Quel treno per Yuma

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Quel treno per Yuma

Interessante rifacimento dell’omonimo film del 1957 diretto da Delmer Deves, con uno più approfondito studio dei personaggi che ci fa seguire la trasformazione dei due protagonisti: il duro e feroce bandito Ben Wade (Russell Crowe) che si lascia affascinare e conquistare dall’onestà e lealtà del timoroso contadino e padre di famiglia Dan Evans (Christian Bale) che a sua volta impara invece dall’altro la determinazione, la durezza e il coraggio necessari per portare a termine l’operazione. Un’altra novità di questo remake è un debole ma percepibile sottotesto gay, che non era assolutamente presente nella prima edizione del film. Il regista Mangold, insieme ai sceneggiatori, ha infatti modificato il personaggio del bandito Charlie Prince, braccio destro di Ben Wade e capo della banda dopo la cattura di Wade. Significativa è anche la scelta dell’attore Ben Foster che lo interpreta, una figura sottile che avevamo visto come Angelo in X-Men: The Last Stand e poi come l’ambiguo amico di Claire in Six Feet Under, una figura che fa pensare a tutto fuorchè a un virile macho. Lo vediamo nelle primissime scene del film come il bandito della banda di Wade meglio vestito e più curato (forse anche con qualche ombra di mascara), seduto a cavallo con le mani appoggiate delicatamente una sull’altra sulla sella, e che subito, in una colluttazione, viene chiamato “signorina” (sissy) e chiarito che molti, dietro le spalle, si riferiscono a lui come alla “principessa Charly” (Charlie Princess).
Per tutto il film apparirà chiaro che è innamorato del suo virile capo Wade, non sopporterà neppure la vista della barista che Wade si porterà a letto (esce subito dal saloon dicendo a Wade che lo aspetta nei dintorni), e ucciderà chiunque si interporrà tra lui e Wade. Anche una frase del macho Wade-Russel Crowe ci ha messo una pulce nell’orecchio rigurado ad una sua possibile bisessualità quando dice alla barista che “una ragazza va bene anche se è magra”, come dire che lo stesso non era per lui accettabile se avesse avuto davanti un ragazzo. Fin qui sarebbe tutto ok, il genere western si aggiorna e quello che una volta era solo lasciato all’immaginazione dello spettatore, ora viene esplicitamente dichiarato. Il problema nasce sul perchè gli autori del film abbiano fatto questa scelta, cioè quella di addossare al bandito più terribile e crudele di tutti, l’appartenenza gay. La stessa cosa l’avevamo osservata in 300 di Zack Snyder, dove il terribile Serse aveva tutti i caratteri di una femminiltà transgender. Sembra un ritorno a quegli anni bui dove l’omosessualità al cinema poteva essere dichiarata solo se collegata alla perversione e diabolicità del personaggio

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3 commenti

  1. zonavenerdi

    Il film è noioso e credo che non sarà d’accordo con me solo a chi piaciono questo tipo di film. Il dire che il bandito più cattivo di tutti è gay è considerato come un aggravante; ma questo in realtà è solo uno stereotipo di chi ha fatto il film e di un certo tipo di pubblico (il film è del 2007). Chi vive in un certo contesto è a prescindere cattivo; anche il protagonista lo è.

  2. smalltownboy

    gay buoni o gay cattivi? perché mai un personaggio gay cresciuto in un contesto di violenza e prevaricazione, come quello che si vede nei film western, dovrebbe essere buono? rappresentare un personaggio gay violento è discriminazione? secondo me no. sarebbe stato peggio se avessero raffigurato il personaggio di Charlie Prince come una donnicciola in preda all’ansia per l’uomo che ama, no?

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SINOSSI
Arizona, fine ‘800. Ben Wade e la sua banda di fuorilegge con le loro scorribande hanno seminato per anni il panico lungo la linea ferroviaria. Quando finalmente Wade viene catturato, si vede la necessità di trasferirlo al forte di Yuma, dove avrà luogo il processo. A scortare il pericoloso bandito sarà Dan Evans, un povero contadino veterano della Guerra Civile, offertosi volontario per la pericolosa missione. Durante il viaggio a bordo del treno, i due uomini impareranno a conoscersi e rispettarsi, ma l’incarico di Evans si rivelerà molto pericoloso, soprattutto a causa dei tentativi dei complici di Wade di liberare il loro capo.

