Ville-Marie

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Ville-Marie

Secondo film del regista canadese Guy Édoin, presente a Venezia nel 2011, con il suo primo lungometraggio, “Marécages”, in concorso per la Queer Palm. Sophie Bernard (Monica Bellucci) è una stella del cinema europeo che si reca a Montreal per girare un film che ha forti rimandi alla sua vita personale. Ville-Marie è un qurtiere di Montreal dove vive da tre anni anche Thomas (Aliocha Schneider) il figlio 21enne di Sophie, omosessuale, che sta studiando architettura. Thomas ha un carattere difficile e non è mai riuscito a farsi dire dalla madre il nome di suo padre e le circostanze della sua nascita, per questi motivi madre e figlio sono due persone lontanissime. Il film che Sophie si appresta a girare (ne vedremo alcune scene intercalate alla storia reale) dal titolo “Paradise Boulevard” è un melodramma stile anni ’50, diretto dal regista franco-canadese Robert (Frederic Gilles), ex compagno di Sophie che per dieci anni l’ha aiutata nella crescita di Thomas. Per il film che sta girando utilizza diversi elementi della loro vera storia. Anche se i temi trattati ricordano pellicole di Almodovar (Tutto su mia madre o Parla con lei) o dell’altrettanto canadese Xavier Dolan, qui abbiamo uno stile decisamente più realistico che ce li fa presto dimenticare. Il film comprende anche altre storie (alla maniera di “Crash”) che hanno brevi momenti d’incrocio e che alla fine, conseguenza di un tragico incidente che porta Thomas sull’orlo della morte, avranno una resa dei conti risolutiva. In particolare seguiamo la vicenda di Marie (Pascale Bussieres) una laboriosa infermiera del pronto soccorso dell’ospedale di Ville-Marie; di Pierre (Patrick Hivon), un ex soldato che soffre traumi post bellici ed ora fa l’autista di ambulanze; e Benoit (Louis Champagne) sposato ma aperto a facili distrazioni. Le vite di questi personaggi s’intersecano in una delle prime scene del film quando vediamo Thomas alla fermata di un autobus che riceve un neonato dalle mani di una donna disperata che poi si getta sotto un camion. Arrivano Pierre e Benoit che raccolgono la donna per portarla in ospedale mentre la polizia raccoglie il bambino dalle braccia di Thomas. Una scena esplicativa del rapporto esistente tra Thomas, il figlio, e Sophie, la madre, è quando quest’ultima lo invita alla cena per il suo compleanno presentandosi con un abito di lamè, sciancrato. “Sembri un albero di natale” le dice Thomas chiaramente imbarazzato. Comprendiamo che tra i due non esiste altra possibilità di dialogo, riescono a comunicare i propri sentimenti solo con i comportamenti, mai con le parole. Sophie sembra recitare anche nella sua vita reale. La vita è misteriosa e imperscrutabile, sembra volerci dire il regista, che con maggiore insistenza si sofferma sulle problematiche della maternità e dell’assenza dei genitori. La tematica omosessuale è lasciata sullo sfondo, comunque accettata, ma col sospetto che possa essere la conseguenza di tante mancanze ed assenze. Probabilmente il film avrebbe potuto reggersi solamente sulla storia della madre e del figlio omosessuale, guadagnandoci in linearità, ma la regia ha probabilmente voluto allargare la storia ad altri personaggi per sottolineare ancora di più la solitudine dell’uomo contemporaneo, che non riesce a superare i traumi del passato e ancora meno ad entrare in un contatto vero con le persone che lo circondano. Film presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2015 el Festival Mix di Milano 2016.

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trailer: Ville-Marie

Varie

La famosa attrice europea Sophie Bernard è a Montreal per girare un film e coglie l’occasione per andare a far visita a suo figlio Thomas con la speranza di riallacciare i rapporti con lui. Ma Thomas ha altri piani per loro; ha intenzione di riuscire finalmente ad avere alcune risposte a proposito di suo padre. Contemporaneamente, all’ospedale Ville-Marie, il paramedico Pierre soffre per la sua sindrome da stress post traumatico, pensa di avere il supporto di Marie, l’infermiera che gestisce l’affollato pronto soccorso, e non è sicuro di poter affrontare questa mole di lavoro. Le vite di questi quattro problematici personaggi, si intersecano durante un disastroso evento a Ville-Marie in una buia notte di Montreal.

