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CINEMA

I film del 32mo Lovers Film Festival recensiti dallo scrittore Vincenzo Patanè - I vincitori

I vincitori del 32° LOVERS FILM FESTIVAL

All the Lovers – Concorso internazionale lungometraggi

La giuria di All the Lovers – Concorso internazionale lungometraggi, composta da Franck Finance-Madureira, Vieri Razzini e Eva Robin’s, assegna il premio “Ottavio Mai” per il miglior lungometraggio, del valore di 1000 euro, a

The Wound di John Trengove (Sudafrica/Germania/Paesi Bassi/Francia, 2016, 88’)

Con la seguente motivazione: «Siamo orgogliosi di premiare un’opera prima su un soggetto inusuale, che ci porta a scoprire tradizioni ancestrali in una società patriarcale e il loro modo di condizionare le vite, in particolare quelle delle persone omosessuali. Siamo stati commossi dalla storia potente e dalla volontà del regista di documentare questa realtà».

La giuria assegna inoltre una menzione speciale a

Women Who Kill di Ingrid Jungermann (Stati Uniti, 2016, 92’)

Con la seguente motivazione: «Per la sua originalità e in particolare per lo humor».

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Real Lovers – Concorso internazionale documentari

 La giuria di Real Lovers – Concorso internazionale documentari, composta da Fabio Mollo, Mariapaola Pierini e Gianni Vattimo, con consulente di giuria Maria Luisa Brizio, assegna il premio UCCA per il miglior documentario, del valore di 500 euro, a

Ri Chang Dui Hua (Small Talk) di Hui-chen Huang (Taiwan, 2016, 88’)

Con la seguente motivazione: «Per la capacità di coniugare un percorso a ritroso nei silenzi di un legame tra madre e figlia, di ricerca della propria identità, con uno stile essenziale ma puntuale. Per una costruzione drammaturgica in cui l’indagine di una vita diventa gradualmente un disvelamento della propria. Perché la camera non solo guarda e racconta ma è, allo stesso tempo, capace di curare le ferite».

L’opera si aggiudica anche un accordo di distribuzione nazionale grazie a UCCA – Unione dei Circoli Cinematografici ARCI.

La giuria assegna inoltre una menzione speciale a

Mr Gay Syria di Ayse Toprak (Francia/Germania/Turchia, 2017, 84’)

Con la seguente motivazione: «Per il coraggio e la forza con cui la regista ha dato visibilità a una storia di rifugiato tra i rifugiati, con l’auspicio che il film non debba vivere nascosto, restare nell’ombra, come il suo protagonista».

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Irregular Lovers – Concorso internazionale iconoclasta

La giuria di Irregular Lovers – Concorso internazionale iconoclasta, composta da Andrea Bellini, Guido Costa e Adrian Paci, con consulente di giuria Ilaria Bonacossa e madrina Marzia Migliora, assegna il premio per il miglior film a

Mephobia di Mika Gustafson (Svezia, 2017, 24’)

Il regista potrà frequentare una Residenza d’Artista, mentre il film sarà proiettato alla prossima edizione di Artissima e al Centre d’Art Contemporain di Ginevra.

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Future Lovers – Concorso internazionale cortometraggi

La Giuria, guidata da Massimiliano Quirico e composta dagli studenti del DAMS di Torino (Silvia Armi, Giuseppe Enrico Battaglia, Marco De Bartolomeo, Sofia Nadalini, Gianmarco Perrone) assegna il premio “Fotogrammi sovversivi” del valore di 300 euro, dato da Sicurezza e Lavoro, per il miglior cortometraggio a

Millimeterle di Pascal Reinmann (Svizzera, 2016, 16’)

Con la seguente motivazione: «Per la capacità di raccontare, nel buio confuso di una piscina, i tormenti dell’adolescenza, ancora insicura della propria sessualità e alla scoperta del proprio corpo, ma capace di crudeli meccanismi di difesa e sfida».

