quello della famiglia. Nel film ci sono tre famiglie, quella della protagonista, quella del ragazzo, e quella del suo fidanzato, in due di queste famiglie c’è una evoluzione, un progresso. Lei pensa che oggi sia la famiglia il tema fondamentale per tutti, omosessuali o eterosessuali ?
Eisha Marjar
Ovviamente quello che siamo e la nostra posizione nel mondo è largamente determinato dalle nostre famiglie e anche il processo dell’affermare se stessi delle persone LGBT è molto legato alla famiglia e penso che sia giusto così.
Domanda
L’attore protagonista non è transessuale, ma è bravissimo e ha vinto anche dei premi. Che cosa pensa della polemica che invece vorrebbe attori trans per parti trans ?
Eisha Marjar
Tutte le regole troppo rigide non aiutano nessuno, compromettono i risultati artistici ed i messaggi dietro i lavori artistici. Nella scelta è importante il soggetto, noi abbiamo lanciato dei casting aperti per un personaggio transessuale con determinati requisiti: l’età doveva essere intorno ai 35 anni e il personaggio doveva apparire in una fase pre-transizione, cioè doveva potersi presentare sia maschio che femmina e questo ha limitato la scelta.
Joe Balass
Volevo aggiungere che comunque l’attore principale ha vinto un premio in un festival di cinema transgender per le sue interpretazioni; tutti i film erano transgender, il pubblico era transgender e ha premiato questo attore. Come diceva prima Eisha l’arte deve venire prima di tutto, dopo di che dobbiamo comunque offrire la possibilità di partecipare alle audizioni agli autori che sono trans o che appartengono alla comunità dipinta nel film. Questo è molto importante e l’abbiamo fatto, ma alla fine abbiamo scelto l’attore migliore per il ruolo.
Domanda
E’ stato difficile trovare e poi dirigere l’attore per il personaggio del ragazzino, che si rivela anche lui molto bravo, una vera sorpresa?
Eisha Marjar
Il casting è stato molto impegnativo, è durato più di un anno e mezzo ed ha coinvolto diversi paesi: Canada, USA, Gran Bretagna e Germania. Una volta trovato, il ragazzo era già perfetto per la parte e non ho dovuto fare niente di più. Gli attori dei due personaggi principali, Sid il padre ( Debargo Sanyal un attore di New York) e Ralph (Jamie Mayers di Montreal) hanno dimostrato una chimica molto forte dalla prima volta che hanno recitato assieme ed è stato subito chiaro che la scelta era quella giusta.
Domanda
Abbiamo letto che Joe Balass ha contribuito alla realizzazione del film non solo come produttore ma anche nel dare consigli per migliorare il progetto iniziale del film. Volevamo chiede a Joe se questo è vero e che cosa hai fatto per lo sviluppo della storia.
Joe Balass
Eisha è la regista ed è suo il soggetto originale, però abbiamo lavorato insieme, molto vicini e abbiamo scambiato idee per tutto il tempo. Il soggetto ci ha preso quasi cinque anni, tre anni dei quali per la sceneggiatura e durante questo periodo abbiamo sempre scambiato idee tra di noi. Una delle cose principali su cui ho insistito, ma sempre con l’accordo di Eisha, era l’aspetto familiare della famiglia indiana, per me era molto importante evidenziare questo aspetto del film anche per differenziare Venus dagli altri film sulle persone trans. Un’altra cosa in cui abbiamo molto collaborato è stato il casting.
Domanda
Come è nata la vostra collaborazione?
Eisha Marjar
La prima ìtaliana del mio corto House For Sale fu proprio in questo festival cinque anni fa.
Joe Balass
Io mi occupavo della programmazione al Mix soprattutto per i film canadesi e la nostra amicizia è nata qui, però già ci conoscevamo all’interno della comunità delle persone che si occupano di cinema a Montreal. Per Venus un giorno lei mi ha chiamato dicendomi ‘ sto cercando un produttore, questo progetto può interessarti?’ e io ho detto si.
Domanda
L’ambiente di lavoro nel film è rappresentato come indifferente alla problematica trans. La cosa ci ha sorpresi perché in Italia può essere più facile fare coming out in famiglia e tra gli amici piuttosto che sul luogo di lavoro.
Eisha Marjar
Non so bene quali siano le differenze nel il livello di accettazione delle persone trans in Italia e in Canada, sicuramente anche in Canada c’è ancora strada da fare per quanto riguarda l’accettazione delle persone LGBTQ e trans sul luogo del lavoro. Certamente c’è poi la nuova amministrazione Tramp negli Stati Uniti che fa sentire il suo peso geopolitico sul Canada. Comunque la situazione dei diritti LGBTQ in Canada è ad oggi molto solida. Molto dipende anche dal tipo di lavoro. Nel film Sid lavora come architetto, quindi in un ambiente istruito in qui c’è più tolleranza e apertura mentale. In altri ambienti, come ad esempio nelle costruzioni ci può essere meno tolleranza.
Joe Balass
Voglio aggiungere che i diritti per la comunità LGBT in Canada sono scritti nella legge e quindi la discriminazione è più difficile da fare che in Italia.
Domanda
Qual è il significato della scena in cui Ralph indossa e poi ruba le scarpe coi tacchi della mamma ?
Eisha Marjar
E’ una domanda che mi è stata fatta molte molte. Ralph arriva a casa, è da solo, ha bevuto un paio di bicchieri di vino, si vuole divertire e si vuole avvicinare in qualche modo alla madre che ha idealizzato. Vedo meno centrale il fatto che lui metta in discussione il suo genere o no, è piuttosto un modo di avvicinarsi alla madre mettendosi nei suoi panni. In realtà ciò che Ralph rappresenta nel film è l’accettazione incondizionata. Rappresenta una nuova generazione spero meno rigida, più fluida nell’accettazione delle differenze e delle diversità di genere.
Domanda
Ci può dire qualcosa sui suoi prossimi progetti ?
Eisha Marjar
Sto lavorando su due progetti, uno è una serie TV basata sul soggetto di Venus, mentre il secondo è un film intitolato Calorie, più drammatico centrato sulla relazione madre/figlia, ambientato tra Canada e India, dove sono centrali i ruoli femminili.
Joe Balass
Vorrei aggiungere che per la serie TV stiamo facendo il casting. Iniziamo di nuovo da zero per trovare l’attore per il ruolo principale. Siamo quindi molto aperti se ci sono anche in Italia degli attori transgender di origine sud asiatica che vogliono fare il casting si facciano avanti.


