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Il barone Jacopo vive con la bella moglie e trascorre le sue giornate tra scherzi ameni e preoccupazioni per non avere figli. La felice coppia vive in una splendida villa della Toscana, lontano dai disordini europei (siamo alla fine del ‘700) e non disdegna di aprire il loro rapporto a terzi. Entra così in scena Leonardo, un aitante giovane stalliere alle dipendenze del barone, ben contento di migliorare la propria condizione e soprattutto affascinato dalle grazie della baronessa, usata da Jacopo proprio per attirare il maschio nel loro talamo. Ma Leonardo è soprattutto un rivoluzionario, appartenente a un gruppo cui il barone, sempre per gioco, ha procurato le armi, quindi non solo parteciperà attivamente ai rapporti intimi della coppia, mettendo incinta la donna, ma approfitterà dell’ascendente che esercita sul barone (sempe più infatuato) per perseguire i propri piani rivoluzionari fino a pregiudicarne la serenità socio politica. Tra i personaggi pittoreschi che animano la piccola corte del barone, troviamo un influente cardinale (Leo Gullotta), zio omosesssuale di Jacopo, che con la sua intercessione riuscirà a sistemare le cose con il Vaticano e con il Ducato di Toscana. (F.T.)

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Un commento

  1. zonavenerdi

    Una coppia di nobili vivente nel periodo pre rivoluzione francese vive una vita felice e i due coniugi sono molto fedeli l’un l’altra. Questa fedeltà, si cementa aprendo il loro rapporto a un terzo, che da loro il figlio che lei ha sempre voluto (lui no). Il rapporto a tre in realtà non sarà così facile, ma tutto si risolverà bene.

    Pur trattandosi sempre di una commedia invito i detrattori a non giudicare questo film per gli attori. Non è certo un cine-panettone …

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Critica:
“Se riuscite a prendere sul serio Christian De Sica imparruccato nei panni di un esteta che tiene statue viventi in giardino e nutre un sacro orrore per la violenza e i suoi riti (caccia, duelli); se non vi ferisce le orecchie il gergo tardonesco (“ti sei bevuto il cervello, ci fate un culo così”) paracadutato nel secolo dei Lumi; se insomma superato lo choc di una ricostruzione che per essere schietta è soprattutto sciatta, sotto la crosta popolaresca della confezione troverete un singolare (e sentito) inno alla tolleranza (nelle stalle del barone c’è anche una specie di Lothar, messo lì a ricordarci le mille facce del razzismo), un elogio ostantato e naïf dell’amore libero affidato alla figura di questo malinconico Pigmalione bisex. Che però ha troppo in odio “gli intellettuali! (“tutti col complesso del Padreterno”) per non ritrovarsi isolato nella sua battaglia. Caro barone, i libertini erano anzitutto filosofi. Ridurli a dispensatori di biscottini fallici ed elogi del culo in versi significa mortificarli un tantino.” (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 6 ottobre 1996)

“Film insolito nel panorama del nostro cinema (lo si direbbe più francese che italiano per il deliberato gusto del racconto erotico-filosofico tipico del secolo dei lumi), ‘3’ avrebbe forse richiesto uno stile meno rigidamente realistico, più morbido e avvolgente. E tuttavia costituisce un’operina di intrigante ispirazione, contrappuntata di tocchi gustosi come la canzone a “double face” in cui si esibisce il protagonista, la tirata sul deretano del caratterista napoletano Tommaso Bianco, la gara per spaccare i cocomeri a testate e la gran scena dell’arcivescovo affidata a quel godibile ministuristadel recitare estroso che è Leo Gullotta.” (Tullio Kezich, ‘Coriere della Sera’, 7 ottobre 1996)

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