Tre tocchi

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Tre tocchi

Sei attori in cerca di personaggio nella nuova commedia dolceamara di Marco Risi, “Tre tocchi”: Leandro (Leandro Amato) torna nella sua Napoli dopo molto tempo per interpretare a teatro la trans Jennifer nella pièce di Annibale Ruccello “Le cinque rose di Jennifer”, attraverso la quale fa emergere il suo ingombrante passato politico; Emiliano (Emiliano Ragno) ha rinunciato al sogno di fare l’attore ripiegando sui lavori di doppiatore e facchino in un hotel di lusso; Vincenzo (Vincenzo De Michele) si mantiene cantando in un ristorante, accudisce il padre malato ma poi abusa delle donne; Gilles (Gilles Rocca) è un celebre giovane attore di soap dipendente dalla cocaina; Max (Massimiliano Benvenuto) torna nella natia Basilicata dopo l’ennesima delusione professionale; Antonio (Antonio Folletto) fa teatro grazie a una donna di trent’anni più grande di lui che lo mantiene. I sei uomini sono rivali sul set ma amici nella vita e si ritrovano per giocare insieme a pallone (il progetto è nato nella Nazionale Attori fondata trent’anni fa da Pasolini).
Un disilluso ritratto del sottobosco attoriale quasi tutto al maschile – per altro accusato di machismo dopo la sua presentazione al Festival di Roma per l’immagine delle poche donne ridotte a oggetti sessuali – con sottotesto queer: Emiliano si sottopone a un provino nell’abitazione di un regista gay e in bagno viene sedotto da Luca Argentero, Claudio Santamaria e Marco Giallini truccati da donna: “Tre tocchi”, sì, ma di rimmel. E c’è pure un nudo frontale di ben dieci uomini in una scena di doccia in gruppo. Insomma, Risi e bisi… (R. Schinardi, Gay.it)

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SINOSSI

Nel film si intrecciano sei storie. Storie di attori, o meglio, storie di uomini, con tutte le loro passioni e frustrazioni, gioie e delusioni, successi e fallimenti. Vite profondamente diverse ma accomunate da due grandi passioni: il calcio e il lavoro. Ed è tra un allenamento e un provino che le loro vite continuamente si sfiorano e si incrociano, ci svelano la loro misera esistenza, fatta ogni tanto anche di successi e momenti di gloria, ma sicuramente mai di vera, assoluta, felicità.
Gilles è un giovane attore di soap, bello e amato dalle ragazzine, spavaldo all’apparenza, ma così insicuro e debole che finisce nel tunnel della cocaina e si circonda di brutte frequentazioni. Vincenzo passa le sue giornate ad accudire il padre in ospedale, è sempre cupo e silenzioso, si mantiene cantando in un ristorante, nonostante il suo talento e la sua bellezza statuaria. Vive una rabbia così forte e una frustrazione tale che lo portano a sfogarsi nel sesso e nella violenza fisica. Leandro, il più grande del gruppo, torna nella sua Napoli, con una consapevolezza e determinazione diversa da quella in cui la aveva lasciata molti anni prima. Decide di chiudere i conti con un passato ingombrante ed oscuro e, sotto le smentite spoglie di Jennifer, il trans che interpreta a teatro, ci regala la sua rinascita rimettendo in discussione la propria intera esistenza. Anche Max torna spesso nella sua terra, la Basilicata, ogni volta che sente di perdere il senso della realtà e vuole riprendersi da una delusione. Si era illuso infatti di poter fare una vera carriera, ma si ritrova ad un doloroso bivio se cedere o no alla proposta di sposarsi con la figlia di un ricco albergatore. Antonio fa teatro, grazie anche alla donna che lo mantiene e che ha trent’anni più di lui, ma è coraggioso, si è rimesso in discussione, ha studiato, ha rischiato, e ha vinto. Affronta il provino che gli permetterà di fare il protagonista della sua vita, contro chi non credeva in lui, contro chi non lo considerava all’altezza, anche contro se stesso. Chi invece non vincerà mai è Emiliano. Lui si è arreso alle sue insicurezze, ha perso la determinazione e la voglia di farcela. Il lavoro da facchino e il passatempo da doppiatore hanno rubato tempo alla recitazione e lo hanno portato a rinchiudersi in un mondo fatto solo di sogni.

