Cinema

Altri film visti al 15mo Florence Queer Festival

Giornata di chiusura del Florence Queer Festival – Domenica 1 ottobre

 ore 19.30 QUEERBOOKS  

Il numero uno. Confessioni di un marchettaro di Francesco Mangiacapra. Iacobelli, 2017 Francesco Mangiacapra, con Willy Vaira, ha presentato la sua storia di giovane avvocato diventato prostituto. Un personaggio e un libro diventati un caso mediatico.

SCINTILLE. Firenze: Generazione Trend

di Bruno Casini e Carlo Gardenti (Italia, 2017, 54’) v.o. italiano

VOTO:  

Scintille è un documentario di 53 minuti che parla degli anni ‘80 a Firenze, sulla moda e sul clubbing. Si parla di Pitti Trend, una manifestazione che c’era a Firenze negli anni ’80, durata dall’85 all’88, attraverso materiali registrati in alcuni club come il Manila, con le sfilate, con interviste a stilisti come Samuele Mazza, Sandro Pestelli, Barbara Pignotti, Margherita Loconsolo, Loretta Mugnai. Ci sono anche materiali cartacei, riviste, memorabilia, copertine di dischi. Un documentario dallo stile volutamente vintage, per questo sono stati lasciati anche alcuni vecchi filmati non perfettamente chiari.

After Louie

regia di Vincent Gagliostro, 2017

VOTO: 

Sam (Alan Cumming) è un video-artista arrivato alla mezza età nella New York di oggi. Sam è da sempre un militante di ActUp nella lotta contro l‘AIDS,  ma ora si sente come l’unico sopravvissuto di una battaglia che ha perso e si chiede  se  davvero valeva la pena lottare. Dell’AIDS, che gli aveva portato via il compagno vent’anni prima, ormai nessuno più  parla, e anche i vecchi militanti sono ora imborghesiti e solo preoccupati di organizzare alla perfezione il loro matrimonio. Le nuove generazioni non sentono la necessità di sentirsi, in quanto gay, parte di una comunità. Tutto il mondo intorno a lui va avanti e Sam si sente sempre più depresso e arrabbiato con tutti. Il progetto di un documentario basato sui filmati degli ultimi giorni del suo  compagno morto di AIDS, assorbe ora tutte le sue forze, come se fosse il suo testamento. Cosi facendo Sam trascura  le sue  doti di artista. Una sera Sam incontra in un bar il 29enne Braeden e scambiandolo per un escort se lo porta a letto. Braeden tra il sorpreso e il divertito sta al gioco. Il rapporto tra i due  prosegue e questa inattesa intimità  sembra scuotere  positivamente Sam, mentre provoca qualche problema a Braeden nel suo rapporto con il suo compagno. Conoscendosi meglio emergono dettagli che riacutizzano la crisi di Sam che presto arriva a fare scenate un po’ con tutti coloro che gli vogliono ancora un po’ di bene. L’unica persona che egli continua a rispettare è un suo vecchio professore e mentore. Toccato il fondo Sam troverà la forza di riconciliare il suo passato con il presente.

After Louie, opera prima dello statunitense Vincent Gagliostro, egli stesso artista e  impegnato in ACT UP,  parla  con  franchezza di un argomento  importante nella nostra comunità,  descrivendoci sentimenti di smarrimento ben noti a chiunque in passato si sia impegnato nelle battaglie per i diritti LGBT e contro l’AIDS e oggi si ritrovi alle soglie della vecchiaia a tirare le somme della propria vita. Mentre i giovani gay oggi non sanno neanche chi ringraziare per i diritti di cui loro ora godono. Com’è noto, noi gay siamo una minoranza che ha delle difficoltà a trasmettere  i propri valori e la propria storia da una generazione all’altra, questo  nel film è affrontato analizzando i rapporti di Sem con tre diverse generazioni di omosessuali: il vecchio professore, gli amici coetanei e  il giovane Braeden.

Questo film, che  è stato apprezzato un po’ ovunque nel mondo,  ha il merito di affrontare un  argomento delicato, praticamente mai affrontato prima, ha degli ottimi interpreti principali,  una buona  regia che passa elegantemente da commedia a dramma e ritorno; succede però che quando un film indipendente americano si impegna in una nobilissima causa,  a volte sembra poco spontaneo, teatrale, anche se è fatto benissimo.

 


QUINTA GIORNATA AL FLORENCE QUEER FESTIVAL – Sabato 30 settembre

QUEER BOOK

ore 19.30

Il prezzo del sogno di Margherita Giacobino. Mon­dadori, 2017

Margherita Giacobino presenta il suo romanzo, una biografia romanzata, ma non troppo, di Patricia Highsmith, famosa scrittrice americana, lesbica dai molti amori, i cui romanzi hanno ispirato registi come Alfred Hitchcock, Wim Wenders e Todd Haynes.

Sodom

(2017) regia di Mark Wilshin

VOTO:  

Questo primo lavoro del regista Mark Wilshin ha per protagonisti due uomini gay differenti tra loro per età, estrazione sociale, vita privata, che si incontrano in una situazione inconsueta. Michael è un ex-pianista che è stato lasciato dal suo partner a causa della sua infedeltà, mentre Will è una giovane speranza del calcio britannico, che ancora non ha accettato il proprio orientamento sessuale. I due si incontrano dopo che gli amici di Will lo hanno lasciato, per gioco, nudo, incappucciato e ammanettato ad un lampione. Dopo averlo aiutato a slegarsi Michael invita Will ad andare nel suo appartamento. La tensione sessuale tra i due è immediata e si tramuta subito in sesso appassionato. La nottata però poi prosegue con un confronto tra i due, che li porta ad una più profonda conoscenza l’uno dell’altro, portandoli nella condizione di dover scegliere se continuare a vivere come prima o cambiare andando verso un qualcosa di ignoto. La mancanza di rumore di fondo, tranne poche canzoni, l’oscurità notturna, il fatto che per gran parte della durata del film non venga accennato in che città si svolge l’azione (Berlino), né quando si svolge, tutto contribuisce a creare un senso di estraniazione e una atmosfera rarefatta. Trattandosi di una storia ambientata in un appartamento nel corso di una notte, Sodom in qualche modo richiama alla mente  Weekend di Andrew Haigh, ma qui l’affinità sessuale tra i due gioca un ruolo meno centrale.  Sodom è stato girato in soli 13 giorni, 9 notti e 3 giorni,  con un budget molto ridotto.

Tom of Finland

(2017) regia di  Dome Karukoski  presente l’attore protagonista

VOTO: 

Touko Valio Laaksonen (1920-1991) piu’ conosciuto come Tom of Finland,  è stato giustamente definito “il creatore di immagini pornografiche gay più influente al  mondo” ed in effetti per diverse generazioni di gay, i suoi disegni hanno rappresentato non solo un piacere per gli occhi o uno spunto erotico, ma anche un modello di paradiso a cui tutti noi volevamo appartenere. I suoi disegni nati illegali   sono oggi esposti in  gallerie e musei di tutto il mondo. La Fondazione Tom of Finland, che Laaksonen fondò nel 1984,  preserva  e pubblicizza le sue opere. In vita quasi sconosciuto nel suo paese, ora Laaksonen è considerato in Finlandia una gloria nazionale e gli è stata recentemente dedicata una serie di francobolli, richiestissima dal pubblico. La Finlandia ha candidato “Tom of Finland” ai prossimi Oscar.

