Verso l'Eden

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Verso l'Eden

Il regista ha subito dichiarato che il film “è una favola metaforica, una parabola” che ha lo scopo di mettere a fuoco uno dei problemi più gravi del nostro tempo: l’immigrazione. Escludete subito di guardare il film come una cronaca realistica. Il protagonista del film (Riccardo Scamarcio) e tutti gli interpreti sono impegnati più a farci vivere delle emozioni, a trasmetterci delle sensazioni, che a raccontarci una storia credibile. L’immigrato Elias parla pochissimo e forse comprende ancora meno. Le sue reazioni sono istintive, quasi automatiche. Rappresenta l’uomo nella sua integrità, nella sua purezza. Vuole solo vivere, cioè poter mangiare, lavorare, aiutare, amare. Quando gli altri glielo permettono (vedi l’incontro con la venditrice ambulante) è dolcissimo e tenerissimo. Diventa violento solo per difendersi e ladro solo per poter sopravvivere. Nel film i suoi veri nemici sono rappresentati solo dalle forze dell’ordine (le istituzioni), tutti gli altri cercano solamente di “utilizzarlo”, spesso senza cattiveria, chi per la sua bellezza, chi per comodità, chi per manodopera a basso costo, in base alle leggi di una società consumistica e sfruttatrice, piena di paure più apparenti che reali, soprattutto egoista e infelice. Forse le due figure più negative sono la coppia di coniugi litigiosi che lo abbandonerà nel freddo delle Alpi, non per cattiveria ma per indifferenza, uno degli atteggiamenti peggiori, sembra volerci dire il regista. Alla fine del film comprendiamo che nel mondo, chiuso, freddo e distaccato, non c’è più magia. Ormai la magia è solo nelle mani dell’immigrato Elias.
Il film è ricco di momenti omoerotici, stimolati da uno Scamarcio splendido e in stato di grazia, al quale non può resistere l’omosessuale Jack (Eric Caravaca), impiegato nel centro di vacanza nudista dove Elias approda dopo essersi gettato in mare. Jack non riesce a staccargli gli occhi d’addosso e appena intuisce la sua condizione se lo trascina in un luogo appartato, lo bacia e lo concupisce approfittando della sua paura. Più tardi gli permetterà di fuggire dall’isola con un catamarano. In uno dei tanti passaggi in autostop Elias capita su un camion guidato da una curiosa coppia di gay tedeschi (Antoine Monot, Florian Martens), due simpatici orsetti, che non credono ai loro occhi quando si trovano tra le mani (letteralmente) un tale fustazzo. Anche loro, pur ottenendo assai poco, cercheranno di aiutarlo e alla fine lo saluteranno con gli occhi rossi. Non mancano, soprattutto nella prima parte del film, primissimi piani “nature” del nostro eroe che ne confermano la meritata qualifica di sex symbol.

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2 commenti

  1. zonavenerdi

    Scamarcio buono-cattivo attore? Qui è un buon attore: mai giudicare un attore a prescindere …

    Bellissimo film delle vicessitudini di un clandestino, che scampato alla “cattura” dei suoi compagni di viaggio fa molte esperienze e cerca di “costruirsi” una vita migliore. Ma non tutto nella nuova vita va come dovrebbe …

  2. La disputa dei nostri amici su Riccardo Scamarcio mi ha fatto venir voglia di dire due parole su un film di Costa-Gavras in cui il nostro offre una eccellente interpretazione. Il personaggio di Elias silenzioso empatico emigrante dall’aspetto alquanto bonazzo (che sicuramente avrà allupato le ragazzine in fase puberale..ma forse anche segretamente l’amico “istintosegreto”)come l’Idiota di Dostoevskij passa come una meteora per mezza Europa , mantenendo identità e purezza d’animo. La sua discesa sulla spiaggia nudista e il passaggio delle Alpi con la sgangherata coppia burina sono sicuramente da ricordare. L’atmosfera da favola dà un certo cachet al film, dà un tocco di tenerezza alla descrizione della dura realtà che circonda il protagonista. Voto 7.

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SINOSSI

Come nell’Odissea, e’ nel mar Egeo che ha inizio l’avventura di Elias, il nostro eroe senza leggenda.
Sullo stesso mare, sotto lo stesso sole e lo stesso cielo che all’alba della civilizzazione. Dopo numerose peripezie, tra le quali un passaggio in paradiso e un breve soggiorno all’inferno, la sua epopea finisce magicamente a Parigi. Parigi, che ogni viaggiatore vede brillare nel piu’ profondo dei suoi sogni nel suo sonno incerto.
Verso l’eden prova a dar voce al percorso, al vagare, alla storia di coloro che, ieri fummo noi stessi o i nostri padri e madri, attraversano il mondo, sfidano gli oceani e le uniformi, alla ricerca di un tetto. La storia di Elias non e’ quella di Ulisse, ne’ quella di JeanClaude, ne’ la mia. Ma io mi riconosco in Elias, questo straniero che non mi è estraneo… (Medusa)

CRITICA:

“Paladino da sempre di un cinema umanista e votato alle cause giuste, Costa-Gavras ha avuto una buona idea: raccontare le tribolazioni dell’immigrazione clandestina dal punto di vista di un immigrato. A priori, sembrava anche una buona idea di dare alla storia un andamento picaresco: però il regista ha premuto troppo sul tasto della fiaba, e questa era un’idea meno buona. (…) Il film non è brutto; ma lo vedi e te lo sei già dimenticato.” (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 6 marzo 2009)

“‘Verso l’Eden’ è una fiaba girata nello stile delle comiche del muto. E come tutte le fiabe dice cose profonde e poetiche sulla realtà. Troviamo bellissimo che un regista come Costa-Gavras abbia girato un simile film, che è un apologo sottile sulla nostra condizione di europei. Scamarcio è bravissimo: vedere per credere.” (Alberto Crespi, ‘L’Unità’, 6 marzo 2009)