 La giuria assegna una menzione speciale, in partnership con il Divine Queer Film Festival, a

Princess di Karsten Dahlem (Germania, 2017, 30’)

Con la seguente motivazione: «Poiché rappresenta il valore dell’incontro, la forza della cura e l’orgoglio di essere. Questo film rappresenta una visione Queer caratterizzata da molteplici e fluide sfaccettature. Divine Queer Film Festival ha espresso questa scelta per il risvolto positivo della storia narrata».

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Premio Stajano

La giuria, composta dai selezionatori del 32° Lovers Film Festival, Paolo Bertolin, Daniela Persico, Alessandro Uccelli e Stefania Voli, e da Willy Vaira, assegna il Premio Stajano a

Meu corpo é politico di Alice Riff (Brasile, 2017, 71’)

Con la seguente motivazione: «Questo film ripropone la possibilità di essere quello che si vuole essere e per il potere politico che questo ancora oggi rappresenta. Giò Stajano ha vissuto la sua intera esistenza tenendo sempre ben presente il potere della libertà di essere sempre se stessa; come uomo gay prima e come donna transessuale poi».


 

Lo scrittore, giornalista e critico cinematografico Vincenzo Patanè collabora da diversi anni a questo sito, offrendoci le sue precise e incisive recensioni. Ricordiamo che Patanè è autore di due ottimi (e quasi unici) libri sulla vita e le opere di Lord Byron: “L’estate di un ghiro – Il mito di Lord Byron attraverso la vita, i viaggi, gli amori, le opere” e “I frutti acerbi. Lord Byron, gli amori & il sesso“, oltre a diversi volumi sul cinema gay, come “100 classici del cinema gay” e “L’altra metà dell’amore – Dieci anni di cinema omosessuale“. Vincenzo Patanè si è sposato lo scorso 8 ottobre 2016 col suo compagno da 36 anni, il giornalista Giacomo Caruso. Dal 32mo Lovers Film Festival di Torino ci sta inviando le recensioni di alcuni film in programmazione.

Last Men Standing

di Erin Brethauer e Timothy Hussin

voto:

Dimenticato da un po’ di tempo, l’Aids è di nuovo al centro di numerosi film (anche perché la malattia non è certo stata debellata, anzi). Last Men Standing – prodotto dal giornale “San Francisco Chronicle”, con la regia di Erin Brethauer e Timothy Hussin – è la storia di 9 sopravvissuti alla malattia. Contratto il virus negli anni immediatamente successivi al 1981 – in una Francisco che contò ben 20000 morti di Aids – costoro non sono morti, il perché non lo sa nessuno, a cominciare da loro stessi. Un miracolo, certo, ma bisogna pure considerare le tremende malattie collaterali legate alla caduta delle difese immunitarie e i sussidi economici sempre più bassi (anche perché lo Stato era sicuro che sarebbero morti…) e quindi una vecchiaia incerta, fatta di poche cose, al di là dei ricordi strazianti. Che altro dire? Interviste toccanti, ricordi di un tempo e di una comunità che non ci sono più, di una giovinezza andata via irrimediabilmente, di tantissimi amici spazzati via dal male eppure in qualcuno c’è ancora voglia di vivere (talora inframezzata, è vero, a idee di suicidio). Su ogni cosa domina il ricordo di Castro e di San Francisco, quando a tanti gay sembrò di spaccare il mondo, di toccare il paradiso, anzi di vivere in un paradiso costruito in funzione dei gay e delle lesbiche. Una città, come viene ricordato, in cui non si veniva per trovare un compagno ma per portarsi a letto quanti più ragazzi possibile ma in cui pure sono nati rapporti eccezionali. Impossibile ricordare i nomi di tutti gli scomparsi, ma se fosse possibile lo faremmo volentieri. Questo doc coinvolgente ci aiuta però a ricordarli, con tanto affetto.