La vita di questo importante artista era sino a pochi anni fa sconosciuta anche ai suoi ammiratori, tanto che molti lo credevano  un disegnatore americano. Abbiamo iniziato a conoscerlo meglio con un bel documentario del 1991 ‘Daddy and the Muscle Academy: The Life and Art of Tom of Finland’ del regista finlandese Ilppo Pohjola.

Tom of Finland’ di Dome Karukoski ricostruisce alcuni dei momenti  più importanti della vita di Touko Laaksonen,  decidendo di partire da quando, allo scoppio della seconda guerra mondiale, egli viene arruolato, ventenne, nell’esercito finlandese per combattere i russi (i finlandesi combattevano al fianco dei nazisti). Esperienza che violentemente imprime nel giovane le sue prime ossessioni erotiche. Nella prima scena, forse la più bella del film, una massa di giovani soldati, completamente nudi, corre festosa a lavarsi in un lago ghiacciato, sotto gli occhi interessati di un ufficiale. In mezzo a loro Touko  si guarda attorno turbato. In guerra Laaksonen fa le sue prime esperienze sessuali con i commilitoni. Gli capita anche di uccidere un giovane paracadutista russo, il ricordo di quel bel volto lo turberà per tutta la vita ispirandogli il suo personaggio più famoso, Kake, personaggio che appare continuamente a Touko come un amico immaginario.

Nel dopoguerra Touko Laaksonen viene assunto nella agenzia pubblicitaria di Helsinki dove già lavora la sorella Kaija, anch’essa una buona disegnatrice. I due vivono insieme. Kaija insiste perchè Touko cerchi moglie, Touko invece di notte dà sfogo alle sue fantasie erotiche disegnando i suoi primi soldati, marinai, boscaioli e motociclisti vestiti di pelle, muscolosi e molto dotati. Touko frequenta i locali dove si ritrovano anche gli omosessuali, dove anche mette in pratica il suo diploma di pianoforte, e si aggira in cerca di compagnia nel porto e nei parchi pubblici, rischiando costantemente di essere picchiato da chi non apprezza i suoi approcci, oppure arrestato dalla polizia (la Finlandia ha decriminalizzato gli atti omosessuali solo nel 1971). Touko usa i suoi primi disegni pornografici per agevolare le sue conquiste, con alterne fortune. Poi fa un viaggio a Berlino per vendere clandestinamente i suoi disegni, ma viene derubato e arrestato. Sarà salvato un suo vecchio amico ufficiale, che poi lo invita alle sue feste segrete, in casa sua, sotto gli occhi della moglie, che finge di non sapere.

Nel 1953, Laaksonen trova l’amore della sua vita, non proprio un boscaiolo, ma un ballerino, Veli, entrato in casa sua come inquilino, sul quale anche sua sorella aveva messo gli occhi.  Veli è un gay represso e sembra gradire la corte di Kaija, ma alla fine  Touko ha la meglio e Kaija  dovrà accettare anche il fatto che i due vadano a vivere insieme in un’altra casa.

Nel frattempo i disegni di Laaksonen  iniziano a circolare e ad essere apprezzati  in  Europa e negli Usa.  Come è noto negli Usa le prime pubblicazioni erotiche gay si mascheravano da riviste dedicate al culturismo  e i disegni di Tom of Finland ben si adattavano a questa tendenza, tanto che uno di questi disegni venne scelto per una copertina della celebre rivista Physique Pictorial. La svolta avviene quando l’editore Doug di Los Angeles, si innamora di quei disegni e invita Laaksonen in California per organizzare delle mostre con i suoi disegni e per pubblicare una prima raccolta dedicata a Kake.  Sarà Doug a creare il nome Tom of Finland (i disegni erano firmati solo Tom) e a portare le opere di Tom Of Finland   al grande successo commerciale negli anni ’70 e ’80.

Quindi Laaksonen  trascorre lunghi periodi  in California, senza Veli, sul quale sono già comparsi i primi sintomi di malattia. Di Veli il film ci dice solo che ventotto anni dopo, nel 1981, ancora compagno di Laaksonen, morirà di cancro alla gola.

Laaksonen   trova in California una comunità gay straordinariamente viva ed euforica che desiderava   liberarsi dell’immagine dell’omosessuale effeminato e debole imposta in un recente passato dalla maggioranza. L’estetica di Tom of Finland, che prefigurava un  mondo in cui  tutti, guardie e ladri, bianchi e neri,  facevano sesso allegramente tra di loro, è stata di ispirazione a fenomeni come i Village People e la subcultura Leather.

Poi però negli anni ’80 arriva l’AIDS, la comunità gay viene decimata, anche il compagno di Doug muore, i disegni di Tom of Finland vengono additati come pericolosi nelle campagne dei conservatori contro la peste dei gay. Laaksonen dopo una crisi creativa riprende a lavorare e nei suoi disegni compare ora il preservativo. Nessuno però ora vuole  pubblicare quei disegni e Doug riesce a convincere uno stampatore ebreo specializzato in libri sacri, a stampare 10.000 volumi  di disegni dal titolo “Tom of Finland retrospective”.

Il film fa quindi un salto e decide di fermarsi qualche anno prima della morte del protagonista (per un enfisema nel 1991) mostrandolo ormai anziano insieme a Doug mentre viene accolto come un eroe in una immensa discoteca leather in occasione di un  “International Mr Lether” in piena era Disco Music.

Il regista quarantenne Dome Karukoski è forse il più noto regista finlandese, non è gay e ha già alle spalle sei film, tutti successi di botteghino. Anche Tom of Finland è già un successo in Finlandia. Tom of Finland è interpretato nel film dall’attore finlandese Pekka Strang che appare all’inizio ventenne e alla fine settantenne, senza purtroppo molti cambiamenti di espressione.  Il film gode di bellissime immagini, di una sceneggiatura ben curata e offre numerose ottime scene corali che riportano con grande attenzione i cambiamenti sociali che attraversano la vita del protagonista. Si tratta comunque di un film biografico che a volte sfiora la celebrazione, che mostra alcuni aspetti tralasciandone altri. Qualcuno ad esempio ha fatto notare che non c’è traccia della produzione più pornografica, che pure ha creato la fama dell’autore: Tom of Finland  è in realtà un film molto casto, che praticamente accenna solo a scene di sesso. E nemmeno si fa cenno   alla passione di Laaksonen per le divise naziste, che considerava le più sexy del mondo. Un film forse anche un po’ troppo lungo ma comunque da vedere.

