Vergot

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Vergot

Film premiato (miglior montaggio) alla VII edizione del Doc/it Professional Award, dove era stato selezionato tra i cinque titoli migliori dell’anno. La regista Cecilia Bozza Wolf ha incontrato Gim, il protagonista di questo film documentario, durante le ricerche per un suo precedente lavoro. Per la prima volta nella sua vita, Gim le confidò di essere omosessuale, cosa che fino ad allora non aveva mai rivelato a nessuno. Cecilia ne rimase subito colpita e due anni dopo decise di utilizzare questa storia per il suo lavoro di diploma allo Zelig. Prima di iniziare le riprese ha passato diversi mesi con Gim e la sua famiglia, ciò nonostante la realizzazione ha incontrato parecchie difficoltà causate dalla ritrosia di un ambiente e persone che non vedevano di buon occhio l’invadenza di una troupe nelle loro vite private ed intime. L’abilità di Cecilia nel coinvolgere le persone della comunità nella lavorazione del film (sonoro, scenografia, ecc.) e limitando solo alla sua presenza, come operatore, nei momenti più particolari ed intimi, ha permesso di arrivare ad ottimi risultati complessivi.
Due fratelli, un padre soprannominato “Il Lupo”, una madre invisibile. Una famiglia di agricoltori di una valle alpina dove culturalmente la gentilezza è un segno di debolezza ed i modi sono ruvidi. Il figlio più giovane, Gim, sta scoprendo la sua omosessualità, ma il padre non riesce ad accettarlo. Il fratello maggiore, Alex, si trova nel mezzo: da un lato vuole incoraggiare Gim a superare le sue paure, dall’altro si sente vicino alla tradizione del padre. E’ difficile ritrovare l’amore nascosto in un contesto così esasperato. I protagonisti saranno in grado di continuare a vivere insieme?… Presentato al Trento Film Festival, viene così commentato dalla critica Alda Baglioni (Il Dolomiti): “Racconto coraggioso, contrapposizioni culturali tra città e vallate, fissate sullo schermo con una sceneggiatura volutamente fragile, che parla di omosessualità, forse mai esplicitamente ostentata, con un plateale bacio gay, subito dopo l’inizio del racconto scandito da immagini di un gioco empatico nell’acqua dei due fratelli protagonisti. Un lavoro di Cecilia Bozza giustamente provocatorio, ostico, che irrompe nelle problematiche familiari di avere un figlio diverso, in un nucleo tradizionale periferico e montanaro. ‘Vergot’, dal titolo si capisce che tutto sarà parlato in dialetto, con significati di varia interpretazione, quel ‘qualcosa’ – appunto ‘vergot’ – che si presta a suscitare interrogativi. Storie di giovani che hanno grossi problemi con la propria identità. Ragazzi fragili che si scontrano con una vecchia generazione, Lupo il padre, il figlio maggiore Alex, suo fratello ventenne Gim, il più introverso e fragile. Hanno una madre assurda, figura mai ripresa dalla telecamera, ma ossessiva nella sua invisibile presenza; una sorta di fantasma che si aggira tra le mura domestiche, lasciando enigmatici messaggi scritti su fogli di carta. Poi c’è Gim, giovane ‘fuori dalle regole’, che cerca di convivere con fatica la sua diversità omosessuale. Il mondo rurale che lo circonda non lo accetta, specialmente suo padre. Anche Alex ha grossi problemi. Amicizie difficili, tra alcol e incomprensioni, la sbornia spesso come unica compagnia. Un film che parla di uomini soli, l’unica certezza la proprietà e i campi da coltivare, tra i frutteti e vigneti, incastonati tra pendii porfirici, praticamente in alta val Cembra.
Un lavoro coraggioso quello della giovanissima regista Bozza, che potrebbe essere un punto di partenza per approfondire i problemi giovanili, mai così esplicitamente presentati al Trento Film Festival. Perché qualcosa (vergot) bisogna pur fare. Del resto, Xavier Dolan, il canadese poliedrico enfant prodige del cinema alternativo, insegna.”

synopsis

Two brothers, an exuberant father and an invisible mother. A family of farmers from an Alpine valley where life is rude, as well as manners. The younger son, Gim, is discovering his homosexuality, but the world around him, especially his father, just can’t accept that. So the elder son Alex is stuck in the middle, on one hand encouraging Gim to overcome all his fears, on the other trying to continue the tradition of the fathers. In such an exasperated context is hard to recognize the love hidden behind. Will they be able to keep on living together?