Sergei/Sir Gay

di Mark Rappaport

voto:

Sergei/Sir Gay è un documentario eccezionale. In appena 36 minuti, Mark Rappaport (il regista di Rock Hudson’s Home Movies) ricostruisce l’omosessualità di uno dei più grandi registi e teorici della storia del cinema: Sergei Michajlovič Ejzenštein (1898-1948).

Il documentario in realtà non dice niente che non si sapesse già ma il taglio è indovinatissimo (si finge sia lo stesso Ejzenštein a raccontare la sua vita) e le immagini, scelte con intelligenza, si susseguono magnificamente, in un discorso fluido e corretto che si basa su ottime conoscenze filmiche e artistiche. Così, prima vediamo gli intriganti disegni del regista di origine lettone – che, giocando col suo nome, amava firmarsi Sir Gay – con amplessi gay particolarmente spinti e poi vengono ricordati i suoi più grandi amori: Griša, ossia Grigorij Aleksandrov, e Sasha, ambedue presenti come attori nei suoi film. Poi si parla dei tanti spunti omoerotici dei suoi 6 film, capisaldi della cinematografia mondiale: su tutti la celebre La Corazzata Potëmkin (1925), in cui c’è un’esaltazione del corpo maschile mai vista fino ad allora, che ha sdoganato definitivamente la figura dell’icona gay del marinaio, che fungerà da archetipo per tante altre opere (da Paul Cadmus a Genet, da Querelle di Fassbinder a Cocteau). E per finire l’avventura messicana, nel 1931-32: il  Messico – allora ritenuto la culla del socialismo e quindi frequentato da grandi artisti e politici – girò kilometri di immagini per un film rimasto poi incompiuto (in seguito, fu montato dopo la sua morte, anche da Griša, col titolo di ¡Qué viva México!): tra di esse scene di straordinario erotismo, come quella di tre contadini messicani a torso nudo, legati fieramente, che ricordano dei san Sebastiano. Così Rappaport, con la scusa di Ejzenštein, riflette in realtà sul cinema, sull’arte e sulla cultura gay.


Taekwondo

di Marco Berger e Martín Farina

voto:  

Taekwondo è l’ultimo film degli argentini Marco Berger e Martín Farina. Fernando propone a Germán, un bel ragazzo gay che si allena con lui a taekwondo, di trascorrere con lui e sette suoi amici di infanzia un weekend nella sua casa di campagna. Germán accetta volentieri, anche perché è molto attratto da Fernando. I nove trascorrono il tempo fra la piscina, il tennis, giochi e scherzi vari e chiacchierate, in genere sulle donne, anche perché ufficialmente tutti hanno una ragazza. Nello stesso tempo, girano spesso nudi per casa, scambiandosi abbracci, toccamenti e occhiate maliziose e, soprattutto, osservando con gusto voyeuristico i corpi altrui. Fra di essi uno, Leo, dà a tutti l’impressione di essere gay, così come il nuovo venuto, Germán; d’altra parte, l’omosessualità è uno dei loro argomenti preferiti. Ma la domanda principale è: Germán troverà alla fine il coraggio per esporsi con Fernando?

La vicenda, giocata tutta su una situazione di sé pruriginosa – nove aitanti giovani, tutti tra venti e trent’anni, che agiscono in uno spazio conchiuso –, si offre con curiosità all’occhio dello spettatore, grazie anche a una buona sceneggiatura e ad attori all’altezza. Purtroppo però crea un grado di attesa che il film non è capace di reggere e così la maggior parte di ciò che si vede rientra alla fine in un ozioso bla bla.


 

Naz & Maalik

di Jay Dockendorf

voto: 

Inserito in un Focus (ossia una sezione) intitolato “Before Moolight” (il film, con un cast all black, che ha vinto 3 Oscar) con 4 film incentrati sui neri omosessuali, Naz & Maalik è interessante e godibile, anche se magari trova il suo limite nel mettere troppa carne a cuocere.

