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Questo film, girato da Jarman in soli 12 giorni nel suo ultimo anno di vita, assomiglia più ad una rappresentazione teatrale-filosofica che a un film vero e proprio. Eppure è convincente, addirittura leggero e lievemente umoristico. E’ composto da una serie di “quadri” assai colorati ed essenziali, ognuno dei quali vuole trasmettere un’immagine della vita (come il senso di colpa che gli procurava la sua omosessualità) o del pensiero filosofico del protagonista. Il regista rimprovera a Wittgenstein di avere sacrificato per paura la sua vita sessuale, nonostante ricevesse diversi incoraggiamenti ad esprimerla pure dal suo ambiente accademico. Uno dei film più originali e convincenti di Jarman, ma solo per chi apprezza l’arte figurativa e immaginifica di questo regista.

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Ludwing Wittgenstein nato nel 1889 a Vienna è l’ultimo di nove figli: tre dei suoi fratelli sono scomparsi per suicidio, il quarto, Paul, ha acquisito una buona reputazione come pianista malgrado abbia perso un braccio durante la prima Guerra Mondiale. Distintosi a Cambridge come brillante allievo di Bertrand Russel, col quale condivide le idee politiche di sinistra e l’amore per le strutture logico-matematiche, Ludwig si arruola come volontario nella Grande Guerra, nonostante l’opposizione della famiglia. Poi si dedica all’insegnamento, ma fallisce nel suo compito di docente in quanto si scopre incompreso dai suoi allievi. Spinto dalla sua passione per l’Unione Sovietica, compie il tentativo, frustrato, di recarsi colà come operaio confortato dall’amicizia col depravato ed intelligentissimo Maynard Keynes. Il ripudio delle sue prime costruzioni filosofiche sviluppate nel “Tráctatus”, i sensi di colpa che l’omosessualità gli provoca, la rottura con Bertrand Russel, che lo accusa di contagiare i giovani studenti con le sue idee, un inesprimibile disagio ed un vuoto nichilista crescente ed insopportabile lo portano, con il tumore alla prostata, alla prematura fine.
Questo film, girato da Jarman in soli 12 giorni nel suo ultimo anno di vita, assomiglia più ad una rappresentazione teatrale-filosofica che a un film vero e proprio. Eppure è convincente, addirittura leggero e lievemente umoristico. E’ composto da una serie di “quadri” assai colorati ed essenziali, ognuno dei quali vuole trasmettere un’immagine della vita (come il senso di colpa che gli procurava la sua omosessualità) o del pensiero filosofico del protagonista. Il regista rimprovera a Wittgenstein di avere sacrificato per paura la sua vita sessuale, nonostante ricevesse diversi incoraggiamenti ad esprimerla pure dal suo ambiente accademico. Uno dei film più originali e convincenti di Jarman, ma solo per chi apprezza l’arte figurativa e immaginifica di questo regista.

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