 

The Ladies Almanack

di Daveel Shy,  un film lesbico, molto bello, molto anni ’70, visionario, molto psichedelico secondo me

VOTO:  

Lungometraggio scritto e diretto da Daviel Shy, film sperimentale, vicino alla video arte, molto visionario, molto anni ‘70 , girato interamente in Super8, che prende spunto dal romanzo omonimo di  Djuna Barnes del 1928 . Djuna Barnes aveva scritto il suo The Ladies Almanack  per gioco,  per divertirsi con il suo cerchio di amiche espatriate. Al centro del racconto c’era Natalie Clifford Barney una  “Don Giovanni lesbica“. Un classico, che combinava parodia letteraria e umorismo bizzarro per raccontare  i piaceri  dell’amore e dell’amicizia tra  donne forti.  Il libro inizialmente era stato stampato privatamente a Parigi nel 1928 in edizione limitata di 1.050 copie, le prime 50 delle quali colorate a mano da Djuna Barnes stessa. Il film è un omaggio alla scrittura femminile attraverso le amicizie, i flirt e le pene di autrici e artiste negli anni 1920 a Parigi. Il film riporta in vita Djuna Barnes, Gertrude Stein, Radclyffe Hall , Collette,  Mina Loy , più di  venti donne famose della comunità lesbica parigina degli anni ’20. Ordinata per mese come un almanacco la storia viene raccontata da tre narratrici: Hélène Cixous, (1937-)   scrittrice,  Luce Irigaray (1930-)  filosofa, psicoanalista e   Monique Wittig (1935–2003)  poetessa e saggista. I testi di queste tre femministe radicali sono stati pubblicati negli anni ’70: nello stesso decennio   “The Ladies Almanack” è stato ristampato. Ogni personaggio del film è un ibrido della figura storica e dell’artista contemporanea che la ritrae. Il film vuole imbastire un dialogo significativo con i personaggi storici e seguire i loro esempi attraverso l’opera di artiste nostre contemporanee. Nonostante Djuna e le altre siano vissute 100 anni fa, una linea diretta può essere tratta dal modo in cui hanno vissuto loro e come le donne queer si rapportano tra di loro al giorno d’oggi. Il film vuole anche mostrare che ci sono tanti modi di essere lesbica, di essere una donna e di essere un’artista.

Dream Boat

Un film di Tristan Milewski. Documentario,  durata 90 min. – Germania 2017.

VOTO:  

La Dream Boat del titolo è una nave da crociera che ogni anno salpa per un viaggio di una settimana lungo le coste del mediterraneo, unica in Europa riservata a un pubblico di uomini omosessuali. Una nave che può accogliere 2.500 passeggeri che ogni anno attendono con trepidazione l’inizio di questo evento. Molti di loro provengono da paesi poco tolleranti nei confronti degli omosessuali e qui trovano l’occasione di vivere apertamente in un ambiente protetto.  Per tutti la nave ha il richiamo di un rave party ininterrotto di 7 giorni, dove ognuno cerca di massimizzare gli accoppiamenti mostrando il meglio del proprio aspetto fisico.

Milewski concentra la sua attenzione sulle storie di cinque passeggeri. Marek, polacco, rimasto orfano di padre da piccolo, emigrato a 20 anni  in Gran Bretagna, con un corpo perfettamente scolpito, ma che non crede che il suo aspetto gli basti per trovare il vero amore.  Dipankar, indiano, di 32 anni, i suoi genitori volevano combinargli un matrimonio, ora lui vive a Dubai, non ha una relazione, sa di essere poco attraente, perciò si dà da fare più degli altri. Il francese Philippe è un caso a sé:  é su una sedia a rotelle a causa di un’infezione d meningite contratta 20 anni prima; viaggia con il compagno; si compiace della vista di tanti bei ragazzi ; si chiede se da solo avrebbe avuto qualche chance con loro; partecipa anche lui a gare come la corsa sui tacchi e all’arrampicata su parete. Ramzi, palestinese è  qui con il suo partner belga, che è appena guarito da un cancro; Razmzi ha dovuto dire addio alla sua famiglia per poter vivere in un paese tollerante come il Belgio. Infine Martin dall’Austria, fotografo, convive con  l’HIV.

Dream Boat è un documentario montato in un modo piuttosto schizofrenico, che ci fa apparire questa crociera  come la  ‘Love Boat’ della nota serie televisiva e nello stesso tempo come la ‘Nave dei folli’ del quadro di Bosch. Oltre alle citate interviste ci vengono proposti diversi  spezzoni promozionali  che mostrano come questa vacanza in nave offra di tutto il meglio. Poi c’è la celebrazione di tutta una serie di momenti collettivi che rendono questa crociera  particolare come le  feste a tema ogni giorno: balli in drag, o vestiti da animali, o S/M e leather o praticamente nudi, sempre con sesso,  preservativi e drink liberi sul ponte. Poi ogni tanto il regista interrompe le feste e partono dei fermi immagine sui volti dei passeggeri, mentre una voce narrante ci spiega come dietro alla maschera ognuno abbia una storia dolorosa che vuole lasciarsi alle spalle, almeno per una settimana. Come dice un intervistato, la nave di Dream Boat è un’isola felice che protegge i suoi passeggeri gay dalla cattiveria del mondo. Qui tutti si scatenano nell’edonismo, nella superficialità e nella promiscuità, ma poi in privato tutti confessano di essere alla ricerca di una storia d’amore, di avere pochi amici, di avere paura di invecchiare o paura di non essere abbastanza mascolini. Un bodybuilder quarantenne confessa di non avere il coraggio di dire alla mamma di essere gay.

Dream Boat è un documentario vivace, colorato, disinibito e quindi si vede volentieri, se non altro per l’originalità del tema, ma lascia qualche dubbio sulla bontà , coerenza e necessità del  messaggio che vuole trasmettere.

Xavier

Régia di Giovanni Coda, 2017

VOTO:  

Il 20 aprile del 2017 sull’Avenue des Champs-Elysées a Parigi, un attentato uccideva tra gli altri il poliziotto Xavier Jugelé. Il poliziotto lasciava il suo compagno  Etienne Cardlels, che durante ai funerali di Stato rese una toccante testimonianza di amore per il suo compagno e per tutta l’umanità, affermando tra l’altro che “dialogo e tolleranza sono l’unica strada possibile”.

La storia di Xavier ed Etienne è ripresa nell’ultimo lavoro, di soli sette minuti,  dell’ormai noto regista e video artista sardo Giovanni Coda. Il film si concentra sulle ultime  12 ore di vita della coppia,  precedenti la morte di Xavier e culmina con la lettera in cui Etienne dice ai terroristi “non avrete il mio odio”.  Tutte le opere di Coda sono al tempo stesso delle storie dall’alto contenuto morale,  e delle opere d’arte composte da bellissime immagini  e da pura poesia.


