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A J è stato diagnosticato un disturbo dell’Identità di genere che va sotto il nome di “They”. Per questo è costretto ad assumere ormoni bloccanti che sospendano lo sviluppo in pubertà. Nei primi anni dell’adolescenza, aiutato dalla sorella maggiore Lauren e dal suo fidanzato Araz, J imparerà a conoscere la propria identità attraverso la crescita e l’esplorazione all’interno di precarie dinamiche familiari. Un bambino che si fa adulto, nella poetica definizione degli stati che separano l’infanzia dall’età adulta. Una riflessione sulla transizione, attraverso l’intuizione e le percezioni incoscienti dei bambini.
Prodotto con il supporto di Jane Campion, un racconto delicato e potente sulla difficile lotta per la propria identità di un adolescente, capace di rendere la solitudine della scelta senza dare facili giudizi morali.
La regista Anahita Ghazvinizadeh spiega così il suo lavoro: “Ho cercato di mostrare un bambino che diventa adulto. Invece di definire gli stati di infanzia e dell’età adulta, rifletto sulla transizione. Il verbo “diventare” è lo stimolo per il mio lavoro. Il bambino in transizione o l’adulto che sta per diventare, con la loro forte intuizione, sensibilità e percezioni incoscienti, sono al centro della finzione. Cerco di immaginare i momenti che mettono in risalto il bisogno di autodeterminazione, quello che determina la personalità, che guida il pensiero e lo spirito nella crescita.”
Recensione di Massimiliano Schiavoni su Quinlan.it:
“La scissione tra soggetto e oggetto, tra spirito e materia, la loro faticosa conciliazione possono avvenire anche all’interno del medesimo corpo umano. In anni di intenso interesse per le tematiche transgender, anche They di Anahita Ghazvinizadeh, sua opera prima in lungometraggio in concorso al TFF, giunge a radiografare il percorso di allineamento dell’anima a una propria conformazione fisica. Per tutto il film, il protagonista J viene appellato al plurale, quel They del titolo che si apre a intriganti plurisignificanze. “Loro” sono le molteplici possibilità che si aprono al ragazzino/a protagonista nell’attimo in cui si confronta con se stesso, colto negli anni adolescenti in cui deve decidere a quale genere appartenere. Soggetto a discriminazione e atti di bullismo a scuola, J è incerto sulla propria identità, e forse non avverte neanche così pressantemente il bisogno di dare una forma definitiva a se stesso. È, esiste, per ciò che è. “Loro” sono anche gli altri, il mondo che gli si dispiega davanti come possibilità d’imitazione, incarnazioni di ciò che potrebbe scegliere di essere nel momento in cui deciderà il destino del suo corpo. Loro sono dunque anche “gli altri”, compresi gli altri che J contiene dentro di sé ai quali viene richiesto dalla società di scegliere una veste univoca e convenzionale. In realtà, nei ritmi morbidi e allentati del racconto, J non appare mai al centro di un vero e proprio travaglio. Vive la propria condizione cercando se stesso, ma con quieta serenità, confrontandosi col mondo circostante, coltivando i propri interessi con pacato amore per le cose (il gatto, le piante…). Intorno a lui si muove un universo a sua volta marcato da altre forme di diversità: sua sorella ha un simpatico fidanzato iraniano che si occupa di fotografia, e con loro J passa qualche giorno, facendo visita anche alla famiglia di lui. È un’ulteriore occasione di confronto con altre forme d’identità, individuale e collettiva, in cui J sembra esperire anche la piacevolezza del rito d’insieme, in cui l’uomo può riconoscersi in altri (la lunga sequenza della danza).
Anahita Ghazvinizadeh adotta un approccio narrativo puramente fenomenico, indagando la realtà in cui J si trova a muoversi con sguardo piacevole e curioso, e lasciando spesso l’impressione del film libero dalle grammatiche, ai confini tra il cinema di script e l’imprevedibilità della cattura di realtà (per i personaggi secondari ha fatto ricorso ad amici e conoscenti). Spesso molto divertente, They affronta corpose questioni esistenziali con la leggerezza dell’accettazione nei confronti del mondo, senza rimuovere le asperità del tema ma collocandole in un flusso divagante, che si perde volentieri dietro l’inessenziale laddove risiede, per converso, l’essenziale dell’incontro con gli altri. Senza mettersi fretta, affidandosi spesso alla long take e tenendosi lontana dalla necessità stringente del racconto serrato, l’autrice mostra innanzitutto grande amore per i propri personaggi, specialmente per quella coppia di fidanzati che per lunghi tratti occupano il centro della scena ancor più del protagonista. Tuttavia, in un’apparente fluire libero e non predeterminato, Ghazvinizadeh procede a scelte qua e là allegoriche e programmatiche: ricorre l’insistenza sulle fotografie, prodotte dal ragazzo iraniano, come probabile ulteriore figurazione di un’identità fissata nell’immagine immobile. Fotografare, in tal senso, s’identifica con il conferimento di confini ben netti e precisi all’essere umano, ma può tradursi anche in metafora della ricerca di J. Ricorre infatti nel film di Ghazvinizadeh una certa insistenza sui più recenti strumenti di riproduzione del reale (le videochiamate su skype…), quasi a voler sottolineare, in tale frammentarietà dell’immagine umana, la stessa inafferrabilità di J nei confronti di se stesso. Ciò detto, quel che sembra animare They è una convinta rivendicazione dell’essenza umana al di là della sua forma visibile. In tal senso, anche i medicinali di sospensione della pubertà, ritrovato di ultima generazione per permettere ai ragazzi di scegliere liberamente la propria appartenenza di genere, si profilano a loro volta come un ottimo e civile strumento che mira comunque allo scopo di dare veste definitiva all’uomo. E, purtroppo, già utilizzare il termine “uomo” (maschile) o “persona” (femminile) in italiano confonde le idee; d’altra parte, nella nostra lingua non esiste qualcosa di meraviglioso come il tedesco “Mensch”, a definire l’essere umano in una sola sintetica parola al di là della sua appartenenza di genere. Forse, invece, è giunto davvero il tempo di coniare nuove parole in tutte le lingue del mondo, per riconoscere il diritto a tutti quanti anche di non scegliere. They congeda il protagonista J più o meno al punto in cui l’abbiamo conosciuto. Non siamo di fronte a un bildungsroman, J non matura né cresce, quantomeno non in modo evidente. Già nell’idea della maturazione sarebbe d’altronde già contenuto un principio d’individuazione, di consolidamento di se stesso secondo categorie predefinite.
Lasciamo J, al termine di una piccola e gradevole commedia, davanti alla più completa libertà, anche quella di non scegliere mai. Ché d’altra parte il Mensch è tale prima di ogni definizione di genere. In tale messaggio, tenuto a briglia cortissima, ben lontano da qualsiasi didascalismo e disciolto in un’ammirevole libertà narrativa, risiede l’acuta intelligenza di questa opera prima. Profonda e mai banale, morbida e amorevole, senza concedersi mai, oltretutto, al difettaccio degli angoli smussati.”