CRITICA

“L’operazione remake è riuscita, grazie soprattutto alle due interpretazioni principali, il bandito Russell Crowe, bastardamente sornione, e Christian Bale, tirato e smagrito nel ruolo del poveraccio custode della legge controvoglia. La dialettica fra i due è tesa e mai banale, la biografia dei due più distesa e raccontata. Sanguigno, barocco, violento, ben più infuocato dell’originale, il film guarda più dalle parti di Sam Peckinpah e del tardo western che ai classici e talvolta eccede in chiacchiere, come capita sempre più spesso nel cinema indipendente di Hollywood. Con però la qualità rara di stemperare la violenza nella nota ironica, la fotografia magnifica, pastosa e malinconica di Phedon Papamichael (‘La ricerca della felicità’) e l’apparizione-citazione di Peter Fonda. In attesa dei tempi fatti e crepuscolari del ‘Jesse James’ con Brad Pitt, ‘Quel treno per Yuma’ versione Terzo Millennio è una buona occasione per riprendere confidenza con il genere più in disuso del cinema.” (Piera Detassis, ‘Panorama’, 19 ottobre 2007)

“Mettendo a confronto il nuovo nato con l’archetipo le differenze saltano agli occhi. Prima di tutto la durata: 92 minuti nel ’57, 117 oggi, quasi mezz’ora in più. Staccandosi dalla rigorosa concisione di un tempo, il western si è intellettualizzato e psicologizzato. Ne risulta cincischiato il carattere del bandito Russell Crowe, mentre il problema centrale del suo guardiano Christian Bale diventa il figlio quattordicenne che, considerandolo pavido, scalpita per la smania di sostituirsi a lui. Altre figura aggiunte sono il pistolero Peter Fonda e vari cacciatori di taglie dell’Agenzia Pinkerton. Innalzando il computo degli assassinati a livelli da italo-western, con un mattatoio finale che ha fatto cadere le braccia allo stesso Leonard, il film si conferma un tentativo del regista James Mangold di ibridare il vecchio con il nuovo fondendo stili incompatibili. Non c’è da stupirsi sei protagonisti per cavarsela mobilitano le risorse di un manierismo carismatico.”(Tullio Kezich, ‘Il Corriere della Sera’, 19 ottobre 2007)

“A mezzo secolo di distanza, cosa spinge un regista al confronto con uno dei miti del proprio paese – il West – sfidando il rischio di un genere ormai privo di grossa attrattiva, e per di più lungo la strada del rifacimento? L’originale di ‘Quel treno per Yuma’ (trasposizione diretta nel 1957 da Delmer Daves del racconto pubblicato quattro anni prima da Elmore Leonard) James Mangold l’ha visto durante l’adolescenza, rimanendone così colpito da omaggiarlo in ‘Copland’ – sua seconda regia – dove ha dato allo sceriffo il nome di uno dei due protagonisti del film di Daves. Però non gli è bastato, e ha voluto rivivere quella pellicola stavolta dietro la macchina da presa. Con una sceneggiatura rispettosa dell’originale – sebbene con modifiche apportate – e un cast di stelle quali Russell Crowe e Christian Bale. (…) La sua (moderna) frontiera non ha spazio per i deboli, è maschile e carica del fatalismo della vita dura, vendetta e soprattutto dollari – se li contendono cacciatori di taglie -, fuorilegge, proprietari terrieri con scagnozzi sadici, la potente mano delle ferrovie (che sfruttano operai cinesi e comprano tutto), disperati pronti ad accettare 200 dollari per ogni uomo ucciso. Il confine tra bene e male è incerto: l’allevatore si ritrova costretto al fianco di chi gli ha bruciato il fienile, opposto ad un bandito che invece gli ha restituito i cavalli sequestrati, lo ha risarcito delle vacche morte e ha pagato la giornata di lavoro impiegata da lui e dai figli per recuperare il bestiame fuggito. E perdipiù viene lasciato solo da pavide stelle di latta e calcolatori facoltosi, quand’anche un sussulto d’onore paterno vale un prezzo altissimo.” (Federico Raponi, ‘Liberazione’, 19 ottobre 2007)

“James Mangold ha diretto ‘Quel treno per Yuma’ dimostrando particolare pertinacia: già il suo verboso ‘Cop Land’ era il rifacimento – in tempi odierni – del classico del 1957, con Glenn Ford e Van Heflin. (…) Daves aveva dalla sua Glenn Ford e Van Heflin, che già aveva girato un film simile, ‘Il cavaliere della valle solitaria’ di George Stevens; Mangold ha Russell Crowe e Christian Bale, che sono attori bravi,ma incapaci di far dimenticare – come riusciva Glenn Ford col suo understatement – che stanno recitando. Certo, Mangold innova parecchio il soggetto rispetto a Daves, ma ancor meno di lui dà ritmo alla vicenda, che non è delle più verosimili. Infatti un ravvedimento come quello del film (e dell’archetipo) si giustificherebbe solo se il cattivo si fosse innamorato del buono. (…) Mangold ha capito meglio di Daves l’incongruenza e ha ritoccato il finale, senza davvero convincere. Rispetto al film originale, al nuovo mancano il bianco e nero e il motivo conduttore: la voce di Frankie Laine era invadente, ma anche suggestiva.” (Maurizio Cabona, ‘Il Giornale’, 19 ottobre 2007)

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