La Vespa e la regina

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La Vespa e la regina

Renato, giovane gay, dirige con i suoi più cari amici una rivista per omosessuali chiamata The gay after. Per Renato i ‘diversi’ sono gli altri, ossia gli eterosessuali. Sembra un tipo molto sicuro di sè, anche se i genitori fanno di tutto per nascondere la situazione, e alla fine quella che condiziona tutto è la vecchia nonna Assunta. A lei, ormai in punto di morte, Renato promette che proverà almeno una volta ad andare con una donna. Le promesse vanno mantenute, e così il ragazzo, senza dire niente ai collaboratori, comincia a cercare una possibile partner che alla fine trova in Ginevra, bionda e appariscente. In realtà Ginevra al naturale è bruna e, soprattutto, lesbica irriducibile e leader del gruppo rock ‘Le fucking sisters’. Anche Ginevra, per motivi di gelosia, vuole provare il frutto proibito, e così i due cominciano a frequentarsi. A poco a poco succede che si innamorano, la loro vita di omosessuali viene sconvolta, e ciascuno ha paura di perdere sia gli amici sia il nuovo partner. Entrambi tacciono, e gli equivoci si moltiplicano in un intreccio aggrovigliatissimo tra famiglia e lavoro. Finalmente appare evidente che tutto deve venire allo scoperto. Ribadito il loro attaccamento ai compagni di prima e al loro modo di vivere, Renato e Ginevra coronano con il matrimonio il loro sogno d’amore. (Cinematografo.it)

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CRITICA:

“Un giornalista gay (Ponce) e una rocker lesbica (Gerini) si innamorano ignorando i reciproci trascorsi, e facendosi in quattro per nascondere tutto ad amici ed amanti. Equivoci assortiti come in una pochade di una volta, con una verniciatura trasgressiva (ma sotto sotto moralista) all’acqua di rose, che già ai tempi del primo Almodovar sarebbe sembrata obsoleta. La Gerini canta La fica è fica, la seguo fino in Costarica con abnegazione degna di miglior causa.” (Paolo Mereghetti)

“L’esordiente Di Leo la butta sul favolistico, cercando di usare gli stilemi del cinema hollywoodiano. Purtroppo è attratto anche da Nando Cicero e così le battute si sprecano, i doppisensi abbondano e il moralismo fa breccia in un finale che ha troppa voglia di rimettere le cose a posto”. (Aldo Fittante, ‘Segnocinema’, settembre / ottobre 2000)

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