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INTERVISTA ALLA REGISTA DI SIMONE PINCHIORRI (Cinemaitaliano.info):

Come è nata l’idea per la realizzazione di “Vergot”?
Cecilia Bozza Wolf: L’idea è nata mentre facevo ricerca per “Hard Rock Mountain”, un progetto di film documentario che voleva raccontare il fenomeno delle rock-band create dai ragazzi per rispondere alla noia, all’isolamento geografico e per coprire con la propria musica il mormorio tipico degli abitanti dei piccoli paesi montani (un fenomeno molto diffuso in Trentino, ma anche in altre zone dell’arco alpino come la Valtellina). Partivo dalla volontà di raccontare cosa c’è dietro le immagini mozzafiato dei paesaggi alpini, luoghi in mezzo ai quali sono cresciuta anch’io. I documentari tendono a raccontare le prodezze di più o meno famosi alpinisti, a offrire immagini oleografiche di un mondo contadino apparentemente idilliaco con le sue sagre popolari, il suo artigianato e il mito del buon montanaro. Ma dietro a questo stereotipo e allo scenario fiabesco ci sono delle persone e dei sistemi di relazione ben più complessi. Durante questo periodo di ricerca fra le band ho conosciuto vari ragazzi ma uno mi ha colpita particolarmente, forse perché in lui rivedevo me stessa qualche anno prima.
Era l’inverno 2014. Una serata come tante in un bar di paese fra le montagne della Val di Cembra, Nord Italia. Lì per la prima volta ho parlato con Gim. Un adolescente piuttosto goffo, con uno sguardo apparentemente cattivo di primo acchito. Un giovane uomo grande e grosso, con la giacca di pelle e i primi accenni di barba che cantava quasi come un tenore professionista al Karaoke. L’ho ritrovato per caso a tarda notte nel bagno del bar a dipingersi le labbra di rosa davanti allo specchio. “Ma sei gay”, gli ho domandato? “Lui mi ha guardata sorpreso, ha negato decisamente e se ne è andato borbottando. Poi, nella notte, mi ha scritto un messaggio: “sono gay”.

Nel film ci sono molti contrasti tra la modernità ed il mondo contadino. come ti sei approcciato nel raccontarli?
Cecilia Bozza Wolf: Con la consapevolezza di trovarmi fra due mondi a confronto, difficili da conciliare ma infondo tenuti insieme da qualcosa che va oltre tutte le strutture: l’amore. Non ci sono buoni o cattivi, nessuno nel film ha torto o ragione, Gim forse rappresenta la modernità, il padre la tradizione, Alex il tentativo di conciliare le due cose ma il punto fondamentale di questo contrasto è in realtà la difficoltà di comunicazione che ogni tanto porta a vivere come uno scoglio insormontabile l’espressione dei propri sentimenti e credo non sia unica prerogativa del mondo contadino. Questa duplicità penso si possa trovare in qualsiasi contesto, per questo il film si intitola “Vergot” ossia “qualcosa”, perché è una storia qualunque in cui credo, anche chi vive in una grande città possa immedesimarsi. Si parla infondo di qualcosa che ci accomuna praticamente tutti: la famiglia.

