Da Venezia le recensioni dei film dell'11mo Queer Lion scritte dal critico Sandro Avanzo per Cinemagay.it

Sandro Avanzo, nato in Romagna, formatosi a Bologna, trasferitosi per lavoro a Milano, si divide da sempre tra teatro e cinema. Inizia a scrivere nei primi anni ’80 per Sipario, Altri Media, Excelsior. Dall’89 è la voce del mondo teatrale dai microfoni di Radio Popolare. Iscritto dal 1997 al SNCCI e dal 2009 al ANCT. Dal 1992 è nella giuria del Premio Ubu. Dal 2008 è autore di tutti programmi di sala dei musical presentati al Ravenna Festival. E’ stato nel novero dei 7 selezionatori degli spettacoli da ammettere al concorso del Premio Etta Limiti-Musical. Per il Dizionario dello spettacolo del ‘900 (Baldini e Castoldi, 1998) ha curato le voci dedicate a musical e teatro di rivista. Tra le sue collaborazioni giornalistiche continuative: Musical!, Vanity Fair, Ciak, Film TV, Hystrio, Cinemagay.it.
Autore di saggi pubblicati in antologie di Mondadori, Celip ed Edizione Gruppo Abele.

 


Marvin

di Anne Fontaine

voto: 

Mentre la direzione del Queer Lion decide di togliere dal concorso i film Ammore e Malavita dei Manetti Bros. e Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh per l’assenza o l’ininfluenza della tematica omosessuale sugli eventi della narrazione e decide per gli stessi motivi di non ammettere al concorso Mektoub, My Love: Canto Uno di Abdellatif Kechiche (dove pure compare un corteggiamento tra donne con relativo lungo e provocatorio bacio saffico durante una serata bollente in discoteca), non ci rimane che chiudere le nostre corrispondenze dal Lido di Venezia rendendo conto dell’ultimo titolo del concorso, quel Marvin di Anne Fontaine di cui riferiamo il seguente commento di uno spettatore entusiasta (paradosso che riportiamo volentieri): “Se il Queer Lion non va a questo film, io mi dimetto da frocio!”.
Perché il film ha davvero tutte le caratteristiche giuste per conquistare la palma: tema adeguato, soggetto appassionante, regia intrigante, interessante ricerca stilistica, aderenza alla vita reale, interpreti in stato di grazia, esito positivo sulla comprensione popolare dell’accettazione delle differenze sessuali.

Isabelle Huppert compare qui nel ruolo di sé stessa, ma in realtà non è la vera Isabelle Huppert, è un personaggio che si chiama Isabelle Huppert e che come Isabelle Huppert per mestiere è un’attrice, star del teatro e del cinema.
E allo stesso modo la vicenda autobiografica di Edouard Louis è la stessa da lui vissuta ma non è proprio la stessa da lui riportata nel romanzo Il caso Eddie Bellegueule che ora si fa cinema. Comunque è la verità autentica della vita quella che sta alla base di tutto ed è la verità che questo film rispetta e restituisce appieno.
La verità di un tempo passato osservato con gli occhi dell’oggi, la riflessione di un’esperienza certo dura e dolorosa che però è servita a formare un carattere adulto e sicuro di sé in grado oggi di essere di esempio e di stimolo per molti.
La vicenda è quella di un ragazzino preadolescente della regione rurale dei Vosgi, vessato anche sessualmente per il suo evidente orientamento sessuale dai bulli più grandi che frequentano la sua stessa scuola (ma al tempo stesso è anche attratto da loro). Più che in un coming of age Anne Fontaine lo segue negli incontri fondamentali della sua esistenza, quello con la professoressa che lo incoraggia nel suo amore per il teatro, col ricco borghese che ne plasmerà l’educazione sentimentale e sessuale, con l’affermato scenografo gay apparentemente cinico ma detentore di regole di vita affatto fruttuose (“Certo che soffri! E allora cosa vuoi fare? Puoi andare a casa, buttarti dal balcone o ingerire flaconi di pillole. Oppure puoi strapparti il cuore, fare stracci dei tuoi sentimenti e dopo buttarli alle tue spalle. Ma per sempre! E soprattutto non voltarti mai indietro!”), fino all’incontro con la diva Isabelle Huppert che per stima e affetto accetta di recitare al suo fianco in palcoscenico lo spettacolo che lui ha scritto e che lo consacra attore di statura nazionale.
Sempre con molta attenzione all’autenticità degli ambienti, quello della famiglia rurale dove nessuno lo può capire perché qui mancano gli strumenti culturali anche più elementari per concepire e accorgersi della sua diversità e della sua conseguente emarginazione sociale, o l’ambiente altoborghese dove guidando una Porche si possono attrarre anche quei ragazzi che mai potrebbero interessarsi all’aspetto fisico di persone ben oltre gli anta, o l’ambiente del teatro dove si muovono personaggi abituati a recitare sé stessi come a cercare una verità umana oltre le convenzioni.
Ogni figura è seguita nelle pieghe più intime della psicologia e dei sentimenti: il padre zotico che pur non comprendendo il figlio alla fine lo accetta in un grande atto d’amore e di ammirazione, oppure la professoressa che capisce e rispetta l’imbarazzo del ragazzino quando le chiede di non accompagnarlo in una casa che è quasi simile a una stalla, o ancora la contraddizione dello scenografo che non sa o non può risolvere con gli arzigogoli della logica e i paradossi delle consuete sicurezze l’abbandono da parte del compagno di una vita (“non avevamo più nulla da scoprire”). Tutti fatti autentici che vengono dalla vita vera e ora dallo schermo tornano alla vita vera in forma di testimonianza e di dono per coloro che possono trarne insegnamenti e benefici. Rimanendo comunque Cinema Cinema, come è sottolineato dalle brevi sequenze in cui dietro all’attore che sta recitando il suo spettacolo sul palcoscenico si vede uno schermo che ne ritrasmette le vicende già viste precedentemente in forma cinematografica: mirabile sintesi di vita, narrazione e cinema!
Proprio come nell’immagine finale dove sullo sfondo non romantico di un sole al tramonto il protagonista ragazzino e il protagonista adulto si guardano l’un l’altro di uno sguardo che resterà indimenticabile per intensità e significati.