M / M di Drew Lint

VOTO:  

Sorprendente opera prima di un giovanissimo regista canadese, Drew Lint, che scrive e dirige un film affascinante ed intrigante, forse troppo sperimentale per accontentare tutti, cosa che, a nostra parere è più un pregio che un difetto. Ci racconta la storia di Matthew (Antoine Lahaie), un canadese che si trasferisce a Berlino dove, in piena solitudine, sta cercando d’inventarsi una nuova vita, tra immaginazione e realtà. Lavora come assistente in piscina, dove viene colpito via chat da Mathias (Nicolas Maxim Endlicher) che si trova al bordo opposto della piscina. Mathias è un bell’uomo che lavora come modello per le nuove tecnologiche, molto dedito al sesso. Matthew sembra colpito e ossessionato da Mathias che inizia a seguire fino a sedurlo (ma forse è anche Mathias che vuole farsi sedurre). Quindi sesso a raffica, praticamente solo sesso e chat. Matthew vuole impossessarsi di Mathias (per amore?), il sesso non è sufficente, vuole diventare come lui, forse vuole diventare lui… La storia può avere diverse interpretazioni, come ci ha spiegato il regista (vedi intervista qui sotto), escludendo però che si tratti di una storia sentimentale. Siamo in un mondo onirico, immaginario, quasi artificiale, sicuramente tecnologico, dove c’è ancora molto da esplorare. Il film vuole comunicare non solo con una storia, ma soprattutto con immagini, studiatissime, ricercate, sempre coerenti l’una con l’altra, dove personaggi, ambienti, muri, palazzi diventano un tuttuno, diventano forse il mondo che ci attende (che può piacere ma anche spaventare). Un film che ci fa pensare, scusate se è poco!