NOTE DI REGIA

Ville-Marie è nato da un bisogno di cambiamento e da un desiderio di rinnovamento. Il progetto era nella mia testa da tempo, in continuità con i miei cortometraggi. Potremmo definire il mio stile introspettivo e stilizzato, ma allo stesso tempo eccessivo e barocco. Opposizioni a partire dalle quali nascono tensioni, nella narrazione e nella cinematografia. Sono cresciuto in una fattoria, ma abito a Montreal da 17 anni e sentivo il bisogno di uscire da una certa “confort zone”, di filmare qualcos’altro, un nuovo ambiente in un modo nuovo. La storia è di finzione, ma mi sono ispirato ai miei primi anni a Montreal. Senza essere autobiografico,il film contiene molti fatti veri, seppur romanzati: la tragedia di una giovane mamma, l’incidente, il lavoro sui set. Avvenimenti vissuti da vicino o da lontano che hanno contribuito a nutrire la sceneggiatura. Ho bisogno di ancorare le situazioni che creo nel film nel mondo reale, voglio essere certo che i miei personaggi esistano davvero, respirino, sperino. E poi la fiction fa il suo lavoro. (Festa di Roma)

CRITICA:

L’INTERESSE principale è nella presenza di Monica Bellucci. E non si parla solo e tanto di valore promozionale per l’opera seconda del regista e sceneggiatore québécois Guy Édoin. L’attrice italiana è all’altezza di un ruolo problematico, e lo sarebbe probabilmente più di quanto il film riesca a valorizzare. Lo è e lo sarebbe di più, ancorché sadicamente maltrattata da trucco e costumi: i costumi di scena del film che Monica, celebre attrice nella trama, interpreta nel film. Se sentite odore di cervellotico feticismo da cinema francese avete ragione, anche se siamo nel Canada francofono. E avete ragione anche se sospettate un che di misogino nell’addobbare la protagonista da caricatura vintage dei melò anni Cinquanta. Montaggio alternato per destini che si incrociano. Potente l’incipit. Un ragazzo alla fermata dell’autobus, gli è accanto una giovane donna con un neonato in braccio, glielo affida e si getta sotto un camion. Sconvolto dall’esperienza, e capiremo poi perché l’idea di quel bimbo che non conoscerà mai sua madre lo tocchi tanto, Thomas si stava recando in aeroporto per andare a ricevere sua madre che ama- odia e non vede da tempo, la celebre star Sophie Bernard. In arrivo a Montreal per interpretare un film in cui si riversa la propria triste storia di sedotta da un uomo potente. Entrano nel girotondo di destini incrociati un’infermiera e un addetto alle ambulanze, dello stesso ospedale dove anche Thomas finirà a chiusura del cerchio, a loro volta carichi di traumi e di infelicità. Tutto gira intorno all’idea di un travaso di verità tra vita e cinema. Posticcia. (P. D’Agostini, La Repubblica – voto 2,5/6)