Team Hurricane

di Annika Berg

voto: 

Più di un doc e meno di una fiction, ma anche altro rispetto al codificato docufiction.
La regista danese Annika Berg realizza un’opera prima di notevole interesse per forma espressiva e soggetto raccontato.
Addosso – davvero addosso – e dentro a un gruppo di ragazze 15/16enni un po’ isolate dalla famiglia e un po’ assistite dall’ente pubblico, ne riporta e ne riprende i sogni e le ribellioni, le illusioni e le disillusioni, le solitudini e i legami di gruppo, le paure e le speranze.

Nessuna protagonista e tutte protagoniste nel ritratto complessivo di un’intera generazione nata nel millennio, ma già pronta ad affrontare la vita con consapevolezza e decisione, a giocare la propria energia giovane e ribelle come arma contro il grigiore della normalità contemporanea.
Il loro è un mondo tutto a colori vivissimi quando non accecanti, musica, divertimento, complicità, ma anche pessimismo, disillusione, patimento, anoressia e riti di accesso al mondo dell’adolescenza che prevedono con l’abbandono dei pupazzi infantili l’abiura al mondo amato delle favole infantili.
Queste ragazzine sanno già tutto in fatto di sesso, scherzano con i ventenni che dovrebbero loro impartire lezioni di educazione sessuale da dentro ridicoli costumi fallici e rimproverano la loro arretratezza mentale in fatto di morale, accettano senza porsi problemi l’esistenza di mille pulsioni di natura sessuale, si scambiano baci saffici senza imbarazzo, si annoiano agli spettacoli progressisti di marionette che portano in scena i temi della transessualità (uno di questi con un dinosauro per protagonista ha affinità impressionanti con l’italiano degli scandali Fa’ Fa Fine).
C’è molto Harmony Korine nello sguardo che le segue e c’è molto Youtube/Istagram nello sguardo con cui seguono sé stesse e il mondo. Tra video confessioni sgranate in primissimo piano e clip musicali postmoderne fosforescenti, fatte in casa o pescate nel web, esplode un’energia di assoluta potenza che non ha ancora trovato il canale di un’espressione compiuta mentre si fa tangibile un senso di tristezza per la propria incompiutezza e di ricerca di una meta di una identità definita e matura.
Musiche rap, techno pop si ibridano e potenziano le immagini spesso accecanti di un’opera d’esordio carico di ottime promesse per il futuro.