INTERVISTA AL REGISTA DREW LINT

Domanda
Abbiamo letto che nel tuo film ci sono riferimenti autobiografici, vuoi raccontarci quqalcosa in merito?
Drew Lint
E’ vero che il film è personale in molti aspetti, è infatti basato sulle mie percezioni iniziali quando mi sono trasferito dal Canada a Berlino. La storia del film è totalmente inventata, ma è stata costruita sul mio stato mentale a quel tempo, ero nuovo a Berlino e stavo cercando la mia strada.
Domanda
Consideri il tuo film più un esercizio di stile, cioè un film d’avanguardia, molto ricercato, con immagini con una forte predominanza estetica, oppure ti interessava di più il contenuto, cioè raccontare anche una storia in particolare.
Drew Lint
Mi piace pensare che ci sia una combinazione delle due- E’ chiaramente un film molto estetico e chiaramente come in tutti i film la storia è molto importante. Il modo in cui la storia è raccontata, la struttura narrativa e lo stile preciso che ho scelto è per me importante tanto quanto la storia stessa.
Domanda
Ci sembra che ci possano essere due diverse letture del contenuto del film. Si può vederlo come la storia di una ossessione: il protagonista che vuole diventare come il ragazzo che incontra, e infatti si taglia i capelli come lui e quando l’altro ha un incidente prende addirittura il suo posto in casa sua e va con i suoi amanti… Oppure la storia potrebbe essere vista come una grandissima storia di amore, sai che si dice che ognuno uccide l’oggetto che ama. Qual’è l’interpretazione più corretta tra le due?
Drew Lint
E’ molto interessante per me vedere come le persone interpretano il contenuto del film. Chiaramente il film è aperto a molte letture ed è interessante vedere quello che il pubblico dice di averci visto. Per me il cuore del film, più che l’ossessione o l’amore, è il desiderio di sentirsi parte di una comunità, il disperato desiderio di sentirsi accettati.
Domanda
Nel film i dialoghi sono ridotti al minimo tra i due protagonisti, sia quando sono insieme che anche quando fanno sesso non c’è mai un dialogo diretto, ma si parlano solo attraverso la chat sul cellulare. Cosa volevi dire con questo? Che oggi non c’è più comunicazione tra i giovani?
Drew Lint
Nel film ho voluto comunicare un senso di alienazione molto forte tra i protagonisti, che si vede sia nella mancanza di dialoghi, che nella fotografia, nell’estetica delle architetture, le strade deserte, i palazzi dall’aspetto ostile. Ci sono due aspetti, sia il ritrovarsi in una nuova città, isolati dalla comunità e anche una riflessione più in generale sui grossi cambiamenti tecnologici nel modo di comunicare in questi ultimi anni e quindi la difficoltà di comunicare con le nuove tecnologie. E’ c’è anche una riflessione sul fatto che il non parlare con le persone porta al creare nella propria testa una realtà artificiale, completamente scollegata con la realtà effettiva.
Domanda
In diverse scene del film c’è una stampante 3D che costruisce una statua a immagine del protagonista. Con questo volevi esprimere una critica alla tecnologia, in quanto disumanizza, oppure volevi dire qualche cosa d’altro?
Drew Lint
Più che una riflessione sulla tecnologia in sé, era proprio il far vedere come la tecnologia al giorno d’oggi sia una parte integrante della nostra vita di tutti i giorni. E’ interessante questa riflessione sulla disumanizzazione della tecnologia, che però in realtà è più parte dell’estetica complessiva del film che una vera e propria riflessione.
Domanda
Nel film c’è molto sesso anche occasionale e invece sembra che manchino dei sentimenti profondi, quando sembra che qualcosa di più profondo potrebbe nascere, viene subito troncato. Hai questa visione della vita dei giovani di oggi?
Drew Lint
Certamente non è un film che parla di sentimenti e di amore. Ho intenzione di fare un film dove l’amore sia più centrale, magari non proprio il prossimo, ma quello successivo sicuramente, perché ormai è troppo tempo che lavorando per questo film ho questa oscurità che mi gira in testa.
Domanda
Vuoi dirci qualcosa sul film che stai facendo adesso.
Drew Lint
Diciamo che sto ancora scrivendo, non voglio dire altro. Vorrei girare un film sicuramente con più donne e probabilmente non ambientato a Berlino.

(a cura di Antonio Schiavone, Roberto Mariella, Gianco Mangiarotti)

ALTRI FILM VISTI

“The passionate pursuit of Angela Bowen” – documentario di Jennifer Abod (2016)

VOTO:  