QUARTA GIORNATA AL FLORENCE QUEER FESTIVAL – Venerdì 29 settembre

 

 ore 11.00   QUEER FOCUS

Luca Locati Luciani e Andrea Meroni

Le regine della Notte. Il Queer Clubbing nel cinema

Cinquanta anni di rappresentazione della vita notturna gaia sul grande schermo, attraverso censure, stereoti­pi, realismo e cadute nel pecoreccio più triviale.

 

ore 19.30  QUEER BOOKS

Addosso. Le parole dell’omofobia a cura di An­tonio Mocciola con un testo di Fabio Canino. Foto di Carmine Miceli. Iemme, 2017

Antonio Mocciola, con Mariagiovanna Grifi, presenta il progetto fotografico “Addosso”.  Sui corpi nudi di uomini e donne il giornalista Antonio Mocciola ha scritto 111 frasi omofobe tratte dall’ampio repertorio di politici, ecclesiastici e personaggi pubblici vari. Frasi gravissime, é amplificate dai media, che hanno contribuito all’isolamento sociale di tante persone e dato fiato al bullismo verso tanti giovanissimi.

 FEMINISTA

Regia di Myriam Fougere   2017

VOTO:  

Il documentario Femminista, è un road trip movie femminista attraverso l’Europa, della canadese Myriam Fougère, regista che adora Firenze e le amiche del Queer Festival, tanto da essere ormai una presenza abituale.  Nel suo precedente bellissimo documentario del 2012 ‘Lesbiana a parallel Revolution‘  Myriam Fougére raccontava di un suo viaggio attraverso gli Stati Uniti per visitare cosa restava delle numerose comunità di femministe e lesbiche separatiste, che negli anni ’70 e ’80 che avevano costruito interi villaggi dove gli uomini non potevano entrare.  Con ‘Feminista’  Myriam Fougère, si è imbarcata in un viaggio ben più faticoso aggregandosi nel 2015 ad una carovana di giovani attiviste femministe, della Marcia Mondiale delle Donne, che hanno attraversato tutta l’Europa, dalla Turchia al Portogallo, attraverso i Balcani, l’Italia e la Spagna. Migliaia di chilometri, con soste più o meno confortevoli, per incontrare lungo il percorso altre donne impegnate nel femminismo e vivere con loro le loro esperienze politiche e personali. Dopo mesi di quel viaggio diverse delle giovani viaggiatrici iniziavano ad essere stanche, non la Fougère, che pur essendo in perfetta forma fisica, non è più una ragazzina.

Myriam Fougère le ha incontrate a Sofia, in Bulgaria e insieme sono andate in Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Serbia, dove c’è stata la prima marcia lesbica a Belgrado. Le ha poi lasciate a Vienna e quattro mesi dopo le ha riagganciate in Italia, e da lì hanno proseguito in Francia, Spagna e Lisbona.

Una cosa sorprendente, che salta all’occhio nel film, è vedere che in tutti i paesi europei, anche nei meno avanzati, esistono grosse comunità femministe e lesbiche ben organizzate e capaci di difendersi anche da situazioni difficili, come in qualche paese dell’est dove sono oggetto di attacchi fisici da parte di gruppi di estrema destra. Oppure come le donne curde in Turchia, che sono al centro del loro movimento di liberazione e si organizzano in cellule armate di sole donne convinte che la liberazione delle donne debba essere alla base di ogni rivoluzione e cambiamento nella società. Oppure le donne immigrate in Europa da paesi arabi e Africa.

Emerge poi dal documentario che queste collettività femministe sono impegnate politicamente nei temi più vari; non si limitano a manifestare ad esempio solo contro la discriminazione e la violenza sulle donne, ma anche su temi come la qualità del cibo o, come  in Italia in Val di Susa contro la TAV, o in Spagna contro il trattato commerciale TTIP. Il documentario dimostra come in tutta Europa Il femminismo sia tuttora  uno dei più importanti movimenti di massa, anche se questo normalmente non appare sui mass media. Un movimento che si trasmette da una generazione all’altra e che mantiene una sua rilevanza ovunque.

Ne avete di finocchi in casa?

documentario Di  Andrea Meroni

VOTO:  

Il  documentario ‘Ne avete di finocchi in casa?’ prende in esame come il cinema popolare italiano, non d’autore,  ha dipinto gli omosessuali degli anni ’70 e ’80. Film di tutti i generi,  comici, polizieschi, commedie sexy, thriller o  western, utilizzavano tutti gli stessi cliché nel rappresentare i personaggi gay: commessi e camerieri  petulanti e sculettanti, molesti e sguaiati, effeminati, sempre impegnati ad importunare l’eterosessuale di turno. Si trattava  di  piccolissime parti, inserite per fare colore e strappare una risata. La “checca” era una figura di repertorio.

Ne avete di finocchi in casa?“, si appoggia su due piloni portanti: tante interviste e materiale di repertorio.  Il girato delle interviste raccolte, più di venti, ha una durata molto superiore di quanto sia stato possibile mostrare nel film, e costituisce di fatto un importante archivio che va aldilà della vita del film stesso.  Sono stati intervistati noti registi, attori, sceneggiatori e costumisti come Lino Banfi, Enrico Vanzina, Leo Gullotta, Sergio Martino,  Martine Brochard, critici cinematografici e studiosi di cinema come Maurizio Porro,  Franco Gattarola,  Steve Della Casa,  Marco Giusti,  il nostro Sandro Avanzo, Vincenzo Patanè,  attivisti LGBT come Saverio Aversa, Giovanni Dall’Orto, Porpora Marcasciano, Pietro Tarallo e non poteva mancare Bruno Casini. Le interviste sono   messe in relazione tra di loro tramite domande comuni. Gli spezzoni dei film hanno una intrigante peculiarità: sono stati per la maggior parte resi muti (probabilmente per problemi di copywriter) e gli sono stati aggiunti dei fumetti in sostituzione del parlato. Una soluzione autarchica geniale, che si richiama ai fotoromanzi, tanto diffusi in quegli negli anni.  Come spiega Bruno Casini, l’omosessuale era una figura che faceva colore ma non faceva ridere poi così tanto gli spettatori omosessuali. Mancava allora un modello positivo in cui i giovani omosessuali potessero rispecchiarsi. L’omosessuale rappresentato era una figura che oscurava quelli che erano gli omosessuali nella vita reale.

Negli anni Ottanta il cinema di genere muore.   Nei film successivi i personaggi gay vengono in qualche modo nobilitati. “Il vizietto” del 1978 è un film emblematico di quella svolta.  In altri film le caratterizzazioni drammatiche  rimpiazzeranno  il macchiettismo, basti pensare a film come   Dimenticare Venezia (1979, di Franco Brusati) oppure ‘Splendori e miserie di Madame Royale’ del 1980 di Vittorio Caprioli.

Il regista Andrea Meroni, che nel film appare in prima persona, accompagnandoci come un moderno Virgilio molto queer nei vari gironi del cinema anni ’70, ha promesso che l’anno prossimo con il suo gruppo supereranno se stessi, preparando un una seconda parte del documentario, dedicata al mondo femminile, che si intitolerà forse “La signorina si sente poco bene?”.