The Prince and the Dybbuk

di Elwira Niewiera, Piotr Rosołowski

voto: 

Chi è stato davvero Michał Waszyński nato a Kovel nel 1094, morto a Madrid nel 1965 e sepolto al cimitero del Verano di Roma nella tomba di una famiglia amica?

Certo un regista, attore e produttore, una delle figure più caratteristiche della Roma della Dolce Vita, amico intimo di dive come Sofia Loren e Ava Gardner, ma anche un arrampicatore sociale, un aristocratico per matrimonio di comodo o per nascita, un uomo affascinante e assolutamente discreto che ha sempre tenuto celato a tutti la sua vita privata.
Per raccontarne la vita (ma anche per dare ad essa un senso nuovo attraverso i segreti da lui taciuti) Elwira Niewiera e Piotr Rosołowski si sono messi sulle tracce del suo passato e delle persone che lo hanno conosciuto bene, che gli sono state vicine in vari modi, dall’autista della sua Rolls ai patrizi che l’hanno ospitato, le comparse dei suoi film o i vicini di casa. Un pedinamento tra i paesi dell’Europa dove è transitato: la natìa Polonia, la Germnia prima del Nazismo, la Russia e l’Egitto del tempo di guerra e infine l’Italia di Cinecittà e la Spagna delle co-produzioni internazionali di inizio anni ’60, ma anche un pedinamento attraverso la storia e i cambiamento dei costumi. Tenendo sempre presente che al centro della sua vita c’è stato uno dei film più controversi della cinematografia tedesca, quel Dybbuk che scatenò le ire di Goebbels e lasciò perplessa la comunità ebrea (il Dybbuk è lo spirito maligno che nella tradizione yiddish nasce a seguito della morte alla vigilia del matrimonio ed è poi in grado di possedere gli esseri viventi, anche coloro che ha amato in vita). Leggendo quel film come metafora dell’omosessualità non dichiarata di Waszyński, i due autori del documentario ne sono andati a cercare gli indizi e ne hanno raccolto testimonianza nelle interviste alla vedova del regista Mankiewicz che ricorda come, durante le riprese di La contessa scalza, dove Waszynski recitava come attore, lui aveva un fidanzato ma evitava di dichiararsi come gay; e poi ancora le informazioni al riguardo arrivano da comparse e maestranze del film La caduta dell’impero romano, in cui Waszynski era coinvolto come produttore.
Scopriamo così che con molta discrezione si aggirava costantemente negli spogliatoi delle comparse maschili quando si preparavano alle scene di massa soffermandosi ad ammirare i loro corpi muscolosi, ma che nei suoi modi aristocratici sembra non molestasse o adescasse nessuno. Le sue accertate frequentazioni sessuali sono invece emerse evidenti nelle parole di un importante attore polacco/tedesco quando ricorda come nella jet set della Roma di via Veneto, Waszynski gli faceva esplicite profferte, lo portava nei ristoranti per gay e lo esibiva davanti a tuti come una propria conquista.
Sempre tra bon ton e raffinatezze. Una rivelazione che arriva pian piano nell’ultima parte del documentario, come il risultato di un’indagine gialla messa in atto non per gusto del gossip ma per spiegare le ragioni profonde delle azioni di una vita e l’origine di una poetica che non osava dire il suo nome.

Les garçons sauvages

di Bertrand Mandico

voto: 

Erotismi ed estetismi. Se Queer è l’intestazione del premio veneziano, l’edizione 2017 dovrebbe coronare in automatico il francese Les garçons sauvage di Bertrand Mandico, trionfo assoluto dell’estetica e delle tematiche queer.

Transessualità, pansessualità, s/m, eterosessualità, feticismo, incesto… tutte le possibili e improbabili varianti sessuali coniugate insieme in un lungo e ipnotico viaggio lisergico (chissà come sarebbe vederlo sotto acido?), fiaba o incubo che affonda le radici nell’underground e nelle avanguardie cinematografiche di ogni tempo e paese: Kenneth Anger a braccetto con Jean Cocteau, Jack Smith con Jean Vigo, Pierre et Gilles con Man Ray, in un’estetica che si nutre tanto di Pink Narcissus che di Un chant d’amour.
Poco importa il soggetto del film, è la forma delle immagini che conta davvero quando la vista e gli altri sensi vengono catturati dai giochi di sovrimpressione, dai passaggi dal colore al B/N e viceversa, dai contrasti tra il micro e il macro delle immagini, dai mostri che si mutano in creature divine e dai sessi e dai corpi che diventano materia fluida e instabile.