RECENSIONI:

Sei personaggi in cerca di una parte. Il nuovo film di Marco Risi è incentrato sulle vicende di sei uomini che condividono la passione per il calcio, giocando nella nazionale attori, ma anche la professione di attori, o meglio la voglia di potersi definire tali con qualche riscontro nella realtà. Perché sono per la maggior parte catalogabili in una categoria sempre più diffusa: quella degli attori precari, i proletari del mondo dello spettacolo che nessuno o quasi conosce. Alcuni continuano a seguire il fuoco sacro che li ha spinti a diventare artisti, altri hanno ceduto ai bisogni quotidiani, mettendosi a fare lavori comuni pur mantenendo il sogno in vita.
Il mondo del calcio e quello dell’attore. Due territori così diversi da sembrare in due universi distinti con poche possibilità di comunicare. In Tre tocchi, gergo calcistico alla ricerca di una valenza metaforica anche nella vita, entriamo nello spogliatoio di questi ragazzi, delle loro partite che li impegnano da anni, due volte a settimana. Un mondo chiuso, un cameratismo con regole virili rigorose, di corpi nudi, machismo esibito e la violenza come veicolo di comunicazione, in cui la prima preoccupazione è non apparire debole se non addirittura “frocio”. Sembrano usciti dall’antica Sparta o da un film come 300. Quello che disturba è poi il loro rapporto con la violenza e le donne, banalizzate a oggetti sessuali o rompipalle.
Difficile provare empatia per questi personaggi, discutibili sotto prodotti della società dello spettacolo che scimmiottano vizi e comportamenti delle celebrità del settore senza neanche essere realmente famosi. Come immedesimarsi nelle loro battaglie quotidiane se poi ci vengono raccontati come personaggi di così misero spessore? Cercare un appiglio emotivo diventa un tentativo vano, mentre risultano irritanti i loro comportamenti e polveroso il modo funereo o ridicolo in cui viene messa in scena la ricerca della propria identità sessuale.
Il maschilismo che trasuda da questo film non si può liquidare come conseguenza del racconto fedele di uno spogliatoio di calciatori, a meno di non riconoscere il mancato superamento di una dimensione così rozza e banale. Non riesce la fusione fra questi due mondi: quello del cameratismo da spogliatoio e quello dell’attore. Non si percepisce la sensibilità, la passione, che dovrebbe guidare i personaggi. Purtroppo in Tre tocchi la voglia di raccontare un microcosmo diventa l’occasione per renderlo ancora più lontano dal pubblico, chiuso e capriccioso. Poco di buono anche sul versante delle interpretazioni e di una generale sciatteria che fin troppo spesso dobbiamo riscontrare nel nostro cinema. (Mauro Donzelli, Comingsoon.it)

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“…Di film che raccontano di attori nel nostro paese ne sono stati girati davvero pochi, vengono in mente opere indipendenti e interessanti come Riprendimi di Anna Negri, o altre molto più ricche di contenuti (ma sul mondo teatrale) come Teatri di guerra di Martone. Forse il motivo è che è davvero difficile rappresentare questo ambiente, forse perché in Italia per chi intraprende questa professione la grande fatica è riuscire concretamente a recitare, a lavorare con continuità tale da poter dire: “faccio l’attore”. Era una prova non semplice per Risi, che ha sbagliato senza dubbio l’approccio e conseguentemente ha anche peccato con una regia a tratti sciatta, a tratti artificiosamente adrenalinica, seguendo il ritmo esagitato dei suoi interpreti. Siamo davvero lontani dall’irriverente follia de L’ultimo capodanno, ma anche dall’impegno civile di film come Il muro di gomma o Mery per sempre.” (Valerio Ceddia, Quinlan.it)

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