In un panorama del cinema LGBT italiano ogni anno sempre più sconfortante “Ne avete di finocchi in casa?” rappresenta una positiva sorpresa, uno di quei ‘Miracoli a Milano’ che ogni tanto, per fortuna, accadono davvero. Risultato ottenuto con un budget davvero modesto: un contributo dall’Università Statale che ha coperto le spese di viaggio del regista legate alla registrazione delle interviste; altri contributi economici non astronomici venuti dalle associazioni AGEDO e CIG Arcigay Milano; un altro aiuto venuto da una campagna di Crowdfunding (Produzioni dal basso). Ma il vero punto di forza del film è stato l’impegno personale di tante persone: oltre agli studenti e professori che gravitano attorno al gruppo universitario GayStatale Milano, hanno contribuito alla riuscita del film anche molti amici del regista amanti del cinema e della cultura gay. Il collettivo GayStatale Milano è un gruppo molto vivace, tra le ultime cose ha realizzato  nel giugno scorso una bella mostra con le foto di Giovanni Rodella,  intitolata  “Cercando il paradiso perduto – Quarant’anni (e passa) in movimento” proprio nell’atrio della gloriosa università, cosicché anche  i  professori e gli studenti meno ben disposti, passando di lì non potevano evitare di dare una sbirciatina ai numerosi splendidi nudi legati ai Festival del Proletariato giovanile  di Re Nudo e ai  campeggi gay organizzati dalla rivista Lambda, pezzi forti della mostra.

The Book of Gabrielle

regia di  LISA GORNICK

(REGNO UNITO, 2016,  76’)

VOTO:  

Gabrielle (la regista stessa) è una disegnatrice londinese di mezza età che sta lavorando ad una guida illustrata sulla sessualità dal titolo How to Do It. Ad ispirarla sono le fantasie che si porta dentro fin dall’infanzia, le precedenti esperienze che ha avuto con uomini e con donne e la relazione che sta vivendo con una ragazza più giovane, Olivia. Durante un evento letterario incontra Saul Bernard, un noto scrittore verso cui lei nutre un complicato rapporto di amore/odio: ad infastidirla è però l’atteggiamento patriarcale, espressione della cultura ebraica che li unisce, che traspare dai suoi romanzi, in cui la componente sessuale è molto importante. Tra i due, man mano che approfondiscono la reciproca conoscenza, viene a crearsi un legame contraddittorio: l’uomo, mosso da un misto di gelosia e desiderio, cerca di influenzare il processo creativo del libro di Gabrielle, che invece vorrebbe allontanare da sé Saul e tutto ciò che egli rappresenta per lei.

La regista Lisa Gornick presente in sala ha dato vita ad una performance cross-mediale fatta di illustrazioni, proiezioni e musica e ha presentato il suo libro che accompagna il film. Con  ‘Do I Love You?’ (2002) e ‘Tick ​​Tock Lullaby’ (2007), la  scrittrice-attrice-regista-artista britannica Lisa Gornick ci aveva mostrato la sua via umoristica alle questioni filosofiche e psicologiche legate ad ogni rapporto. Con il suo ultimo progetto, ‘The Book of Gabrielle’, Lisa Gornick, fa un passo in avanti  nelle sue esplorazioni su amore, vita, sesso e sessualità con una produzione multi-piattaforma composta da uno spettacolo dal vivo, un libro e una prossima serie web, oltre al film.

ABRAZAME COMO ANTES

Di Jurgen Ureña

63min |  Costa Rica |  2016

VOTO:  

Verónica è una donna transessuale che lavora come prostituta in un quartiere povero della capitale del Costa Rica, San José. Quando un giovane ladro e senzatetto conosciuto come Tato ha un incidente (uno dei suoi clienti lo investe con la sua auto) e si rompe una caviglia, lei lo porta a casa sua. Più che un atto di generosità, la sua cura verso il giovane diventa un tentativo disperato, di formarsi una nuova famiglia; tra i due si sviluppa infatti quasi un rapporto tra madre e figlio. Cosi Veronica in parte attenua la sua ferita per l’abbandono da parte della propria madre, che lei ancora adora e alla quale  ha costruito una specie di altarino con una sua grande foto di lei da giovane. Cercando di dare a Tato una vita migliore, riversando su di lui quell’amore materno che a lei è mancato, Verónica aiuta anche se stessa. La regista si è ispirata al racconto di Tatiana Lobo  ‘Candelaria del azar’.

Abrázame Como Antes” è un film molto colorato, che si concentra sulle relazioni tra i personaggi principali che imparano a vivere fianco a fianco, in un ambiente fatto di notte e di fantasia. Un film notturno, molto colorato, in parte girato nei bar notturni dove si concentra sulle strane conversazioni   che si verificano prima o dopo i momenti sessuali tra i clienti e le prostitute.


TERZA GIORNATA AL FLORENCE QUEER FESTIVAL

Alle  19.30  per  QUEER BOOKS Luca Baldoni, Marco Simonelli, Lino Centi, Fabio Dobrilla e Francesco Gnerre hanno presentato:  Inverses. Numero Speciale Italia. Dove Il Sì Suona a cura di Luca Baldoni Luca (Amis d’Axieros, 2017), Rivista queer francese che da 15 anni si occupa di omosessualità nella letteratura e nelle arti da una prospettiva internazionale e comparata,  e  Le parole tra gli uomini. Antologia di poesia gay dal novecento al presente di Luca Baldoni (Robin Edizioni, 2016) a quattro anni dalla pubblicazione, ora alla sua seconda edizione in un formato più ampio.

Mein wunderbares West Berlin

di Jochen Hick (Germania, 2017, 97’) v.o. tedesco sott. inglese, italiano

VOTO:  

MY WONDERFUL WEST BERLIN è la seconda parte di una Trilogia su  Berlino, iniziata dal regista Jochen Hick   con  ‘Out in Ost-Berlin’ (Out In East Berlin). Questo film racconta la vita queer a Berlino Ovest in un periodo in cui l’emancipazione dei nostri diritti non era ancora nata e contemporaneamente ripercorre la storia dei movimenti gay di Berlino Ovest negli anni ’60, ’70 e ’80, celebrando un luogo in cui si è aperta la strada alle libertà di cui la Germania gode oggi.   I protagonisti di questo film, tutti attivi ancora oggi nella comunità LGBT, ricordano quegli anni lontani della loro città, le loro sono memorie di una comunità che ha dovuto combattere per la sua esistenza e per il cambiamento, fino alla caduta del Muro. Di fronte ad una società ancora repressiva negli anni ’70, inizia ad emergere un’identità gay collettiva e diventa sempre più forte la campagna degli omosessuali di Berlino Ovest per ottenere l’abolizione del paragrafo 175 (abrogato completamente solo nel 1994). A Berlino Ovest già negli anni ’60 esistevano già numerosi bar dove gli uomini gay si potevano riunire tra di loro e questo trasformerà   presto la città in un punto di richiamo per i gay di tutta Europa. Negli anni ’60 e ’70 alcuni edifici ancora in rovina diventarono   luoghi per nuovi modi di vivere insieme, come le comuni composte da soli maschi. Si moltiplicano  i  punti di incontro presso luoghi chiusi (gabinetti e bagni pubblici) o all’aperto, le relazioni tra gay dell’Est e dell’Ovest si intensificano, si moltiplicano i bar leather, le performance delle drag queen in metropolitana – la comunità gay viene invasa da una sorta di gioia anarchica. A noi italiani arriverà l’eco di quanto stava avvenendo da tempo  a Berlino, con l’uscita    del film  Taxi Zum Clo – Ai cessi in tassi di Frank Ripploh (1981). Negli anni ’80  però l’AIDS colpirà duramente  anche Berlino. 