Naz (Kerwin Johnson Jr) e Maalik (Curtiss Cook Jr) sono due diciottenni neri islamici, che vivono a Brooklyn e che, di nascosto,  sono amanti (nonostante sia ovviamente haram, vietato, dalla loro religione), tanto da approfittare di ogni momento buono per scambiarsi effusioni o altro. Per iscriversi all’università, cercano di farsi qualche soldo, vendendo ai passanti, per pochi dollari, profumi non griffati, biglietti della lotteria, arachidi e figurine di santi (cristiani, ovviamente!). Così passano buona parte della giornata assieme, vagabondando per la città e filosofeggiando, talora ingenuamente talora acutamente, su tanti temi. I due vengono però notati da una poliziotta della FBI, che crede possano essere  dei terroristi; nello contempo, la sorella di Naz li vede mentre si baciano in metropolitana. La cosa quindi li costringerà a rivelare ai genitori che sono gay. Ma il loro rapporto reggerà a questa situazione? Il film – uno dei non molti con protagonisti gay o lesbici neri (come The Watermelon Woman, del 1996, rivisto nel giorno d’apertura) – se lascia perplessi nel finale un po’ vago, in compenso ha dalla sua la briosa leggerezza con la quale affronta problemi delicati, in un momento peraltro in cui la comunità afroamericana si sente giustamente perseguitata dalla polizia. Così viene bene alla luce quanto sia difficile, per ragazzi che vogliono costruirsi una loro vita, essere neri, gay, islamici e altro ancora. Troppi avversari tutti assieme da combattere, no?


Small Talk

di Hui-Chen Huang

voto: 

Vediamo Ri Chang Dui Hua (Small Talk) proprio nei giorni in cui il parlamento taiwanese ha avviato la procedura per rendere legale, primo paese in Asia, il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Il documentario, diretto dalla regista Hui-Chen Huang, ha vinto il Teddy Award 2017 a Berlino e si capisce il perché: è intelligente, ben calibrato, efficace, a tratti commovente. Una figlia quarantenne, dopo anni in cui si è macerata nei dubbi alla ricerca della verità, decide finalmente di capire cosa si nasconda dietro la madre Anu, mascolina e introversa, con la quale, assieme alla sua bambina, convive ma di fatto come in un due mondi separati e non comunicanti.

Chiede dunque alla madre – il cui marito, ubriaco e violento, è morto suicida –  se è vero che sia lesbica. Messa di fronte a domande dirette – fermo restando che a Taiwan è tabù porre domande intime ai genitori – Anu rivela  di essere stata sempre attratta dalla ragazze, di averne avute molte (dilapidando tanti soldi per conquistarle) e di avere considerato il matrimonio, combinato in giovane età,  un incidente, così come le due figlie (delle quali ha detto sempre alle sue donne che sono state adottate).  E forse hanno ragione le due figlie, alle quali pure non ha mai fatto mancare niente, che ha voluto sempre più bene alle sue conquiste che a loro.

I primi piani della madre che discute con la figlia della sua  vita vissuta fra speranze, illusioni e momenti di scoramento, alternati a significativi silenzi, sono splendidi. E inoltre, assieme ad Anu, si dipinge un ritratto straordinario di quarant’anni di vita taiwanese.


Spa Night

di Andrew Ahn

voto: 

Sono rimasto un po’ deluso da Spa Night, diretto,da Andrew Ahn, che pure vanta il John Cassavetes Award (oltre i premi al Sundance e all’Outfest al bravissimo protagonista, Joe Seo).

