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The Wound

The Wound
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The Wound

Il regista sudafricano John Trengove firma un film d’esordio di assoluta potenza visiva e coinvolgimento emotivo, e non stupisce che sia uscito in primissimo piano anche dal Sundance e dai Teddy Awards dell’ultima Berlinale. Non poteva essere che così, vista l’ambientazione anomala e il contesto fascinoso in cui ha collocato la vicenda narrata: le montagne selvagge dell’Est del Sudafrica e i riti tribali di iniziazione dell’etnia nera dei Xhosa. Qui i maschi adolescenti sono per tradizione soggetti all’ukwaluka, un cerimoniale che li fa accedere all’età adulta tramite la pratica della circoncisione e di un periodo di alcune settimane di totale isolamento in cui sono seguiti e sostenuti ciascuno dalla guida di un adulto. Anche costui resta in totale eremitaggio con loro, con una separazione piuttosto netta tra il gruppo dei ragazzi (ciascuno ritirato in una propria capanna) e quello degli uomini che possono fare vita in comune; in determinate circostanze ragazzi e adulti hanno il dovere di confrontarsi reciprocamente e di percorrere lunghi tragitti a piedi sulle montagne e tra le foreste. Tutti sequestrati dalla società, in funzione della verifica del raggiungimento di una virilità utile alla collettività. Questo fondamentale aspetto antropologico, quasi da National Geografic, è restituito da John Trengove con una straordinaria capacità documentaristica in grado di trasmettere anche la drammaticità di situazioni come la tremenda cerimonia in cui con un coltello sì e no affilato lo sciamano pratica in serie la circoncisione alla fila dei giovani seduti tra la polvere per terra come un medico europeo farebbe le vaccinazioni in una visita di leva militare occidentale. Una ferita fisica che deve cicatrizzare, ma una ferita metaforica che non è la sola indicata nel titolo. Oltre a quelli sociali sono almeno tre i tagli sanguinanti che devono ricomporsi, relativi alle personalità dei tre protagonisti della vicenda, a partire da Xolani (l’attore Nakhane Touré), un trentenne operaio in una fabbrica di Queenstown, gay solitario e chiuso in sé a rimpiangere le occasioni sprecate nella vita. Accetta di offrirsi come tutor nell’annuale ukwaluka perché per lui è l’occasione per rincontrare almeno una volta all’anno Vija (Bongile Mantsai), il gay velato, sposato e con tre figlie, amato dai tempi dell’adolescenza e da cui è disposto a subire ogni possibile prevaricazione maschilista. La scontata relazione tra i due è messa in crisi nel momento in cui a Xolani è affidato un ragazzo ricco in arrivo dalla città, Kwanda (Niza Jay Ncoyini), obbligato a partecipare alla cerimonia da un padre conservatore legato alle tradizioni che lo vede come un essere molle e traviato dalle idee occidentali assorbite nella troppo liberale Johannesburg. Tra Xolani e il ragazzo si instaura un immediato legame di simpatia che è anche un reciproco specchio del modo intendere la propria e l’altrui omosessualità (non a caso l’adolescente Kwanda non chiede all’adulto un’autodefinizione di tipo sessuale), ma si tratta di un legame contradditorio fatto anche di paure inespresse e di palesi ostilità concretizzate in momenti di violenza fisica (“TU, proprio TU mi chiedi di alzarmi e essere un uomo, ma come puoi chiedermelo TU se TU non puoi farlo!“). Tra queste due visioni di intendere la sessualità si triangola la modalità di Vija, ipocritamente interessato a godere saltuariamente del corpo di altri maschi, ma in modo clandestino, purché la sua immagine pubblica sia preservata da stigmi sociali. Del resto diventa interessante seguire anche l’atteggiamento contraddittorio del gruppo degli altri ragazzi partecipanti al rito i quali misurano ancora il valore della mascolinità col metro del successo materiale da essa generato e quindi si rapportano con Kwanda in modo schizofrenico, invidiandolo per lo stile Mercedes-Benz e disprezzandolo per le sue tendenze sessuali non nascoste. Il film è ricchissimo di tutti questi dettagli psicologici e antropologici, ma è pur sempre opera di un bianco il cui cuore batte evidentemente dalla parte di Kwanda e lo spregio per la tradizione è forse troppo sottolineato, come del resto la descrizione delle posizioni incerte di Xolani risulta un po’ troppo ambigua e facile diventa allora il ricorso agli stilemi tipici del melò. Tant’è che il finale macchiato di vittima sacrificale e nel contempo con un’immagine di un possibile futuro collettivo più roseo risulta insieme un po’ retorico e un po’ prevedibile. La magnifica fotografia dai toni caldi e chiaroscurati di Paul Özgür riesce a cogliere e ad esaltare sia gli intensi primi piani degli attori che la maestosità paesaggi o l’intrico dei boschi, rendendone appieno anche il valore metaforico (come non riconoscere un esplicito valore fallico nei lunghi bastoni costantemente esibiti da tutti i componenti della vicenda?) e insieme riesce a comunicare brividi di autentico erotismo anche se i corpi non sono impegnati in amplessi o se vengono ripresi nei singoli particolari coperti dalle pitture tribali. Tutti gli attori del film sono originari di Xhosa ed hanno avuto esperienza diretta dell’iniziazione. Il protagonista Nakhane, qui al suo debutto, è famoso come cantante e scrittore. Film vincitore al Lovers Film Festival 2017 e al Sarasota Film Festival 2017. (Sandro Avanzo)

synopsis

Xolani, a lonely factory worker, joins the men of his community in the mountains of the Eastern Cape to initiate a group of teenage boys into manhood. When a defiant initiate from the city discovers his best kept secret, Xolani’s entire existence begins to unravel.

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