Il film mostra una grande quantità di materiale di archivio, però il regista Jochen Hick  in una  intervista ha affermato di avere fatto fatica a trovare materiale. In particolare egli è  rimasto sorpreso da quanti pochi filmati privati  degli anni Cinquanta e Sessanta siano oggi reperibili in Germania rispetto agli Stati Uniti, dove le persone sono sempre state inclini a girare video amatoriali. Il regista ha raccolto molto materiale presso il famoso Schwules Museum  di Berlino, altro materiale proviene dall’archivio del canale radiofonico tedesco RBB (Rundfunk Berlin-Brandenburg).  Avrebbe voluto trovare molti più filmati sulla vita gay nei primi anni della comunità, ma a causa del paragrafo 175 la gente aveva paura a filmare e fare  fotografie all’interno dei bar, materiali che poi potevano finire in mano alla polizia.

Film come questo si pongono l’obiettivo di recuperare un pezzo di storia, per poter raccontare la vita di persone che sino ad ora erano state volutamente trascurate. La generazione lgbt attuale ha il diritto/dovere di conoscere quali sono stati i meriti delle generazioni  precedenti nella creazione dell’attuale stile di vita lgbt.  Ad esempio, in Germania, la generazione degli anni ’70 , quella delle rivolte studentesche,  non ha riconosciuto il giusto merito a coloro che c’erano stati prima, li consideravano dei falliti, ma alla fine sono stati i loro sforzi ad aprire la strada alle prime riforme del paragrafo 175.

Ci sono interviste  fatte al giorno d’oggi, che  creano un particolare  dialogo col materiale d’annata. Il regista ha raccolto negli ultimi anni parecchia storia orale gay. Purtroppo spesso  non rimane  storia orale perché la gente che ha qualcosa da dire muore senza che nessuno si sia preso la briga di fare delle ricerche e di chiedere. Il regista ha deciso di riprendere la gente intervistata, attivisti, proprietari di locali, musicisti, dj, stilisti,  anche nella vita ai giorni nostri, per vedere che cosa è diventata: se queste persone  hanno oggi una relazione, se frequentano ancora i locali, se fanno ancora sesso, se partecipano al movimento gay di oggi, se hanno le stesse posizioni politiche di un tempo.   

The Untold Tales of Armistead Maupin

di Jennifer M. Kroot   2017

VOTO:  

Divertente, molto curato e colorato ritratto del noto scrittore americano Armistead Maupin, che con la sua serie di racconti Tales of the City (I Racconti di San Francisco) ed i suoi libri successivi, ha saputo meglio di chiunque altro descrivere San Francisco e la sua comunità LGBT. Il film ci spiega come abbia fatto un figlio di orgogliosi conservatori del sud a trasformarsi nel cronista della San Francisco alternativa degli anni  ’70 e ’80, attraverso filmati d’archivio, fotografie, interviste d’epoca, qualche colorata animazione, ma soprattutto con il racconto in prima persona dello stesso Armistead Maupin. Il risultato, più avvincente di una fiction, dimostra come la storia di una singola persona possa a volte coincidere con il  racconto corale di un’intera comunità, e di una città intera.

I Racconti di San Francisco di Maupin sono stati di aiuto a generazioni di omosessuali, che in quei personaggi  si potevano riconoscere, personaggi consapevoli di essere gay e di avere un ruolo positivo in una città, San Francisco, in cui eterosessuali e omosessuali convivevano con rispetto reciproco.

Armistead nasce nel 1944 a Washington, ma la famiglia si trasferisce subito dopo al sud, in North Carolina. Suo padre un conservatore molto rigido, lo educa all’assoluto rispetto dei valori tradizionali. La madre, una persona dal carattere dolce, sapeva che il suo ruolo era quello di camminare sempre un passo dietro al marito. Da giovane Armistead  avrebbe fatto di tutto per ottenere l’approvazione del padre, per questo entra in Marina diventando poi collaboratore del senatore Jesse Helms, un personaggio della destra estrema, che poi lo raccomanderà per una onoreficenza militare: per il suo coraggio come soldato in Vietnam, Armistead incontrerà il Presidente Nixon alla Casa Bianca.

Fino all’età di 26 anni  Armistead  reprime le sue pulsioni omosessuali, quando poi finalmente prende coscienza di sé, abbandona le idee conservatrici e verso i trent’anni esce allo scoperto, per poi arrivare ad abbracciare pienamente la causa per i diritti dei gay. Nel 1971 viene assunto negli uffici della Associated Press di San Francisco e inizia la sua attività di scrittore. Entra cosi  ‘in stretto contatto’ con diversi personaggi gay velati, tra i quali Rock Hudson ed il suo amante.  San Francisco, che già aveva accolto la comunità hippy, in quel periodo stava diventando la capitale gay degli USA, ed era perciò un laboratorio di tolleranza sessuale e di sperimentazione delle diversità. E Armistead ovviamente se ne innamora. La città, diventa la protagonista principale dei suoi racconti, che egli inizia a pubblicare dal 1974 sul Pacific Sun  e dal 1976 sul San Francisco Chronicle, giornale in realtà piuttosto conservatore. I racconti avevano la forma di fittizi commenti giornalistici sulle diverse subculture presenti in città. Maupin ci spiega che tutti i personaggi dei suoi racconti provenivano da persone reali che incontrava tutti i giorni nella sua vita quotidiana: nei garden party, in saune e discoteche dove uomini di varie razze si incontravano,  nelle lavanderie a gettoni e nei supermarket dove tutti  rimorchiavano. Maupin  doveva scrivere ben cinque articoli a settimana.  Un giorno pubblica una memorabile lettera, firmata dal suo personaggio alter ego, Micheal Tolliver, che è in realtà il suo coming out verso i suoi genitori ed il mondo. Armistead  sapeva bene che il padre, abbonato al giornale, avrebbe letto l’articolo. Purtroppo sua madre era in quel periodo gravemente ammalata, cosa che suo padre non mancò di rinfacciargli. Nel momento più commuovente del film, questa lettera viene letta da diversi amici di Maupin, tra i quali Olympia Dukakis,  Ian McKellan,  Margaret Cho, i quali poi ci testimoniano del forte impatto che l’opera di Maupin ha avuto sulle  loro vite. Negli anni ’80  la storia  di Maupin e quella dell’intera comunità gay di San Francisco vengono travolte dall’epidemia di AIDS. Maupin ne esce indenne, ma non sono cosi fortunati tanti sui amici  e  il suo giovane compagno di allora, Terry Anderson. All’AIDS si accompagnano le campagne di odio anti-gay di personaggi ultra-conservatori come Anita Bryant. La comunità gay rispose all’AIDS con una eccezionale gara di solidarietà. Nel film Maupin ripete più volte che sono sempre stati i suoi amici la sua vera famiglia, dove egli si è sentito felice e protetto, mentre egli ha dovuto lasciare la sua famiglia biologica per trovare la sua strada.