“E’ quando Elias fugge verso Parigi che il film prende davvero il volo, anche se gli episodi sono troppo diseguali per sorreggere un’idea affascinante quanto balzana e anacronistica. Il meglio sta in certi episodi umoristici, drammatici, o addirittura ottimistici (a Parigi c’è chi lo aiuta). In filigrana si sente la lezione di Chaplin. Ma è difficile ritrovare oggi quell’innocenza sia dietro la macchina da presa che in platea.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 6 marzo 2009)

“‘Verso l’Eden’ vorrebbe essere un ritratto/apologo del dramma dell’odierno migrante e finisce per diventare una grottesca comica dai pallidi echi chaplinian-keatoniani. Costa Gavras pigia il gas sulla presenza scenica per ogni inquadratura di Scamarcio caricandolo di spaesamento spaziale e di un balbettante gramelot che gli permette di dire parole singole come Parì o Lidò. L’osservazione del fenomeno sociale fa però parte di quella categoria intellettuale che non lo vive di persona ma lo guarda dall’alto e per traverso del suo lume scrittorio, lasciando trasparire uno iato materico sul tema e l’inadeguatezza della scelta di un registro metaforico universalizzante. ‘Verso l’Eden’ va così visto come un pastiche di intenzioni politiche, spompi registri del comico cinematografico (ci sono pure le torte in faccia) e goffe digitalizzazioni di sfondi (il Tgv che sfiora ai mille all’ora Elias sa d’infanzia dell’animazione). Scamarcio saltella, si arrabatta e soprattutto corre via dalla fame atavica, dalla merda da spurgare nei cessi, dal peso dell’oggettiva povertà. Dire che lui salvi il film sa di forzato, ma almeno accorcia la ritrosia dello sguardo registico rimpolpando la consistenza della materia ritratta, facendoci tastare con mano il fondo del barile dell’opulento, egocentrico e barbaro Occidente.” (Davide Turrini, ‘Liberazione’, 6 marzo 2009)

“Buttato nell’Egeo, un migrante/simbolo che usa una lingua inventata, si rifugia in un villaggio vacanze chic. Travestimenti e disavventure (idrauliche) da vecchie comiche, ma il moderno Ulisse (Itaca è in Francia) è dotato di una notevole prestanza fisica che lo cava da ogni guaio, smentendo la direttrice dell’albergo (‘Essere charmant non aiuta’) e trasformando in autogol la sociomorale pensata dal regista ‘politico’ Constantin CostaGavras (‘Z’, ‘Missing’, ‘Amen’). Si è giustificato dicendo che se avesse scelto un protagonista brutto, l’avrebbero accusato di razzismo. Il che è un altro autogol liberal. Scamarcio approda alla spiaggia nudista, mostra le chiappe, subisce l’allupato assalto di uomini e donne, s’indigna, si concede, è ingannato, viaggia, fugge, impara che l’abito fa il monaco e la divisa peggio. Dice poche battute, ha Charlot (e Tarzan) come modello, se la cava bene. Attraversa stati di polizia, egoismi tecnologici, liti e acquazzoni borghesi. Riceve doni, truffe e consigli. Sconvolge una mensa e una colazione sull’erba. A Parigi, un illusionista gli rivela che: ‘Oggi solo un mago può cambiare il mondo’. I registi impegnati no di certo, ormai ci siamo rassegnati.” (Alessio Guzzano, ‘City’, 06 marzo 2009)

“Costa-Gavras e il suo fidato sceneggiatore Jean-Claude Grumberg hanno seguito passo passo le vicissitudini del protagonista, là inseguito dalla polizia, altrove costretto a fatica a sottrarsi a tentativi di violenze d’ogni tipo, ora aiutato ora respinto, rubando per mangiare, procedendo a piedi o in autostop, fino a un traguardo dove la soluzione, dopo tante dure cronache realistiche, gli si proporrà, pur rimanendo sospesa, con un espediente di favola tra il visionario e il magico. Non tutto è pienamente risolto, sia dal punto di vista narrativo sia da quello stilistico anche per quell’impennata nel finale, ma l’odissea di Elias ha momenti intensi soprattutto perché il personaggio, oltre a parlare pochissimo, rivela ad ogni svolta un carattere fra l’ingenuità e il candore, lontano da ogni negatività, anche quando ruba affamato, qui guidato dall’ansia là dalla paura, sempre teso, con umiltà, verso la meta cui fortemente aspira, il suo Eden in terra. Lo interpreta con giuste misure il nostro Riccardo Scamarcio esprimendosi quasi soltanto con il silenzio.” (Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’, 6 marzo 2009)

“Costa-Gavras fa di Scamarcio un simbolo degli emigranti, del modo inumano in cui vengono trattati, dello spavento che le migrazioni ispirano anche in Paesi come la Francia, usi agli stranieri. Ma i1 film ha un equilibrio speciale: insieme con gli scontri brutali, Elias incontra gente benevola che lo aiuta, gli regala una giacca, gli dà da mangiare, gli fornisce informazioni. Il caso che il regista sceglie di raccontare è consueto più che tragico: ma la sofferenza della solitudine e dell’estraneità rimangono forti, nonostante l’energia speranzosa del viaggiatore. Nel suo nuovo mondo, Scamarcio si muove come un alieno ma con naturalezza giovanile. Il film ha forse un clima troppo tranquillo: tuttavia l’emigrazione, gli emigranti, nelle nostre società sono ormai un fenomeno comune.” (Alessandra Levantesi, ‘La Stampa’, 6 marzo 2009)

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