Tutto parte da uno stupro ad opera di 5 ragazzi di buona famiglia su una matura signora quando fa loro recitare la scena magica delle streghe del Macbeth. Il branco violento agisce fuso psichicamente in un’unica unità dominata da un demone (forse) maschile che dà ai singoli potere ed energia sessuale e che li comanda e indirizza come un unico gruppo coeso nelle azioni violente. La sequenza vortica tra maschere tribali impastate con la carne dei volti umani mentre gli schizzi di sperma vengono sparati direttamente sulla lente dell’obiettivo della camera da presa.
La condanna per i 5 sarà seguire e servire su una nave maledetta un truce capitano dal pene miniato come un codice benedettino. Lui ha già rimesso in riga altri ragazzi anche peggiori di loro, riportandoli a terra ricondotti a una mitezza e una docilità tutte femminili, proprio le stesse qualità che a inizio ‘900 sull’isola de La Réunion si richiedono alle brave fanciulle e alle donne di aristocratico lignaggio.
Durante il viaggio in mare (una sequenza tutta ricostruita in studio, meravigliosamente finta, ancora più vera del vero) si delineano le personalità dei personaggi: il leader capace di evocare il demone, il masochista invaghito del capitano, il capitano dalle voglie morbose, ecc. fino all’arrivo sull’isola del sesso misterioso, luogo magico e ignoto a tutte le carte navali.

L’isola stessa è un personaggio fondamentale del film, in realtà un’immensa ostrica coperta di lussureggiante vegetazione primitiva, un Venusberg maledetto/benedetto della transessualità capace di mutare un medico (signore e dominatore del luogo) in una dama saggia e disperata, elegantissima in fluenti abiti e cappelli dalle larghe tese. Sull’isola succede di tutto: ci si nutre di strani frutti pelosi simili a vagine/noci di cocco che si colgono dai rami, ci si abbevera da pistilli dalle forme spudoratamente falliche, ci si smarrisce e ci si ritrova, ci si masturba e si partecipa ad orge gay (folgorante il richiamo alla festa finale tra le piume di gallina nella Dolce Vita felliniana), si uccidono i tutori sia per difesa che per carpirne i segreti, si acquisiscono i seni (talvolta uno solo) e si perdono tra la sabbia il pene e i testicoli, si diventa donne o si rimane a metà strada tra i due sessi.
Anche il ritorno alla civiltà non è un finale definitivo ma solo un momento passeggero, la testimonianza di un mutamento tra segni sessuali antitetici, sospensione a diversi gradi della scala degli opposti, mentre sul fondo degli abissi giace (o domina?) la maschera del demone.
Come accade in sogno, tutto fluisce con una logica interna che nulla ha a che fare col reale e col plausibile, successione di eventi che non chiede giustificazioni o precise spiegazioni ma che affonda i suoi significati nell’id freudiano e nelle convenzioni culturali.
Misteri da indagare, decifrare e, in questo caso, da godere.

La Famiglia

di Sebastiano Riso

voto: 

Siamo di fronte a un soggetto controverso. Il regista Sebastiano Riso e i suoi due sceneggiatori sostengono di aver voluto trattare il tema delle molte forme di famiglia che convivono nella nostra attuale società (la tradizionale eterosessuale, la madre single con prole a carico, la coppia gay, ecc.) e che non hanno voluto fare un film sull’impossibilità/difficoltà delle adozioni (stepchild o meno che siano).

Sostengono che il loro interesse principale non era di girare un film sul tema dell’”utero in affitto”, ma di raccontare il dramma dei sentimenti di una coppia borderline che campa procreando bebè per coniugi sterili.
Senza addentrarci in questo dibattito, allo spettatore resta da vedere che i protagonisti lo fanno per denaro, per inseguire una bislacca idea di equità sociale, o forse per paura e incapacità di mettere in atto una propria personale famiglia. Li lega un amore ossessivo e malato in cui i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano continuo, lui apparentemente il dominante (l’attore e cantante francese Partick Bruel che recita in presa diretta in italiano) legato mani e piedi al piccolo giro malavitoso delle adozioni illegali, lei (la sempre intensa Micaela Ramazzotti) tenera e indifesa che lo ricambia e ricatta col ruolo di adolescente non cresciuta e che continua a partorire a ripetizione per fornire nuova “merce” al marito. Il loro commercio fila liscio fin quando la donna non sente rinascere in sé prepotente il senso dell’accudimento materno e inizia dunque a riconoscere per ogni dove i propri figli ceduti ad altri in circostanze passate.