synopsis

Fourteen-year-old J goes by the pronoun ‘They’ and lives with their parents in the suburbs of Chicago. J is exploring their gender identity while taking hormone blockers to postpone puberty. After two years of medication and therapy, J has to make a decision whether or not to transition. Over this crucial weekend while their parents are away, J’s sister Lauren and her maybe/maybe-not Iranian partner Araz arrive to take care of ‘They.’

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Un commento

  1. solokiefer

    Storia lieve, anche se, il tentativo che fa la regista di stare in equilibrio nella tenerezza, si abbandona alla debolezza, togliendo via via forza alla storia.
    J. è un ragazzino che non ha ancora capito se si sente maschio o femmina, nel frattempo impone alla persone di rivolgersi a lui in loro (da qui il titolo), vale a dire entrambe le persone che albergano in lui.
    Molto divertente vedere come tutte le persone attorno a lui a accettino di buon grado questa cosa e lo assecondino in modo naturale.
    Il fidanzato della sorella è persiano, ciò da origine ad una parentesi che proprio non ho capito e cioè la descrizione di un party della famiglia iraniana di Araz (il boyfriend) che pare quasi un’esigenza della regista di raccontare uno spaccato di vita di immigrazione persiana, ma che non ha alcun senso con il resto della storia, e questo non fa che appesantire il racconto.
    Peccato perché avrebbe potuto essere un film molto potente, trattando un argomento così delicato ed importante.

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