The Silver Screen: Color Me Lavender

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The Silver Screen: Color Me Lavender

In questo documentario il regista Mark Rappaport e l’attore gay Dan Butler ci accompagnano nella visione di un impressionante numero di spezzoni cinematografici girati tra gli anni ‘30 e gli anni ‘60, (l’età d’oro del cinema di Hollywood), mostrandoci come anche allora si riuscisse, con doppisensi e allusioni, a parlare di omosessualità senza mai nominarla, per non incorrere nelle censure del famigerato codice Hayes, che vietava qualunque riferimento a contenuti potenzialmente immorali.
Si inizia con le comiche degli anni ’30, in cui comparivano damerini raffinati e effeminati (spesso interpretati da attori gay nella vita reale). Quindi si passa a film comici più recenti come quelli interpretati dalla coppia Bob Hope – Bing Crosby, dove a Hope, come al nostro Totò, qualche volta capitava di travestirsi da donna, oppure, per sbaglio, di baciare un altro uomo. Cosi come nei film con la coppia Jerry Lewis – Dean Martin, Lewis qualche volta appariva piuttosto ambiguo. Non si salvano dal gay radar del regista i film bellici degli anni 40, ne tanto meno i film western (dove non manca John Wayne)… segue sulla scheda (R.M.)

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[segue da sopra]
… Una tesi interessante del film è che dialoghi apparentemente innocenti assumano un significato diverso tenendo conto della vita privata degli attori. Spesso attori indicati dai giornali scandalistici come gay, pur interpretando ruoli insospettabili, facevano battute in cui si lasciavano riconoscere. Come vediamo in alcuni spezzoni interpretati da Cary Grant e dal suo compagno segreto Randolph Scott, oppure nella serie di spezzoni con Danny Kaye che effettivamente ce lo mostrano molto effeminato.

Il documentario fa una breve incursione nel cinema europeo, e dopo un riferimento a Jean Cocteau e al suo attore feticcio Jean Marais troviamo, con nostra piacevole sorpresa, una esauriente ed entusiastica descrizione del contenuto gay di ben due film del nostro Luchino Visconti: “Ossessione” e “Rocco e i suoi fratelli”.

In qualche modo questo documentario colma una lacuna del precedente “Lo schermo velato” (1995), che trascurava i film precedenti agli anni ‘60, occupandosi maggiormente di film più recenti, dove i personaggi omosessuali escono finalmente allo scoperto.
Ma mentre ‘Lo schermo velato’ conteneva interessanti interviste ad attori e registi e aveva alle spalle una solida ricerca storica (l’omonimo libro di Vito Russo), in questo caso abbiamo solo un unico lungo monologo, in cui si vogliono dimostrare delle tesi piuttosto soggettive. Infatti, se a volte questo documentario coglie nel segno, facendoci scoprire effettivamente dei contenuti gay dove non avremmo mai sospettato, altre volte rischia di attirarsi la critica di essere troppo malizioso nel voler vedere qualcosa di gay in ogni gesto amichevole tra uomini (come offrire una tazza di caffè o un sigaro). (R.M.)

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