Vite di Ballatoio

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Vite di Ballatoio

“Il film entra nelle case di ballatoio del centro di Torino, che oggi ospitano i transessuali, prevalentemente pugliesi, e, messi significativamente tra parentesi da due canzoni che si chiamano Malafemmina e Mister Uomo, la prima cantata dalla calda voce di un travestito, la seconda da Farida e Renato Zero e mimata durante uno spettacolo di cabaret she male che si conclude con uno spogliarello, ci mostra le apprensioni, i timori, le gioie, il lavoro, il banale quotidiano di questa frangia di umanità. L’attenzione del regista è talmente discreta da far pensare che la mdp sia accettata da Sara, Paola, Antonella, come una di loro. Superata l’autorappresentazione, piegato ad esigenze più complesse anche l’exploit d’attore di Ritratto di un piccolo spacciatore, i fili di ogni singola esistenza vanno a comporre un tessuto narrativo che ci introduce senza disagio anche nelle situazioni più lontane, più diverse, come nella splendida sequenza del colloquio sul letto tra un travestito ancora “uomo”, che, pieno di tentazioni ma anche di indecisioni, chiede ad un “operato” notizie sulla sua nuova condizione, fisica e psicologica. Questa narratività, di per se stessa coinvolgente, trova sostanza e irrobustimento in una realtà parzialmente sondata.” (P.Vecchi, Cineforum)

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CRITICA:

Non è difficile incontrarli: basta girare dopo cena per le strade della Crocetta o in corso Cairoli. Sono i “belli di notte”, transessuali e travestiti costretti a prostituirsi per poter vivere o pagarsi la sospirata operazione. A loro è dedicato “Vite di ballatoio” l’ultimo film di Daniele Segre, presentato nei giorni scorsi a Torino.
“Nella nostra città — spiega il regista — dalla fine degli anni ’80, sono numerosi i transessuali ed i travestiti immigrati dal sud. Emarginati dalla società e dalle sue leggi vivono in autentici ghetti nelle case a ballatoio del centro storico”.
E proprio da uno di questi fatiscenti ballatoi inizia il viaggio nel mondo dei transessuali. Un mondo alla disperata ricerca di una impossibile normalità. Discussioni, ricordi. paure e speranze (“ma dopo l’operazione è vero che si può godere come le altre?”) affiorano davanti ad una telecamera che scandaglia senza moralismi o morbosità un mondo finora off – limits.
Interni di alloggi. ninnoli, bambole, specchi per truccarsi, convivenze più o meno tenere, Marylin Monroe alle pareti, dialetti pugliesi e musica rock: lo sguardo di Segre insegue il quotidiano, la vita di tutti i giorni di chi è costretto a vivere notti “speciali”.
“Belle o brutte noi siamo una novità, per questo gli uomini ci cercano” spiega un transessuale. “Femmina, tu si na malaffemmina” canta sul balcone un altro. Raccontano i particolari del dopo operazione, quando finalmente ci si sente a posto.
C’è anche chi raggiunta la nuova condizione cerca di sfondare nel mondo dello spettacolo, o dello striptease, magari sulle note di “Only You”. Ma c’è anche chi si preoccupa della vecchia madre malata che vive al sud.
“Vite di ballatoio” segna il ritorno di Segre all’inchiesta, dopo la parentesi di “Testadura” (il film a soggetto presentato all’ultimo festival di Venezia). Un modo di fare inchiesta legato ad una singolare capacità di mettere a proprio agio i personaggi difficili che di volta in volta si alternano.
Prodotto dai Cammelli, la casa di produzione dello stesso Segre, “Vite di ballatoio” è in attesa di un distributore. (Rocco Moliterni, Il Manifesto 18.05.1984)