David è un diciottenne coreano, taciturno e un po’ remissivo, che vive col padre e la madre nella Koreatown a Los Angeles. I genitori sono costretti a chiudere il loro ristorante per un calo di clientela e quindi anche la sua iscrizione all’università è in forse per problemi economici. Nel frattempo, David vive con un certo disagio il rapporto che ha col proprio corpo nonché il desiderio che prova verso i ragazzi, come per l’amico Eddie. Per venire incontro ai problemi familiari – mentre la madre lavora come cameriera e il ladre si sfoga ubriacandosi – trova lavoro in una sauna (la spa del titolo). Lì – nonostante ogni approccio erotico sia fortemente proibito e lui stesso deve far sì che non si contravvenga – mette meglio a fuoco le sue pulsioni omosessuali, che lo attraggono e lo spaventano nello stesso tempo, sapendo quali problemi verrebbero a creare con la famiglia, la comunità coreana e la sua religione cattolica. Se alcune scene nella sauna creano un’atmosfera particolare, il film è però un po’ lento e dispersivo, tutto sommato più riuscito nel farci vivere le ansie familiari che gli struggimenti interiori di David, personaggio opaco e irrisolto, che non riescono a connettersi efficacemente ai suoi problemi.

 


Pedro

di Marco Leão, André Santos

voto: 

Pedro è un corto intrigante. In 21 minuti i portoghesi André Santos e Marco Leão riescono a creare una vicenda originale, sfiziosa e sufficientemente sfaccettata. Pedro (Filipe Abreu) è un bel ragazzo che vive con la madre. Tornato a casa all’alba, prima che cada addormentato, la madre lo convince ad accompagnarla in spiaggia in moto. Sono soli su una spiaggia poco frequentata. La solita richiesta della sigaretta, accompagnata da un’occhiata penetrante, ed ecco che Pedro si inventa una scusa con la madre e va a scopare con un bonazzo dietro le dune. Ma poi toccherà a lui rimanere di sasso nel vedere la madre sbaciucchiarsi con uno e scomparire del tutto, per andare chissà dove a completare la serata. Non gli rimane che tornarsene da solo. Giocato tutto su una situazione certa inedita – madre e figlio ambedue impegnati nel draguer – il corto osserva divertito l’analogia dei due desideri, che la fanno da padrone, e l’importanza dell’intimità.


Dream Boat

di Tristan Ferland Milewski

voto: 

Pronti per partire? Bene, si va dunque in una crociera nel Mediterraneo per soli gay, su una nave dotata di ogni comfort. Il racconto del doc Dream Boat, del tedesco Tristan Ferland Milewski, è tutto su questa nave. Concentrandosi in particolare su alcuni dei viaggiatori – un polacco, un indiano, un belga di nazionalità palestinese, un francese e un austriaco – vediamo la vita quotidiana in crociera, fra bagni in piscina, incontri erotici occasionali, feste, travestimenti e altro ancora. Dietro c’è il vissuto dei vari personaggi, di chi ha puntato tutto su quest’occasione per trovare finalmente qualcuno da amare (o forse addirittura un compagno) o di chi vuole solo divertirsi facendo sesso. Ciascuno ha la propria storia: timidezza, solitudine, problemi con la propria famiglia, sieropositività, bisogno di qualcosa di serio ma soprattutto testosterone alla potenza ennesima con desideri che si incrociano e fanno scintille… Alla fine il palestinese afferma che l’esperienza è stata così entusiasmante che tanti dopo cadranno in depressione e che forse per i gay sarebbe meglio abitare tutti in una sola isola. Bah, se lì fosse come la crociera, come si potrebbe reggere alla futilità di tanti la cui unica aspirazione è il travestimento, in cui l’apparenza è più importante dell’essenza e non c’è spazio se non per il sesso? Regia piatta, con situazioni rubacchiate da altri film (a cominciare naturalmente dalla celebre serie televisiva Love Boat). Per fortuna, l’ironia di alcuni personaggi dà un minimo di brio.