L’intero film è sui loro volti, sui loro corpi, sulle loro espressioni, con la cinepresa che li tampina da vicinissimo in primi piani di forte curiosità; dal momento in cui l’equilibrio è rotto, al (non) roseo finale di una donna alfine indipendente, decisa a difendere il proprio ruolo di Madre Coraggio (o è una Mater Dolorosa?). In mezzo ci sono state le famiglie adottive che han visto morire la propria bambina malata, i medici corrotti inseriti nei giri illegali, le giovani prostitute che potrebbero sostituirsi alla protagonista nel ruolo di “fattrice”, e anche una coppia di attori gay che vorrebbero completare la propria vita con un frugoletto per casa. La loro presenza è quasi del tutto ininfluente sul senso del film, anche se viene tracciata con molta umanità e rispetto.
Ennio Fantastichini (ormai abbonato ai ruoli omosessuali sullo schermo come in teatro) è davvero commovente e convincente nella scena in cui viene a sapere che il neonato già tra le loro braccia è gravemente malato per cui decide di restituirlo al padre e dice al compagno “Alla mia età non potrei sopravvivere a un dolore così intenso”.
Casomai le riserve vanno indicate sul tipo di ambiente omosessuale ritratto, quello borghese del bell’appartamento con terrazza a vista sul cupolone, che si può permettere di spendere 80.000 euro per un bimbo. E ancor di più possono disturbare affermazioni che potrebbero suonare omofobiche come “il fatto che il mondo dei gay è quello coi soldi, quello dove ci sono i soldi veri, i froci sono ricchi”. Restiamo comunque nell’ambito di un episodio totalmente marginale e quasi ininfluente rispetto alle vicende della coppia dei genitori biologici commercianti di bambini. Non è per questo che il film non convince. Troppi i momenti al limite dell’assurdo ingiustificabili anche esercitando la più benevola sospensione dell’incredulità (sapevate che a Roma è possibile in piena notte scappare da un appartamento devastato dai creditori imbufaliti al vostro inseguimento e trovare ancora tra le tenebre un altro alloggio in affitto da proprietari opportunisti che vi aprono la casa vestiti di tutto punto? E che la cosa più semplice da fare è estrarre con le mani la spirale dall’utero? O che si può partorire tra dolori devastanti, da sole sul pavimento di casa, e solo poche ore correre sicure per strada in cerca del proprio uomo? Oppure è altrettanto ovvio che l’unica auto in circolazione per tutta la città nelle ore precedenti l’alba sia proprio quella di tuo marito? E che si possa fare una spesa settimanale con 20 euro?). In aggiunta la sceneggiatura e i dialoghi contribuiscono al danno con momenti di veri e propri crolli verticali, spesso incapaci di risolvere passaggi anche importanti in sintetiche battute da fotoromanzo da parrucchiera. E ancora perché ricorrere a un attore francese, costretti per di più a spendere tempo e pellicola per giustificarne la presenza nelle periferie di Roma?

IL CONTAGIO

di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

voto: 