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Monica Bellucci plays a European star visiting Montreal for a movie shoot in Guy Edoin’s second feature, which co-stars up-and-coming talent Aliocha Schneider as her son.
A European star with the face and body of Monica Bellucci lands in Montreal, where she hopes to find her 21-year-old son waiting for her, in Ville-Marie, the second narrative feature from French-Canadian director Guy Edoin. If the film, named after Montreal’s downtown district where the narrative unfolds, might at first sight seem the total opposite of the director’s rural Quebec-set debut, Wetlands, the two films share a lot of DNA, including an interest in complex mother/son dynamics. Working on a larger and more ambitious scale, Edoin juggles several intersecting storylines and navigates tricky tonal shifts as, in some film-within-a-film sequences, Ville-Marie morphs into a fictional melodrama.
Though occasionally blunt and derivative, Ville-Marieis is more often an insightful and admirably complex take on human behavior. It can only further cement Edoin’s reputation as one of Quebec’s brightest new directorial talents.
Bellucci plays Sophie Bernard, an actress who speaks a come-hither French (her exact origins are described only as “European”). The storyline involving her and her son, Thomas (Aliocha Schneider), who studies architecture in Montreal, borrows heavily from the work of Pedro Almodovar, at least in narrative terms. In Almodovar’s All About My Mother, a son has an accident, his mother hasn’t told him who his father is and she becomes the assistant of a major theater star. Here these elements have been only slightly compressed: Thomas asks his mother to reveal the name of his father as a birthday gift, just before he ends up in the hospital, while Sophie is not an actress’s PA but a star herself.
The film shoot that Sophie, an Italianate brunette, has nominally come to Montreal for is Paradise Boulevard, a 1950s-style melodrama in which her character has a blond Lana Turner bob. The project is directed by French-Canadian director Robert (Frederic Gilles), a former partner of Sophie’s who for 10 years helped bring up Thomas and who has used part of her life story as the inspiration for his film. The few extracts of Paradise sprinkled throughout the narrative are shown as completed sequences, composed of multiple shots and with a full-on orchestral score, as if the film were already finished instead of in the process of being shot. They help fill in Sophie’s backstory in a way that recalls Almodovar’s use of a film-within-a-film in Talk to Her. But thankfully, this is where the similarities with the Spanish Oscar-winner — himself not immune to the pull of 1950s melodramas — end. With the obvious exception of the feature Sophie and Robert are shooting, Ville-Marie is more down-to-earth and realistic in tone, and visually, the film little resembles an Almodovar movie.
Besides Sophie and Thomas, Ville-Marie, co-written by Edoin and the Quebec novelist Jean-Simon DesRochers, follows several other characters. They include Marie (Pascale Bussieres, from Wetlands), a hardworking nurse at the emergency unit of Montreal’s Ville-Marie hospital, and the ambulance drivers Pierre (Patrick Hivon), a former soldier suffering from PTSD, and the flirty if already married Benoit (Louis Champagne), who both know Marie. The characters’ lives intersect from scene one, in which a distraught mother (Larissa Corriveau) at a bus stop hands Thomas her newborn and then throws herself under a truck. This prompts the arrival of Pierre and Benoit, who take the heavily bleeding mother to Marie at Ville-Marie, while police officers have to pry the baby from Thomas’ hands (as someone who doesn’t know who his father is, he finds it hard — as possibly the last person to see the baby’s mother, if only for seconds — to let the baby go). It’s a logical starting point, as themes such as the secret lives of those around us, the difficulties of motherhood and the absence of parents are explored throughout the film.
As Edoin observes his eclectic bunch of characters, it becomes clear that the actions of each one are informed by the need for self-protection from past or possible future pain. That’s why Sophie spent time working in Europe instead of looking after Thomas in Montreal, why Marie takes as many shifts at the hospital as possible and why Pierre pursues sexual encounters but avoids intimacy. When Sophie takes Thomas out for his birthday dinner, she embarrasses him by dressing up in a figure-hugging lamé dress — his reaction: “You look like a Christmas tree” — and singing a breathy version of the Elvis Presley song Can’t Help Falling In Love for him from the stage. She has no problem admitting she knows this will embarrass him. That she does so anyway suggests she’s a performer at heart and doesn’t know any other way to express her feelings.
Several such moments of insight regarding what feeds into people’s actions make Ville-Marie less a plot-driven drama then a drama exploring why humans behave as they do. A scene involving a distressed Sophie lashing out at Pierre is a good example, as is a conversation between Sophie and Marie about how they’ve both struggled with motherhood. It’s moving to see the two women, from entirely different worlds, sit together on a park bench, in a straightforward medium two-shot, and recognize something within each other. The scene’s complexity is enhanced by the fact that the audience knows Marie hasn’t told Sophie the whole truth.
Sophie is one of Bellucci’s meatiest roles in recent years, if one with several meta touches. She’s superb as a woman who uses her diva attitude to keep the real world at bay, though that doesn’t mean she lacks real feelings. The reason she feels ambivalent toward her son is hammered home with a bit too much insistence — the autobiographical film-within-a-film is really enough — but for each moment of obviousness, there is another that’s daring and insightful. A sequence in a hospital bathroom — in which Sophie discards the trappings of the trade, for example — wordlessly suggests that even she needs to occasionally remind herself who hides behind the mask of her stardom. “Sometimes I feel you’re more authentic when you’re acting,” Robert tells her, though as the film makes abundantly clear, it’s not only the actress who’s constantly pretending.
In a much less showy role, Bussieres, who also played a mother called Marie in Wetlands, is Bellucci’s equal. She’s the kind of person who keeps everything inside her but sometimes just needs to let it all out, as in nighttime conversation with Pierre, played by Hivon with the right mix of intensity and standoffishness. The least developed major role is the one played by Schneider, the younger brother of Xavier Dolan’s Heartbearts actor Niels Schneider. A bit more time with him would have been welcome; there’s a sense he struggles with a bad breakup — “with guys, both of us have been unlucky,” he tells his mother — as well as with the fatherhood question, but despite the fact that the film starts and ends on him, it’s hard to figure out what really makes him tick. (Boyd van Hoeij , Hollywoodreporter.com)

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