The Pass

di Ben A. Williams

voto: 

L’inglese The Pass, di Ben A. Williams, è un film incentrato sul mondo del calcio (anche se non si vede neanche un pallone…). Il film, tratto dall’omonima pièce di John Donnelly, si fa perdonare l’evidente impronta teatrale – tre momenti, ciascuno a distanza di 5 anni dal precedente, ambientati in tre ambienti circoscritti – perché vuole mostrare l’asfissia claustrofobica del calcio, una gabbia in cui non c’è proprio spazio per l’omosessualità.
Due calciatori, il bel Jason (Russell Tovey) e il gay Ade (Arinzé Kene), in trasferta con la propria squadra a Bucarest per una gara di Champions League, sono due campioni che dormono nella stessa stanza d’hotel. Giocando con allusioni erotiche e toccamenti sempre più intensi, alla fine ci scappa un bacio (e forse più, come si vedrà poi).
I due si incontreranno di nuovo 10 anni dopo a Manchester, dopo che Jason, in seguito ad amare vicende, ha lasciato moglie e figli. Perché Jason, che continua a essere un calciatore affermato, ha invitato Ade, il quale nel frattempo è diventato un calciatore dilettante e ha una relazione con un uomo? Ancora una volta i due, Jason in particolare, giocano al gatto col topo, complice anche un cameriere dell’hotel disposto a tutto, e così, fino al conto finale, si aggrediscono verbalmente, tra perfidie reciproche e giochi fisici sempre più diretti e con Ade che fa per andarsene più volte. Jason mostra un’evidente voglia nei confronti di Ade e, tra continui piccoli colpi di scena, fa uscire fuori la sua infelicità di gay represso, schiacciato dalla sua professione omofoba, nonché la sua vita fatta di bugie e di fallimenti sul piano personale (in contrasto con il successo sui campi da gioco).
Il film quindi sottolinea come il calcio – e sostanzialmente tutti gli sport di squadra, quelli in cui, per intenderci, c’è lo spogliatoio comune – continui a rimanere un’isola omofobica e machista. Bravissimi e belli i due protagonisti (e anche Nico Mirallegro, nella parte di Harry, il cameriere).


Tom of Finland

di Dome Karukoski

voto: 

A distanza di 26 anni dal riuscito doc Daddy and the Muscle Academy, il cinema finlandese si ricorda di un suo grande figlio: Touko Laaksonen, in arte Tom of Finland (1920-1991). Il  film omonimo, diretto da Dome Karukoski, è un riuscito biopic che ricorda i momenti più pregnanti della sua vita: i traumi mai sopiti della guerra, il consolidamento del suo ideale di bellezza (una felice unione di un boscaiolo finlandese, un centauro motociclista e i soldati delle SS), i primi timidi disegni degli anni Cinquanta, la creazione nel 1968 del suo personaggio più riuscito, Kake (si legge come si scrive), il successo ottenuto – nemo propheta in patria – negli Usa fino al definitivo successo. Tutto questo inframezzato con la vita personale di Touko (Pekka Stang): i battuage, le cariche della polizia, il rapporto d’amore col suo compagno Veli (Lauri Tilkanen), il rifiuto della società finlandese dell’epoca delle sue opere (a cominciare dalla sorella), il viaggio negli Usa nel 1978, il sentirsi in colpa per la nascita dell’Aids, quasi fosse stato lui a fomentare la promiscuità sessuale di tanti gay. Il  film offre una buona ricostruzione storica e, pur difettando di momenti molto forti, riesce a costruire in maniera convincente il mondo immaginario di Tom che poi, alla fine, è quello di tanti di noi: un mondo esclusivamente maschile – popolato da poliziotti, motociclisti, marinai, boscaioli, soldati in divisa, ragazzi leather – che ha cambiato le regole del gioco, proponendo, già negli anni Sessanta, una visione del gay, epica e monumentale, diversa da quella allora usuale per cui gay era solo l’effeminato, e che ha dato la stura a tanta cultura gay successiva, dalle foto al cinema.