Voci dal femminismo.
Non starò qui a narrarvi per filo e per segno l’incredibile storia della poliedrica Angela Bowen, né i nomi di coloro che ha incontrato nella sua prolifica vita (uno su tutti, Audre Lorde), ma la luce e le lacrime negli occhi di chi l’ha conosciuta, il cambiamento delle vite di coloro che ha incrociato, le persone che l’hanno amata, fanno di quest’opera un documentario prezioso.
Racconta la sua vita attraverso sei decadi, dai primi anni ’50, con fotografie, riprese originali, interviste a persone che l’hanno accompagnata nella sua evoluzione. Il marito, i figli, danzatori e coreografi con cui ha lavorato, i suoi studenti, e, non ultima, la sua compagna.
Fondatrice nel 1963, insieme al marito, della famosa Bowen-Peters School of Dance, ha iniziato alla danza alunni delle classi più povere in un quartiere degradato a ridosso dell’università di Yale. “Avevamo 14 studenti quando iniziammo e 7 di loro non erano in grado di pagare”.
Donna dai mille ritmi: la danza fu il suo primo amore fin dai 14 anni, madre, insegnante, poi scopertasi lesbica, femminista, attivista, poi docente universitaria, e soprattutto nera.
Documentario toccante sulla vita e sugli amori di una donna straordinaria, dapprima il marito, due figli, la scuola di danza, gli studi e l’insegnamento, e poi il grande amore: una donna, ma bianca. La sua partner per 36 anni, la regista Jennifer Abod, non per nulla qualcuno ha definito quest’opera la sua lettera d’amore per Angela.
Angela Bowen, tuttora vivente e malata di Alzheimer, è all’origine del Black Feminism negli anni ‘60. Un punto nella storia nel quale le sfide di razza, classe, genere e sessualità, hanno giocato un ruolo decisivo nelle scelte della sua vita e in quelle dell’intera società allora in cambiamento.

(Roberta Bellora)

“Nina” – lungometraggio di Olga Chaidas (2018)

VOTO:  

Nina ha una famiglia, i famigliari, una sorella, il marito. Lungometraggio dai ritmi lenti, una vita noiosa alla ricerca dell’unica speranza di avere un bambino: una madre surrogata.
Nina – Insegnante di francese alla scuola superiore, sposata con Wojtek, con alle spalle tentativi falliti di avere dei figli, incontra una giovane donna.
Magda (l’attrice ci omaggia della sua presenza in sala in questo 32° Mix) lei famiglia non ne ha, sua madre vive lontana, non ne parla mai, o meglio ha le amiche, quelle della squadra di calcio, sono loro la sua famiglia. Lesbica, sola ma senza rinunciare a frequenti rapporti occasionali.
Nina e il marito cercano una madre surrogata del loro bambino e la scelta cade proprio su Magda.
Nina, gli occhi chiari, quasi di ghiaccio, i capelli corti, con la mano li accarezza sempre alla base della nuca, un gesto sensuale, lo fa mentre cammina.
Magda, i capelli lunghi, gli occhi che sembrano verdi, e la sfrontatezza di chi si accende una sigaretta mentre si cala il cappuccio della felpa.
Nina, Magda. Una più bella dell’altra.
Girato da vicino, forse troppo vicino, talvolta quasi ad aver solo la visuale della protagonista, a volte l’immagine pare persin sfocata, buia anche di giorno, racconta la storia d’amore che nasce tra le due donne nel tran tran della vita di una coppia eterosessuale a cui manca qualcosa.
Un film nel quale le due protagoniste si raggomitolano dentro l’utero di una madre. Una grotta tutta fatta di veli, di luce rossa, soffusa, venata di nero, nel sottofondo un suono ritmato, lontano, è lì che Nina e Magda si rifugiano, si odorano, cominciano a scoprirsi.
Madre, figlia. Inizio, ricerca.
Un film che prende ritmo solo grazie alle scene di sesso. Quelle tra Nina e Magda, calde, ma di quel calore di contenimento: ti tengo, ti avvolgo, ti abbraccio, ti accompagno, lasciati andare, non preoccuparti, con me non puoi cadere, sembrano dire le braccia forti, il viso chiaro di Magda.
Nina entra in un altro mondo, lì dove non c’è un marito, lì dove Magda vive, i locali lesbici, le amiche, quel mondo.
Ma poi sfugge, incredula di questo inaspettato amore: “Sto diventando pazza!”. Magda le manda un messaggio semplice e forte, pieno della sua disperazione: Ti amo. Ti amo.
Nina confessa alla sorella: “Mi sono innamorata”, e quella di rimando “Di chi? Di uno studente?”, “Surrogata – risponde Nina – mi sono innamorata della surrogata. Mi sono innamorata di una persona” “Sei bisessuale?” rincara la sorella, “Sono Magda-sessuale” precisa Nina.
Wojtek lo scopre, è geloso. Una sera porta via Magda da un bar, la carica in auto, ubriaca, e la porta a casa.
Ma qui ecco il colpo di scena!
Wojtek, Magda…
Nina troverà quello a cui tanto anela?