A partire dal 1978 i racconti vengono pubblicati in libri e la fama di Maupin esce dai confini della Baia di San Francisco. Dalle prime  tre raccolte, ‘Tales of the City’ e i successivi ‘More Tales of the City’ e ‘Further Tales of the City’, vengono tratte delle fortunate serie TV: la prima del 1993 prodotta dall’inglese Channel 4, la seconda del 1998, la terza del 2001,  con protagoniste Laura Linney nei panni dell’ingenua Mary Ann e Olympia Dukakis nei panni di Madrigal, l’anziana padrona di casa hippy e piuttosto trans, a loro si sono aggiunti  camei importanti, come quelli di Rod Steiger e Ian McKellen. Il famigerato senatore Jesse Helms, nel tentativo di  bloccare la produzione delle serie TV arrivò a mostrare in Senato un montaggio di 12 minuti che mostrava tutti i momenti in cui erano presenti sesso, droga, nudità e blasfemia. Le prime due serie furono trasmesse anche in Italia dal  mitico e sfortunato canale televisivo milanese Gay TV. Per la prima volta anche noi vedevamo in TV  baci gay in primo piano e scene di sesso esplicite tra personaggi omosessuali.  

Durante tutto il documentario Maupin emana serenità e allegria. Oggi, ormai 73enne, Maupin è una delle figure più in vista e più amate dalla comunità gay e passa gran parte del suo tempo in giro per il Paese, presentando la sua storia e i suoi libri e partecipando come ospite d’onore a  Pride e eventi vari. Lo vediamo accompagnato con suo marito, il bellissimo Christopher Turner, sposato nel 2007, fotografo, ex modello, che ha 30 anni di meno di lui. I due si sono conosciuti attraverso il sito curato da Christopher, DaddyHunt.com, un sito di incontri per amanti degli uomini anziani. Maupin può ben dire di avere vissuto sino ad ora una vita che valeva la pena di vivere.

 

 Sebastian

Scritto diretto e interpretato da James Fanizza

2017, 80 minuti Canada

VOTO:  

Sebastian,  film canadese, esordio regista di James Fanizza, è un’espansione di  cortometraggio del 2014 con stesso nome (scritto da Fanizza ma diretto da Ricky Bryant). Il film si concentra su Alex (Fanizza), un uomo di Toronto, il cui rapporto con suo marito Nelson (Guifré Bantjes-Rafols) si  complica quando incontra Sebastian ( Alex House ), cugino di Nelson in visita dall’Argentina. Il cast del film include anche Brian McCook, meglio conosciuto come  la drag queen Katya Zamolodchikova. Alex viene presentato a Sebastian  ed è immediatamente attratto da lui. Il problema è che Sebastian è il cugino di Nelson il fidanzato di Alex. Sebastian è solo a Toronto per una settimana prima di tornare in Argentina, e Nelson vuole che Alex lo porti in giro. Inizia così una relazione d’amore tra i due uomini che minaccia i loro rapporti con Nelson facendo riemergere dissapori passati.  Sebastian è un film romantico, bello e ben ritagliato intorno all’intensa relazione che cresce tra Alex e Sebastian nel corso di una settimana, anche se soffre di una certa prevedibilità, rischio presente in quasi ogni film del genere romantico. 

 

 TAMARA  

2016, regia di  Elia K. Schneider

VOTO:  

Interpretata da Luis Fernandez, Tamara, racconta la vera storia della parlamentare Venezuelana Tamara Adrian, prima persona trans eletta in quel parlamento.

 Teo uno stimato avvocato, sposato con due figli piccoli, in occasione della morte del fratello, torna alla sua città natale in Venezuela. Quella che doveva essere una breve visita si trasforma in un lungo viaggio verso il cambio di sesso. Il film esplora il desiderio di Teo di diventare donna e mostra la sua lotta contro i tabù sociali, in un paese prevalentemente cattolico. Come avvocato, coniuge e padre, Teo è ben inserito del suo ambiente, ma il suo ritrovarsi intrappolato in un corpo che egli nega come suo, lo lascia in uno stato di continuo disagio emotivo. Nel film questo conflitto viene rappresentato sotto forma di sedute di terapia e flashback. Il film, che a tratti si mostra un po’ lento, dimostra come l’autorealizzazione possa avvenire in qualsiasi età anche in un ambiente condizionato dal cattolicesimo e in una società che rifiuta i cambiamenti.



SECONDA GIORNATA – MERCOLEDI 27 SETTEMBRE

La programmazione di mercoledì 27 settembre è iniziata con due documentari che parlano di due forti personaggi femminili Caterina Bueno e Chavela Vargas.

CATERINA

di Francesco Corsi (Italia,2017, 15’, work in progress)

Anteprima  del documentario di Francesco Corsi su Caterina Bueno (1943-2007), la grande cantante toscana, studiosa di musica tradizionale, nota a tutti almeno per il suo brano più celebre ‘Tutti mi dicon Maremma Maremma’ (Maremma amara), brano da lei raccolto nelle campagne pistoiesi. Caterina Bueno era fiorentina, era una donna forte, molto determinata ed era molto amata da tutti, dalle donne, soprattutto le femministe e anche dal pubblico LGBT. Nel suo percorso artistico ha avuto modo di collaborare con intellettuali ed artisti come  Dario Fo, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco,  Giovanna Marini,  Francesco De Gregori e tanti altri.  Il film è stato presentato dal regista Francesco Corsi.

Chavela

documentario di Catherine Gund e Daresha Kyi (USA, 2017, 90’).

VOTO:  

Il film è stato presentato da Ginevra Di Marco, cantante fiorentina ex vocalist dei CSI e da Francesco Magnelli, entrambi musicisti fiorentini che hanno lavorato moltissimo sulle culture popolari.

