L'America non è casa
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L'America non è casa

Quante vite può contenere una sola esistenza? Quando Hero De Vera arriva negli Stati Uniti dalle Filippine, dove è nata e cresciuta, ne ha già attraversate molte: a dispetto del silenzio ostinato, i suoi pollici rotti parlano di un passato tutt’altro che semplice. Il suo mutismo si deve a una lunga abitudine, ma anche alla volontà di concentrarsi sulla costruzione di una nuova vita, nella comunità filippina in California dove è emigrata grazie all’aiuto dei suoi zii, Paz e Pol: anche loro si sono lasciati alle spalle traumi e dolori che ancora li inseguono, con un carico di ricordi, affetti, responsabilità di cui non riescono a liberarsi. Roni, la figlia di Paz e Pol, la prima nata «americana», imporrà a tutti con la sua stessa esistenza un confronto con le proprie radici, costringendo i suoi genitori e Hero ad accettare l’identità complessa di una famiglia in bilico tra le promesse del sogno americano e l’irresistibile richiamo della terra d’origine.

Con uno stile esuberante e ironico, Castillo si muove in un territorio letterario sospeso e affascinante, in cui si intrecciano la saga famigliare, il romanzo d’amore, la storia di due Paesi e della distanza che li divide, e degli uomini e delle donne che tentano di colmarla. Disponibile ebook

“A che personaggio si sente più vicina, Roni o Hero?

«Da un punto di vista biografico, ho più cose in comune con Roni: siamo nate e cresciute nella stessa città, entrambe con un grave eczema. Ma ho fatto diventare Hero la voce principale, pur con molto disagio. All’inizio pensavo che avrebbe prevalso la voce di Paz o di Roni: tutti filippini della classe operaia con un background simile al mio e opposto al retroterra di benessere e privilegio di Hero. Ma li difendevo troppo, non li lasciavo mai essere vulnerabili. Invece il mio disagio di scrivere dal punto di vista di Hero mi ha permesso di essere più libera con lei. Ho voluto trattare di donne bisessuali dei sobborghi, working class, senza documenti, senza necessariamente cadere nel cliché che per vivere una vita gay occorra spostarsi nelle grandi città».”

(Alessandra Muglia su Corriere della Sera del 10/02/2019)

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