(Roberta Bellora)

“Sensitivity training” – lungometraggio di Melissa Finell (2016)

VOTO:   

Il potere della relazione.
Serena è una biologa sempre arrabbiata. Il suo unico interesse sono i batteri, la sua ricerca in laboratorio. In lite perenne col mondo, dalla risposta cruda e sempre sarcastica, secca coi sottoposti, lamentosa coi superiori, incapace di creare un clima sano e un rapporto di gruppo al lavoro, non ha vita sociale, è sola. Insomma, manca proprio di tutto. Così il suo capo assume una dottoressa che l’aiuti a lavorare su se stessa e sulle sue difficoltà. Un training di sensibilizzazione.
Caroline. Sociologa, psicologa, con due dottorati nelle scienze umane – in questo film il suo lavoro ha il taglio della coaching motivazionale, la life coach all’americana – sempre sorridente, radiosa, pacifica, con un atteggiamento positivo nei confronti della vita e una dolcezza rara. Ogni giorno torna a casa dopo il lavoro dalla moglie e una figlia, una famiglia serena. A scuola la bambina viene presa in giro dai compagni non perché ha due mamme, bensì perché ama il colore viola.
Il suo compito è quello di affiancare Serena nella vita di tutti i giorni, la sua presenza è costante in laboratorio e nei momenti di svago di Serena. Le indica la strada per affrontare il suo rapporto col mondo, la aiuta, le sta vicina, nei suoi piccoli traguardi, nelle sue mete mai raggiunte prima, come fosse uno specchio in cui Serena si vede, si misura, si calcola, si ricalcola. Just breathe. Ricorda, respira.
Quando Serena, grazie a Caroline, scopre la chiave di accesso alla sua storia personale, nella sua vita con la famiglia di origine, capisce perché è così arrabbiata, così ben difesa dalla vita: teme di essere abbandonata, di nuovo, ogni volta, come è successo con sua madre.
Allora perfino il clima in laboratorio cambia, il gruppo è unito, coeso, più motivato nel lavoro di ricerca.
Un film simpatico, divertente, a tratti esilarante, una storia che con la sua leggerezza rivela il potere della relazione, il potere dell’aver cura (dell’altro), dello stare con (l’altro): quale che sia la sua provenienza, è sempre una risorsa.
Ma… Caroline finisce per passare più tempo con Serena che con la sua famiglia. Cosa succede adesso?
Forse Serena ha scoperto di provare qualcosa di diverso per Caroline?
O forse…

(Roberta Bellora)

“Un couteau dans le coeur” di Yann Gonzalez

VOTO:  

Uno dei film che ha fatto più discutere all’ultimo festival di Cannes. Molti detrattori (non si capisce se sia un thriller o una satira, noioso, ripetitivo, ecc.), pochi estimatori (ricorda il primo Aldovar, diversi momenti esaltanti, bellissimo viaggio estetico, ecc.). Noi ci siamo trovati nel mezzo, forse perchè avevamo un’aspettativa altissima (cosa che spesso prelude a qualche delusione), forse perchè non siamo riusciti ad entrare nel vortice della pur semplice trama, restando sempre con qualche domanda senza risposta. La cosa che più ci ha convinto è la lettura, proposta dallo stesso autore, di una metafora sull’Aids, rappresentata dall’assassino che colpisce i gay più viziosi, con il gruppo del cast dei film porno che rappresenta la comunità gay che sta sperimentando in modo gioioso ed intenso la propria sessualità, con la polizia che dovrebbe indagare sugli assassinii ed invece si dimostra latitante, come fece il governo francese (ma non solo) all’insorgere dell’Aids. La storia che racconta il film è invece quella di un serial killer (che dovremmo cercare di individuare, come in un buon giallo) che sconvolge un gruppo di gay impegnati nel mondo dei video porno, mentre la regista di questi film (una lunare Vanessa Paradis) anzichè preoccuparsi per la morte dei suoi attori, è tutta presa da una decennale storia lesbo interrotta bruscamente (la montatrice dei suoi film) e cerca, con assoluta freddezza e sarcasmo, di sfruttare la cronaca di questi omicidi in trame porno-gay. Poi la sceneggiatura cambia e si complica con viaggi onirici che vogliono dare una giustificazione a quanto sta accadendo, e qui noi restiamo un po’ perplessi… Sicuramente siamo davanti ad un film LGBT (praticamente lo sono tutti i personaggi del film), con una rappresentazione del sesso che va oltre la messa in scena dei set porno, quasi fosse un inno alla libera sessualità (vedi immagini post titoli di coda, da non perdere), con un montaggio dinamico, scenografie accattivanti, musica coinvolgente, insomma il piacere del cinema per tutti i nostri sensi. (GM)

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