Il documentario ci parla di una grande artista, la cantante messicana Chavela Vargas (1919-2012) che, rovinata dall’alcool, in tardissima età riesce a rialzarsi e a ritornare famosa, grazie anche all’aiuto di Pedro Almodovar, che la  rilanciò in Spagna negli anni novanta.. Una donna che non ha mai voluto rinunciare a niente, abituata a travolgere tutte le barriere della società che incontrava: ha amato apertamente le donne, beveva molta tequila, fumava sigari, portava sempre un revolver sotto al poncho (abito povero maschile) e cantava sempre canzoni d’amore rivolte alle donnei. Dopo Maria Callas, Edith Piaf e Judy Garland scopriamo ora di avere sempre avuto un’altra icona gay, Chavela Vargas.
Il documentario si basa su tantissimi preziosi filmati d’epoca, ricordi di amici e personaggi famosi, come Almodovar e Miguel Bosè, e si avvale di un’ampia testimonianza diretta di Chavela stessa, più volte intervistata negli anni ottanta.
Chavela Vargas era in realtà originaria del Costa Rica. Non amata dai genitori per la sua precoce tendenza a comportarsi da maschio, viene abbandonata a degli zii quando i genitori si separano. Cresciuta in un ambiente chiuso, sfruttata come contadina, appena quattordicenne fugge in Messico, allora in boom economico e di gran moda tra il  jetset internazionale. Inizia cantando per strada con prevedibili sacrifici e umiliazioni, poi fa amicizia con dei buoni musicisti che la aiutano a farsi strada come cantante nei locali notturni della capitale. Quando canta, inizialmente deve vestire abiti lunghi da donna, ma non è a suo agio, poi passa al poncio e non lo abbandona più. All’apice della carriera può permettersi di avere come amanti Ava Gardner e Frida Kahlo e di corteggiare con successo le mogli dei ministri messicani che la vanno a trovare, può andare a letto con tutte le donne che vuole. La sua bellezza e soprattutto la sua eccezionale personalità, la rendevano irresistibile. Negli anni sessanta e settanta divenne molto popolare, finché il suo attaccamento all’alcool le impedì di lavorare. Nel 1979, ridotta in miseria e sola si ritirò in un villaggio e per anni tutti la credettero già morta. Ma nonostante avesse perso da tempo la bellezza, conservava un carisma tale da attirare ancora attorno a se delle amiche più giovani che la aiutarono a riprendersi. Dal 1990 torna sulle scene e Pedro Almodovar, che la ascolta in Messico, ne rimane abbagliato e decide di lanciarla in Spagna, ormai ottantenne. Da quel momento Chavela non smette di esibirsi, sino alla fine, ormai ridotta su di una carrozzella. Chavela è sempre stata adorata da tutte le lesbiche messicane anche se in gioventù lei non si definiva lesbica, perché allora era una parola troppo offensiva, lei amava chi voleva e basta.

Temporary Queens:
Regine dal tramonto all’alba

Regia di  Matteo Tortora, 2017,  68′

VOTO:  

Temporary Queens racconta alcune storie di Drag Queen per cercare di spiegare chi sono questi artisti che stanno dentro ai vistosi abiti femminili.  Matteo Tortora  ha qui voluto  raccontare qualcosa  non su degli  uomini che si vestono da donna, ma su degli artisti che hanno scelto di proporsi al pubblico attraverso travestimenti vistosi, con le stesse qualità di un qualunque attore,  ballerino o  comico. In Italia il fenomeno delle drag Queen si è diffuso solo come una moda, senza avere alle spalle una particolare base culturale, contrariamente a quanto è invece accaduto negli USA, dove esiste una vera e propria sottocultura delle Drag Queen, nata a New York e poi diffusa ovunque, legata spesso alla comunità afroamericana, nella quale si diventa drag queen anche per ottenere un riscatto sociale. Il documentario segue quattro persone che lavorano in questo settore, che si definiscono drag gueen e che  fanno questa attività perché ci credono fortemente e perché si sentono degli artisti. In Italia purtroppo non c’è il giusto riconoscimento per questo tipo di lavoro, le drag intervistate, parlano di voler essere anche riconosciute come entità lavorative. E’ noto come una parte della comunità LGBT sia infastidita dall’essere confusa sui media con trans e drag queen (polemica che nasce ad ogni gay pride). E in effetti accade che proprio all’interno della comunità LGBT emergano a volte segnali di intolleranza e di ignoranza nei confronti delle drag. I gay italiani hanno in realtà tutti gli strumenti per capire qual’è il confine tra drag queen, travestito e transessuale, ma alla resa dei fatti  i primi a  discriminare le persone che scelgono di fare le drag queen sembrano essere proprio i gay. Come viene raccontato nel documentario, loro faticano tantissimo ad avere una relazione, o anche soltanto una avventura con altri uomini, perché per molti gay loro rimangono solo degli uomini che si vestono da donna e un gay di solito non vuole andare a letto con un ‘travestito’. Non sempre chi si esibisce come drag incontra  delle persone abbastanza intelligenti da capire che una volta smessi i panni della drag, rimangono degli omosessuali uguali a tutti gli altri. Il giovane regista livornese Matteo Tortora che qui gioca in casa, cosi come alcuni  attori protagonisti del film, era già stato applaudito a questo festival per Ubi tu gaius ego gaia (2013) e per La Donna Pipistrello, 2016, girato con Francesco Belais, film che aveva riportato sotto i riflettori la mitica Romina Cecconi, detta la Romanina.

Oltre al regista Matteo Tortora erano presenti le Drag Queen protagoniste con alcune colleghe.

Ha chiuso la serata

People You May Know  (Forse li conosci)

Spagna 2016 Regia di JC Falcón con Carmen Maura

VOTO:  

Una divertente commedia i cui protagonisti, tre amici trentenni di Los Angeles,  sono personaggi ben rappresentativi dell’ambiente gay. Joe è uno scrittore crisi di idee, il classico gay che non si lascia sfuggire nessuna preda, ora però ha perso la testa per un misterioso uomo conosciuto in una chat. Il titolo del film  riprende lo spazio che FaceBook dedica alla ricerca di nuovi amici (Persone che potresti conoscere), che ha un ruolo importante negli sviluppi della storia. Joe è un ex eterosessuale e la sua ex fidanzata, Delia è ora è la sua migliore amica.  Delia è  sposata con   Rod che però si trova ora in Spagna per lavoro; i due si sentono via chat, ma Rod sembra distante. Herbert è il migliore amico e coinquilino di Joe, timido, impacciato, in costante attesa del principe  azzurro, che a un certo punto incontra  davvero sedendosi  su una panchina al parco, Nicholas uno splendido ragazzo, dotato di tutte virtù possibili.

I tre amici si ritrovano spesso per cene e confidenze. In una di queste sere, complici  qualche bicchiere di vino e qualche  sniffata di troppo, Joe e Delia  senza volerlo finiscono a fare sesso insieme. Come se non bastasse Delia poi scopre di essere in attesa di un bebé, notizia che manda in tilt Joe e soprattutto il  marito di Delia, consigliato dalla sua scaltra madre(Carmen Maura). Nel frattempo Joe, continua a essere preso dalla sua torbida storia in chat con il misteriosissimo e tostissimo Tom, col quale fa sesso bollente dal vivo e on line. Ma chi è davvero Tom?  Trattandosi di una commedia ovviamente quasi tutto si sistema in un gioioso happy-end. Il film è disponibile su Netflix.

 

(Testo di Roberto Mariella, foto di Sandra Nastri, video di Antonio Schiavone)

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