Partiamo dalla pagina scritta di Walter Siti che non è di per sé traducibile in immagini cinematografiche, così carnale, piena di umori fisici e con costanti rimandi ad Altro e Altrove, se non la si ricrea del tutto probabilmente a scapito di una narrazione fluida e fruibile. Non ci si aspettava questo da Matteo Botrugno e Daniele Coluccini di cui nel 2010 avevamo apprezzato qui a Venezia “Et in terra pax”. Più che a questa fedeltà alla parola e allo stile di Siti la curiosità e le aspettative erano per come avrebbero trattato la materia raccontata nel romanzo Il contagio, le oscure vicende dei tanti piccoli e vitali personaggi presenti, intrecciate tra loro in un continuum quasi inestricabile, per come avrebbero reso il degrado umano e sociale dell’attuale periferia romana, figlia e sorella di quella stessa ritratta dal Pasolini degli anni ’50. Siamo usciti dalla sala in parte delusi e in parte convinti dalle loro scelte. Ci ha convinti la soluzione di comporre il film dividendolo in due netti e distinti capitoli, il primo assolutamente corale dedicato alla tragica commedia umana di un condominio/alveare del quartiere Laurentino (il film si apre e si chiude proprio con l’immagine di questo frammento di universo dalle forme geometriche, un po’ Colosseo e un po’ razionalismo fascista), mentre il secondo capitolo viene giocato come se fosse un lungo monologo teatrale, tutto centrato sulla figura già precedentemente tratteggiata di Mauro, lo spacciatore ambizioso che tenta la scalata al benessere sociale stando dentro le fila della malavita di quartiere, una delinquenza che nel volgere di pochi anni si è andata trasformando da criminalità di usura ed estorsioni di borgata a fenomeno mafioso con agganci e radici nella politica municipale e nazionale. A scandire ulteriormente la divisione delle due parti, a inizio-metà-fine, sono stati inseriti alcuni passaggi essenziali in voce off che bene dichiarano l’origine letteraria delle vicende. E’ la voce (in buona parte autobiografica) dell’autore che nel narrare il degrado e la vitalità di questo angolo di mondo, racconta anche di sé stesso e del suo rapporto mercenario con l’ex-culturista Marcello. La sua posizione di intellettuale e di esponente della borghesia lo pone al di sopra e al di fuori dei traffici illegali e delle meschinità di tutti i personaggi di cui racconta la spicciola vita quotidiana, fatta di piccole invidie e intromissioni nella vita dei vicini di casa, di illegalità di assegnazione negli alloggi popolari, di spaccio e consumo di cocaina, di debiti non pagati, di modeste rapine appena fuori dal confine del quartiere. Tutti i personaggi, davvero tutti tranne lo scrittore, sono accomunati dall’identica fame di denaro, dal desiderio di possesso di beni materiali, una fame e un desiderio che offuscano e soffocano qualsivoglia tipo di sentimenti reciproci e portano a depressione e alienazione, per non dire delle situazioni di illegalità. I legami matrimoniali ne sono totalmente corrotti, così come le amicizie o gli stessi legami parentali. Nessun diamante, da tale letame non nascono fiori, solo aridità d’animo, infelicità, incapacità e impossibilità di riscatto. Per raccontare di queste realtà i registi fanno sfoggio di un ampio ventaglio di stili, attenti ora a giocare nella stessa ripresa immagini a fuoco e fuori-fuoco per indicare l’importanza degli elementi da evidenziare, ora ricorrendo a primissimi piani come a campi lunghissimi. E proprio in questa esibizione di capacità tecnica di controllo della composizione e della concatenazione tra le immagini sta il limite più forte del film incerto tra un’unità stilistica e l’organicità dell’insieme. Difficile per esempio giustificare il bel rallenty della lapidazione di Marcello con il taglio documentaristico delle riprese dei paesaggi. Tant’è che nel pre-finale nel lunghissimo piano-sequenza di Mauro alla festa di raccolta fondi, momento in cui si concentra la parte fondamentale sia dei suoi eventi esistenziali sia degli snodi del suo sviluppo psicologico, si è portati a porre più attenzione a come i registi sono riusciti a superare le difficoltà tecniche delle riprese che non ai veri drammi del loro protagonista. L’attore che ne è al centro costituisce la vera sorpresa di questo film: Marcello Tesei si farà ricordare a lungo. Sia per la pregnanza della recitazione, ma anche per la virilità che riesce a esprimere da ogni suo poro; lo si era visto in varie serie televisive in uniforme, ma “Il contagio” potrebbe essere il vero trampolino per una sua lunga permanenza sul grande schermo. Di Vinicio Marchioni, protagonista nella prima metà del film, si conoscevano già da tempo le alte qualità recitative, ma qui oltre alle contraddizioni (anche sessuali) del suo personaggio dimostra ancora una volta la sua generosità quando si mostra al pubblico anche nella nudità delle sue fattezze (non assolute come quelle teatrali del suo vecchio spettacolo “Kouros”), ma pur sempre apprezzabili. Non è impresa semplice dar forma al complesso universo di Marcello, marchettaro atletico, bramoso di riscatto e considerazione sociale, cocainomane e sbandato, sposato da sempre con la fragile Chiara, per il quale non fa differenza vendere il proprio corpo o tentare il colpo grosso anche alle spalle degli amici più stretti. Marchioni non solo ne fa un ritratto credibile, lo scolpisce nella carne, ne restituisce l’anima e i sentimenti complessi e contrastati. A sua volta Vincenzo Salemme disegna con grande precisione l’umanità partecipe e consapevole dello scrittore gay, lo sguardo che vive, raccoglie e restituisce la vita della borgata, nel medesimo tempo “in and out”. Si fa apprezzare per la misura con cui lo ritrae anche nelle scene di sesso (brevi e quasi caste). Il suo è un ruolo quasi marginale, ma essenziale, figura solo in una manciata di sequenze, ma qui Salemme conferma il famoso detto secondo cui non esistono piccoli ruoli ma solo piccoli attori. D’altra parte tutti gli interpreti sono di alto livello, da Anna Foglietta come insicura moglie di Marcello a Giulia Bevilacqua come depressa consorte di Mauro, ma davvero tutti gli attori andrebbero citati. Con un unico limite, che è anche indice del valore della loro recitazione: forse sarebbe bene che il film uscisse sottotitolato, perché il dialetto romano che restituiscono è spesso così mimetico da risultare al limite della comprensione.