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“… E’ indubbio, comunque, che il risultato più maturo di Segre sia rappresentato da Vite di ballatoio, un video di 60 minuti parzialmente trasmesso dalla Rete 2. Sapientemente montato da Roberto Perpignani, fotografato con intensità da Bruno Adamo, il film entra nelle case di ballatoio del centro di Torino, che oggi ospitano i transessuali, prevalentemente pugliesi, e, messi significativamente tra parentesi da due canzoni che si chiamano Malafemmina e Mister Uomo, la prima cantata dalla calda voce di un travestito, la seconda da Farida e Renato Zero e mimata durante uno spettacolo di cabaret she male che si conclude con uno spogliarello, ci mostra le apprensioni, i timori, le gioie, il lavoro, il banale quotidiano di questa frangia di umanità. L’attenzione del regista è talmente discreta da far pensare che la mdp sia accettata da Sara, Paola, Antonella, come una di loro. Superata l’autorappresentazione, piegato ad esigenze più complesse anche l’exploit d’attore di Ritratto di un piccolo spacciatore, i fili di ogni singola esistenza vanno a comporre un tessuto narrativo che ci introduce senza disagio anche nelle situazioni più lontane, più diverse, come nella splendida sequenza del colloquio sul letto tra un travestito ancora «uomo», che, pieno di tentazioni ma anche di indecisioni, chiede ad un «operato» notizie sulla sua nuova condizione, fisica e psicologica. Questa narratività, di per se stessa coinvolgente, trova sostanza e irrobustimento in una realtà parzialmente sondata. Come ha scritto Alberto Barbera, «C’è un metodo Segre, evidente sin dai primi lavori ma affinato nel corso del tempo e delle numerose produzioni successive? Detto in breve, consiste in un passaggio continuo e quasi impercettibile di campo: dal documentario alla fiction, e viceversa. Assunti non già come momenti successivi per quanto interagenti, ma precisamente come istanze discorsive simultanee, scivolamenti progressivi da un piano all’altro, all’interno della medesima sequenza, della medesima inquadratura. Si tratta insomma per Segre di complicare in continuazione l’evidenza del documento con lo spessore della rappresentazione, senza peraltro mai sovrapporre artificialmente la messa in scena alla naturalità del reale».
Cocciuto propugnatore di un cinema in cui crede («Ho fatto Testadura, ho la testa dura», ci ha detto), lavoratore instancabile sempre disposto a «rischiare» produttivamentegre in fut Segre ci riserverà, ne siamo certi, altre, forse più gradite sorprese. Le aspettiamo con simpatia. Il cinema italiano ne ha molto bisogno.” (Paolo Vecchi, Cineforum, 09/1984)

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“… “Vite di ballatoio” (presentato in anteprima nazionale alla conferenza stampa del 2° Festival Cinema Giovani di Torino) è l’esito più maturo e più convincente. Perché formalmente più controllato, grazie anche al contributo di una fotografia poco “televisiva” e molto curata (a firma pseudonimi di Bruno Adamo) e all’eccellente montaggio del più sensibile tra i montatori del nostro cinema (Roberto Perpignani). E, soprattutto, perché più felice nella delicata scelta delle soluzioni espressive, mai banali ma neppure contaminate dal rischio incombente del “pittoresco” e del “morboso”. Segre ci dà un ritratto lucido e intenso di un gruppo di travestiti e transessuali immigrati, sradicati dal loro ambiente d’origine, costretti alla prostituzione, protesi alla ricerca di un’identità “impossibile” e di una felicità contingente, costretti a fare i conti con la “normalità” di un’esistenza anomala. Il suo sguardo e freddo e analitico, senza essere cinico o indifferente, anatomizza una situazione, evidenzia la fattualità di un ambiente mettendone in luce i tessuti connettivi, le fibre emotive. le tenioni “fisiche”. Racconta frammenti di storie, ricostruisce brani di vissuto, assembla elementi di una rappresentazione, avendo semplicemente l’aria di spiare l’estraneità di un “fenomeno” poco conosciuto, di sorprendere l’evidenza di una cronaca della marginalità più radicale.
In ciò aiutato dalle “naturali” (ma non per questo meno sorprendenti) doti di autorappresentazione dei travestiti. Il risultato è un eccellente esempio di cinema della realtà che non può lasciare indifferenti e di cui si ricorderanno a lungo alcune sequenze esemplari: il travestito che, prima dei titoli di testa, canta “tu si ‘na malafemmena” e, più avanti, recita un brano da Filumena Marturano; il rito quotidiano dei trucco; la discussione sui soldi tra “moglie” e marito (a letto di fronte alla tv), la trepidazione del travestito che s’informa sull’operazione (“dicono che poi si gode”). E, soprattutto, la livida sequenza conclusiva che svela le reali ambizioni del film e survolta l’inquietudine trattenuta dello spettatore. Mentre Mina, il transessuale, mima in play-back la canzona di Farida e Renato Zero, “Mister uomo”, un travestito si denuda al centro della scena, i segni della femminilità confusi e sovrapposti a quelli della indelebile mascolinità. E rimane li, immobile, schiaffeggiato dalla luce di un proiettore: cortocircuito tragico-grottesco di una condizione ai confini dell’umanità.” (Alberto Barbera, A qualcuno piace d’Essai, 12.06.1984)

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“…La giuria ha motivato il primo premio a «Vite di ballatoio» «per il rispetto e la delicatezza con cui descrive un gruppo di persone emarginate e il loro ambiente». «Vite di ballatoio» è un viaggio all’interno del mondo dei travestiti e transessuali emigrati dal Sud che, come unica possibilità di sopravvivenza, si prostituiscono sui marciapiedi di Torino, dove vivono nelle fatiscenti case a ballatoio. E’ interpretato direttamente dai protagonisti in una storia senza protezioni moralistiche o razziali.

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