Prey for Rock & Roll

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Prey for Rock & Roll

Jacki è una sexy punk rocker, leader e cantante delle Clam Dandy, una rock band tutta femminile che tenta di farsi strada nel panorama musicale di Los Angeles. Jacki ha promesso a se stessa che se il successo non fosse arrivato entro il compimento del suo quarantesimo compleanno avrebbe mollato tutto ed ora, dopo dieci anni, la famigerata data sta arrivando ma il successo non è stato ancora raggiunto. Jacki si trova di fronte al bivio, ma problemi personali e vecchie ferite mai sanate rischiano di mandare tutto a monte… Una storia intrigante, uno spaccato di vita di un gruppo di ragazze lesbiche che devono confrontarsi con le sopraffazioni dell’industria musicale, con la droga, la violenza, l’abbandono, ma tenute saldamente insieme dall’amicizia, dall’amore e dalla loro passione per la musica. Toccante e coinvolgente, con un’elegia della coppia lesbica.

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Un commento

  1. L’ho guardato perché compendia due mie passioni: quella per la musica rock femminile e quella per la super sexy Gina Gershon. Risultato? una pellicola che poteva sviluppare meglio una trama che risulta essere fiacca e sbrigativa, che poco approfondisce i personaggi e patina le atmosfere al limite del serial televisivo Los Angelino (alla Baywatch per intenderci). Peccato perché poteva essere un gran film, i presupposti c’erano tutti: lotta per affermare se stesse in quanto Rockstar in un mondo maschile che detiene il monopolio del mondo della musica, ribellione e sorellanza fra musiciste, storia lesbica fra componenti della band che poteva essere molto ma molto piu’ elaborata. Peccato perché poteva davvero essere una pellicola pronta ad entrare nel mito.

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“Nel film di Alex Steyrmak, dall’autobiografia di Cheri Lovedog fondatrice dell’omonima punk band anni ’80, il rock diventa metafora: sudare, soffrire, sognare per arrivare. Le quattro componenti delle Clam Dandy, capeggiate da Gina Gershon, vengono centrifugate tra stupri, cocaina, tatoo, sesso lesbo ma con troppo ammorbidente per risultare adrenaliniche.” (Leonardo Jattarelli, ‘Il Messaggero’, 4 giugno 2004)

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