MARTYR

di Mazen Khaled

voto: 

Ultimo giorno di vita ed esequie di un giovane libanese nel film di esordio di Mazen Khaled. Siamo di fronte a un’opera ambiziosa e anomala che prova a coniugare e a trasmettere in chiave occidentale una complessa serie di elementi della cultura islamica in tema di rapporti tra i giovani maschi, tra i genitori e i figli, tra le diverse classi sociali e i celebranti delle pratiche religiose. La trama davvero essenziale sta tutta qui: nel prima e nel dopo un tuffo maledetto nel mare al centro di Beirut, su una sorta di spiaggetta cittadina tra lastre di cemento e scogli naturali dove si incontrano gli amici per passare la giornata insieme a prendere il sole, a nuotare, a parlare di donne e di moto. A eseguire il tuffo dall’alto della strada fino alle onde assassine e a rimanerne ucciso è Hassad, che ha passato da qualche anno l’adolescenza e che non può ancora definirsi un uomo fatto. Corpo perfetto e ambrato (potremmo paragonarlo a un Che un poco più giovane del celebre ritratto), orgoglioso del proprio pelo scuro e dell’aspetto e dei modi assolutamente virili. Anche se il suo sguardo muta e il suo desiderio forse si accende quando gli occhi si incontrano ricambiati con quelli di un coetaneo del gruppo (“mica è la tua fidanzata” viene detto a un certo punto da uno degli amici). Prima del tuffo ci sono stati i sogni notturni (anche erotici) del protagonista, il suo risveglio guastato dalle tensioni con la madre che lo rimprovera per aver lasciato il lavoro, la masturbazione sotto la doccia mattutina, l’incontro con un primo gruppo di amici che non vedeva da qualche tempo, le ore vuote da vero vitellone tra una nuotata e una discussione con i compagni sulla spiaggia. Dopo il tuffo è il suo cadavere che si fa centro della storia, riportato in auto lungo tutta la città fino alla casa paterna, la madre ne canta il lamento funebre, il padre e i vicini si mettono a discutere se si tratta o meno di un caso di martirio (secondo la legge coranica è martire colui che muore sfidando il mare), un alto esponente religioso si fa carico delle abluzioni rituali, gli amici lo compiangono e per il dolore il suo “mancato fidanzato” devastato non riesce a versare una lacrima. Il film è solo questo, narrato più attraverso le immagini che non attraverso i dialoghi, ma sono immagini che dicono, evocano e spiegano più di molte parole, anche perché si basano essenzialmente sulla concretezza dei corpi, sui primissimi piani ravvicinati della pelle (quelli da cui noi tutti finiamo per farci eccitare durante un amplesso), sugli incavi delle membra, sui particolari della schiena o del petto, sui ripetuti nudi integrali del lato A come del lato B. Le inquadrature che tagliano l’immagine subito sotto l’orlo dei pantaloncini da spiaggia con il loro contenuto non mostrato ma esibito sono lì a far percepire la vita e la vitalità che scorre in quei giovani che nuotano aggrovigliati assieme, mentre intrecciano inconsapevolmente eros e innocenza, omoerotismo e sua accettazione nel quotidiano. Allo stesso modo le sequenze quasi di danza contemporanea dei sogni o degli incontri tra i vivi e i fantasmi (bellissimo il pas de deux tra la madre e il figlio quando all’improvviso lei si trova faccia a faccia col “mancato fidanzato”) raccontano e spiegano i sottintesi e le abitudini del mondo islamico assai più delle pur bellissime sequenze antropologiche delle cerimonie funebri. In questo suo narrare per immagini che si sgranano per diventare improvvisamente iperrealistiche Mazen Khaled riesce a tessere un gioco provocatorio ed eccitante con lo spettatore, quasi una sfida e al tempo stesso una cucitura tra uno sguardo totalmente gay e una realtà sociale e culturale tutta da rivelare al di fuori a sé stessa.

