Take Five

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Take Five

Gaetano è un rapinatore che ha scontato diversi anni di carcere. Ora fa il ricettatore. Peppe detto ‘O Sciomèn è una leggenda del quartiere, rapinatore a sua volta, appena uscito da Poggioreale dove ha scontato 10 anni, attualmente in preda alla depressione, è un gay inconfessato. Ruocco è un pugile, costretto agli incontri clandestini dopo aver spaccato una sedia in testa ad un arbitro corrotto. Sasà è un fotografo di matrimoni con il vizio delle rapine in banca. Carmine è un semplice operaio del Comune di Napoli, addetto alle fogne, che conosce a menadito. Ha il vizio del gioco. E una mattina si ritrova nel caveau della Banca Partenope a causa di una perdita alla rete fognaria. E gli viene un’idea…
Take Five è la rocambolesca rapina messa in atto da questi cinque uomini che hanno poco o niente in comune. La fragile alleanza che li unisce fino al momento della rapina entra in crisi quando Gaetano, quello che ha riunito la banda, scompare assieme al bottino milionario. Nell’incertezza di quello che è realmente accaduto, e nella speranza che Gaetano ricompaia, i 4 banditi rimasti attendono nella loro tana. Il tempo passa, mettendo a dura prova i loro nervi. Ci sono incomprensioni, nascono e si disfano alleanze. Compare anche una minaccia che non avevano previsto: il boss Jannone vuole la sua parte di un bottino che ancora non hanno in mano… In un lento gioco al massacro, dove ognuno scopre, un po’ alla volta, i segreti dell’altro.

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CRITICA:

NON ha la stessa inclinazione al sorriso di Song e’ Napule dei fratelli Manetti, ma i due film sono uniti dalla musicalità e da uno sguardo sulle magagne di Napoli che cerca di affrancarsi dai luoghi comuni. Take five, secondo film di Guido Lombardi, condivide con il modello dei Soliti ignoti , oltre alla maliziosa allusione nella composizione della banda di disgraziati, anche e soprattutto la cadenza jazz. Ma l’ispirazione al capolavoro di Monicelli, parodia dei film che hanno come anima il “colpo grosso” da Giungla d’asfalto di John Huston a Rapina a mano armata di Kubrick a Rififi di Jules Dassin, cerca e trova una contaminazione per niente piatta e banale, anzi elaborata con originalità, con altre fonti e suggestioni. Fa convivere un certo tono parodistico con il riferimento diretto ai modelli noir e gangster classici, senza evitare il confronto con le rielaborazioni contemporanee: Tarantino e Le Iene in particolar modo…
Una struttura superclassica, nella dominante unità di luogo e tempo: la fragile armonia che si consuma e si compromette nelle reciproche diffidenze. La situazione continuamente rovesciata e svelata nelle sue molteplici sfumature e subito dopo contraddetta, secondo il principio reso archetipico dal Rashomon di Kurosawa che riesamina le cose secondo i rispettivi punti di vista. Si potrà anche obiettare su un difetto di manierismo (quel finale così “alla Sergio Leone”). Tutto che si incastra secondo un disegno geometrico e prestabilito, senza sorprese (in realtà ce n’è più di una). Ma lo stesso I soliti ignoti conteneva forti componenti di metacinema e di gusto citazionistico. Per non parlare di Tarantino che della rilettura e della rielaborazione e dell’attraversamento dei modelli è oggi il guru. Motivo di interesse è anche la composizione del cast. Il “fotografo” Salvatore Striano ha trovato la via del cinema con Gomorra di Garrone e poi l’affermazione con Cesare deve morire dei Taviani, dopo una precedente vita microcriminale che lo aveva condotto in prigione, e con lui condividono gli stessi tratti altri tre dei cinque componenti la banda, incluso Gaetano Di Vaio che di questo film è stato il coideatore accanto al regista. (P. D’Agostini, La Repubblica – voto 4/6)

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NOTE DI PRODUZIONE

Take Five nasce come un film low budget caratterizzato da un impianto produttivo che può definirsi di tipo teatrale-documentaristico.
A giustificare – meglio, a rendere possibile – questa via produttiva, hanno concorso non pochi elementi. Un intreccio fatto di ragioni di tipo narrativo, o comunque espressivo, e altre di ordine tecnico e organizzativo.
Si tratta di un film interamente ambientato in pochi e significativi ambienti, tutti riferibili alla medesima area geografica, quella del napoletano, e in un mondo, quello della piccola malavita organizzata, oggi con una fortissima identità “visuale” oltre che socio-antropologica.
Un mondo, quest’ultimo, raccontato da non pochi reportage giornalistici, documentari e/o speciali tv, ma non ancora, non almeno negli anni più recenti, “dal di dentro”, eccezion fatta per alcuni episodi del film Gomorra.
Il lavoro di preparazione è un’accurata ricerca sul campo, che coinvolge giornalisti e sociologi molto attenti al mondo della malavita e soprattutto al tema del linguaggio in essa presente, e si avvale della consulenza diretta di ex piccoli criminali che da anni hanno intrapreso un percorso “a ritroso”, collaborando con le istituzioni locali in aree sociali e di recupero di ex delinquenti.
Un secondo elemento di giustificazione dell’impianto produttivo è la scelta del regista, Guido Lombardi, di lavorare sul territorio con un gruppo di attori oggi tutti professionisti, la cui storia personale è fortemente intrecciata, per averla vissuta da vicino, con il racconto proposto. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di neo professionisti, la cui storia creativa è cominciata appunto con il film Gomorra e poi proseguita con esperienze televisive (del genere de La squadra) con una fortissima vocazione alla rappresentazione e un grande desiderio di mettersi in gioco. È stato possibile compiere un lungo e scrupoloso lavoro di selezione di volti e corpi e al tempo stesso lavorare con continuità sulle varie versioni della sceneggiatura con “prove aperte” che hanno avuto la caratteristica di veri e propri laboratori.
Take Five aspira a caratterizzarsi come film innovativo e a suo modo spettacolare. Orientato a una narrazione di tipo cinematografico forte.
Il budget del film è contenuto, dettato dalla consapevolezza della scarsità delle risorse pubbliche e private oggi disponibili per il cinema di qualità e dalla “difficoltà” di un film che, pur aspirando a una sua narrazione popolare attraverso il ricorso a figure retoriche del cinema di genere, è tuttavia interpretato da attori ancora non conosciuti presso il grande pubblico.
Una difficoltà che produttori e regista hanno deciso di difendere, fin dal primo istante, senza addolcimenti di sorta. Puntando sulle potenzialità internazionali della storia e sapendo che anche il pubblico italiano ha dato negli ultimi anni inattese prove di maturità quanto alla disponibilità a confrontarsi con soluzioni narrative e interpretative non convenzionali.
Insomma, nelle intenzioni dei suoi artefici, un piccolo-grande film. Con le carte in regola per frequentare la passerella di festival cinematografici importanti e, allo stesso tempo, per parlare a un pubblico vasto e differenziato.

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