Just Charlie

di Rebekah Fortune

voto: 

Charlie è un ragazzo bravo a scuola e soprattutto dotatissimo a calcio, tanto da essere convocato dal Mancester City per un provino. Accettare o no? Il padre, promessa mancata del calcio, lo spinge in tal senso ma lui pensa ad altro, rovinandogli i piani. Just Charlie, dell’inglese Rebekah Fortune, è il tipico film inglese non certo memorabile sul piano formale, quasi televisivo nella sua accezione più ristretta, eppure è interessante e colpisce nel segno per la sua delicatezza. Charlie (Harry Gilby) non è interessato al calcio, ma – come già fece da bambino – ama vestirsi da ragazza, proprio come sua sorella Eve. Di nascosto va nel bosco, dove ha nascosto una cesta con abiti femminili e del trucco. Già lì c’è chi lo sgama (ma per fortuna è l’allenatore della sua squadra, molto rispettoso) ma poi lo fa anche a casa e quando i genitori rientrano prima nasce il patatrac. Da lì è un susseguirsi di episodi rivelatori: mentre la madre e la sorella lo seguono nel suo percorso, a differenza del padre furioso, vediamo i primi trattamenti per diventare una ragazza, il giocare in un club femminile, l’andare a scuola con la gonna, le amicizie perse e magari ritrovate, qualche pestaggio, fino a un finale che lascia ben sperare. Il film riesce a mostraci convincentemente la psicologia complicata di un adolescente che sta male senza capire bene il perché, pressato da impellenze del suo fisico e della sua mente alle quali non sa resistere ma che infine riesce a trovare il bandolo della matassa e coraggiosamente intraprende la sua strada.


Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis

di Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo

voto: 

A Torino, in quest’anno di transizione, si recuperano alcuni film visti nell’ultimo anno solo in sparute occasioni. È il caso di Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis, diretto da Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo. Il docufilm nasce come un atto d’amore nei confronti di una persona sui generis, che ha saputo essere se stesso, con tutti gli effetti collaterali del caso, nella provinciale e  asfissiante Bari del dopoguerra. Nato nel 1938, Varichina (chiamato così perché da bambino vendeva porta a porta i detersivi prodotti dalla mamma) si vestiva e si comportava da donna, pacatamente e affettuosamente con le vicine di casa, in maniera esuberante e teatrale per strada, fra i divertimenti e gli sfottò degli astanti. Attraverso sapide interviste a chi lo ha conosciuto – mentre a interpretare lui c’è Toto Onnis e altre attrici per le vicine di casa – ne viene fuori un ritratto cangiante, sfaccettato e pungente di una persona  che ebbe il coraggio di imporre sé e la sua particolare visione del mondo, solo nella sua impari lotta, in anni in cui non esisteva nessuna sorta di rivendicazioni a favore di chi era omosessuale.  Ne viene fuori un film riuscito, ben diretto, pregno di umanità, che ci fa guardare con simpatia a Varichina – morto in una casa di riposo nel 2003 a 65 anni, roso dal diabete e dalla cancrena –  fiero antesignano della nostra lotta.


Heimat XXX

di Sebastian Dominic Auer

voto: 

Vincitore al Fish & Chips Film Festival, il corto hardcore Heimat XXX, del tedesco Sebastian Dominic Auer, è uno strano prodotto, difficilmente catalogabile ma non per questo privo di un suo fascino particolare. In 12’ vediamo due giovani vagabondare per una natura alpina in cui la primavera ritorna e con essa le pulsioni erotiche. I due iniziano a far sesso in un contesto superbo quanto austero. Poi si passa a un sesso più spinto, con inquadrature multiple ed esplicite, punteggiate da oggetti simbolici, sullo sfondo di colori postmoderni e visionari che richiamano Gilbert & George, fino a un amplesso in un mare di sperma. Quasi artistico nell’allargare l’erotismo alla natura, in una visione panteistica, il film si concentra sui corpi che si compenetrano all’unisono in un respiro quasi epico.

 

(Vincenzo Patanè)