THE SHAPE OF WATER

di Guillermo del Toro

voto: 

Piccola ma enorme sorpresa scoperta direttamente sullo schermo del Lido ma non conosciuta a inizio Festival, questo titolo entra per decisione degli organizzatori nell’elenco ufficiale del Queer Lion 2017, ma non concorre al premio. Peccato, perché con questo lavoro Del Toro raggiunge forse il vertice della sua carriera, sintesi perfetta e paradigma di tutto il suo fare cinema e della sua poetica d’autore. Sarebbe stato un bel segno inserirlo in concorso quanto meno come segno di riconoscimento per il suo cinema “diverso” e dall’estetica assolutamente queer nelle forme e nei contenuti. I suoi mostri non malvagi, i suoi eccessi visivi, le sue infinite citazione dai film di ogni tempo, i temi scomodi, il suo umorismo, la tavolozza assurda dei suoi colori… fanno indiscutibilmente parte integrale della cultura queer. Anche in questo caso, più di ogni volta in questo caso. A partire dal fatto che il narratore, anche se non è protagonista, è un umanissimo personaggio gay. Siamo nei primi anni anni ’60, nel momento di massima tensione della guerra fredda, quando in un laboratorio segreto degli USA viene portata in gran segreto una creatura anfibia catturata nelle foreste del Sud America (un dio della natura selvaggia dai poteri misteriosi) modellata sulle forme antiche del “Mostro della laguna nera”. Lì lavora una oscura donna delle pulizie, Eliza, dall’animo romantico ma totalmente priva di voce. Attorno a lei figure altrettanto sole e socialmente isolate per vari e differenti motivi. La compagna di lavoro Zelda è di pelle nera e subisce tutte le discriminazioni razziali in atto in quegli anni. Giles, l’anziano vicino di casa gay, cartellonista pubblicitario sente di vivere fuori tempo “troppo in ritardo o troppo in anticipo”, e si ingolla tonnellate di assurde torte solo per poter ammirare il bel commesso del negozio da cui finirà per venir scacciato (“… sa questo è un locale per famiglie!”). Nel laboratorio lavora sotto copertura un agente dello spionaggio russo che non può che vivere in gran segreto la propria situazione dalla doppia identità e dalla doppia cittadinanza. Tutti vivono con sofferenza la mancanza di una propria completezza, ma sarà proprio l’arrivo della creatura a cambiare e a dare un senso compiuto alle loro vite, a renderli parte di un gruppo e di una società potenzialmente rinnovata. Grazie all’amore che porta loro e all’amore (anche erotico con Eliza) che da loro riceve. Siamo – è ovvio – nel mondo della fiaba, una fiaba narrata in nero e in rosa, ma di questo tipo di favole il nostro tempo ha davvero bisogno. Del Toro si muove sopra e sotto la superficie, sulla crosta terrestre e insieme sotto il mare, raccontando il classico fantasy, ma andando dritto a trattare temi e problemi irrisolti del mondo contemporaneo. Vediamo la favola classica con la novità di una protagonista incredibilmente consapevole delle anomalie e delle solitudini umane, per prima la propria, che proprio nel momento in cui riesce a dare un’unione a queste solitudini potrà maturare la propria sessualità, da immatura e timida ad audace ed estrema. Perché della classica storia della Bella e la Bestia viene qui assunto come forza motrice proprio l’aspetto sessuale, ma senza mai dichiararlo in modo esplicito, anzi giocandoci a rimpiattino con molta ironia e sfrontatezza, in più coinvolgendo in questo gioco per primi gli spettatori. Del resto tutto il film si potrebbe considerare come un grande gioco cinematografico che mescola i generi e le sequenze degli schermi del passato con gli effetti tecnologici del cinema a venire. Solo il camp può dare un senso comune a Betty Grable e al 4K, al musical e al gotico 2.0. Gli interpreti? Tutti da ammirare e splendidi in una recitazione mix di ironia e serietà. Un film da non perdere quando uscirà in sala e che in questo momento risulta il più apprezzato sia dal pubblico che dalla critica tra quelli visti finora al Lido.

 


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