Hai dichiarato che “Vergot è i suoi protagonisti e che anche te sei diventata una di loro, partecipando alle circostanze degli eventi”. ci puoi spiegare meglio?
Cecilia Bozza Wolf: Ho iniziato a filmare Gim la prima sera che l’ho incontrato nell’agosto 2013, stava cantando con la sua band sopra al rimorchio di un tir durante un motoraduno fra le montagne della val di Non, in Trentino. Inizialmente non è stato affatto facile avvicinarsi a lui, era piuttosto introverso e sospettoso, mi evitava, forse io o la mia fotocamera gli facevamo paura. Più di una volta è sparito nel bel mezzo delle riprese per poi ricomparire dopo qualche settimana. Anche il mondo intorno a Gim, suo padre e i loro amici, sembrava a primo impatto decisamente ostile.
Comprensibilmente una ragazzina sconosciuta, con una camera sulle spalle che pretende di catture immagini nell’unico bar del paese non doveva essere facile da accettare, specialmente in un ambiente in cui le donne tendono a starsene in casa e gli estranei non sono visti di buon occhio, figuriamoci poi se vogliono anche “girare dei filmini”. Nonostante questo ho deciso molto presto di giocare a carte scoperte, senza nascondere in nessun modo la ragione per cui ero lì o che cosa volessi fare, lasciandomi conoscere e rendendo visibili anche i miei lati più vulnerabili. Questo ha gradualmente creato una forte intimità, in un primo momento sopratutto con Gim e Alex, mentre con il padre, il Lupo, ho dovuto aspettare l’ultimo periodo di riprese.
Con Gim e Alex abbiamo presto iniziato a uscire insieme la sera, a condividere vari aspetti delle nostre vite dal lavoro nei campi all’uso della videocamera. Io potevo riprendere loro, loro potevano riprendere me, tanto che dopo un po’ si è formata una sorta di regola spontanea e implicita: mai rifiutare di mostrarci l’uno all’altro, specialmente quando siamo fragili o fuori controllo. In questo modo potevamo aiutarci, anche se non è sicuramente stato un processo privo d’ostacoli.
Il film ha sostanzialmente origine dalle nostre relazioni e dalla reciproca fiducia che è accresciuta sempre di più giorno dopo giorno. Il racconto parte da loro, loro hanno creato le scene; io come regista li ho semplicemente accompagnati nel susseguirsi degli eventi che hanno preso parte della loro storia, che di li a poco è diventata anche a mia. VERGOT è i suoi protagonisti, il risultato di un processo che ha preso vita spontaneamente, dove io non ero uno sguardo esterno e distaccato o una presenza che si voleva invisibile, ma al contrario partecipe e coinvolta nelle circostanze, in alcuni casi provocandole, in altri mitigandole. In questo senso mi considero anch’io una sorta di personaggio del film, io ero lì con loro dietro una videocamera, ma abbiamo vissuto ogni situazione insieme, abbiamo riso, pianto e ci siamo arrabbiati insieme e loro di questo erano e sono pienamente consapevoli.
I primi esperimenti non sono stati sempre piacevoli, ci sono stati momenti di disagio, incomprensione, reazioni violente. (ciò mi ha fatto capire preso quanto nocivo può essere il linguaggio tecnico per protagonisti di un film e quanto sia importante porsi come persona spogliata di ogni ruolo. Se si riesce a fare questo è possibile anche arrivare a condividere totalmente con loro il processo di creazione del film). Ma oggi dopo tre anni la camera tra noi non è più un filtro, un occhio giudicante davanti al quale si ha voglia di fuggire, ma un modo per conoscerci meglio, per essere consapevoli dei comportamenti che teniamo uno rispetto all’altro, per riconoscere e superare i nostri limiti, per essere più sinceri.

Vergot” è un film che nasce dalla Zelig di Bolzano. Come è stato il suo iter produttivo e di lavoro di squadra con gli altri alunni della scuola di documentario?
Cecilia Bozza Wolf: Diciamo che la vicinanza geografica alla scuola ha giocato a nostro favore. Ho iniziato a girare materiale di ricerca ad agosto, ma le riprese ufficiali da piano di produzione sono iniziate in novembre e finite in marzo, il montaggio si è concluso a fine giugno. Durante il periodo di riprese in realtà non giravamo tutti i giorni quindi avevo l’opportunità di tornare a Bolzano e confrontarmi subito dopo con Pierpaolo, il montatore del film. Avevamo già lavorato assieme al film precedente e si era immediatamente creata una forte intesa. Finito un periodo di riprese guardavamo insieme quelli che io ritenevo essere i punti salienti dopo di che lasciavo a lui le redini, la libertà di sperimentare e capire cosa effettivamente emergeva dal materiale. Il suo lavoro è stato fondamentale perché a causa dei tempi stretti io non sempre riuscivo a prendere il giusto distacco, anche emotivo, da ciò che avevo girato, spesso si trattava di lunghi piani sequenza da circa un’ora dentro ai quali potevano esserci momenti di forte impatto che io vivevo e condividevo con i protagonisti e dentro i quali non mi era subito facile vedere con chiarezza.
In un contesto così intimo non è stato facile inserire altre persone sul “set”, quindi la troupe è stata ridotta al minimo, oltre a me c’era solamente un fonico, Loris, che è tra l’altro il cugino dei due protagonisti e il coautore delle colonne sonore del film insieme a Alex.

Hai già in mente altri documentari? Su cosa stai lavorando?
Cecilia Bozza Wolf: Quest’esperienza mi ha fatto realizzare che per me fare un documentario vuol dire avere un forte interesse per gli “antri emotivi” di una persona, i suoi desideri, le sue paure, il suo modo di gestire relazioni e sentimenti e che il mondo o la categoria che rappresenta sono in un certo senso solo una ripercussione, una conseguenza. Il “tema” e il contesto sono uno sfondo, fondamentale ma pur sempre in secondo piano. Con “Vergot” non volevo fare un film su un omosessuale ma su un ragazzo e il suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Ora, in questo nuovo periodo di ricerca non ho intenzione di provare a fare un film su un prete ma su un uomo che racchiude in sé un mondo esplosivo.

Simone Pinchiorri

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