Plaire, Aimer et courir vite

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Plaire, Aimer et courir vite

12mo film del regista gay francese Christophe Honoré, in concorso nella selezione ufficiale di Cannes 2018 e per la Queer Palm. Siamo negli anni 1990 (al vertice della diffusione mortale dell’Aids). Arthur è uno studente di 20 anni a Rennes, che vede cambiare completamente la sua vita dopo l’incontro con Jacques, uno scrittore che vive a Parigi con il suo giovane figlio. Il tempo di un’estate, Arthur e Jacques si piacciono e s’innamorano. Per Arthur si tratta del suo primo amore, per Jacques quasi sicuramente dell’ultimo, per questo Jacques sa che deve viverlo in fretta. Spiega il regista: “Ci troviamo davanti ad un inizio e ad una fine nella vita attraverso una singola storia d’amore. Il film vuole combinare due differenti, quasi opposte sensazioni: inizio e fine, slancio e rinuncia. L’inizio della vita del provinciale Arthur e la conclusione per il navigato Jacques. Forse è possibile che Jacques, senza quest’amore, avrebbe vissuto più a lungo. Jacques è precipitato nella convinzione che la sua malattia, l’Aids, lo renda ormai inadatto, incapace, a vivere un’altro amore. Penso che il vero soggetto del film sia questo: gli effetti o le sensazioni che si oppongono all’amore. Il film si prende la sua parte di melodramma, ma non tanto per la storia di un amore impossibile, quanto per la storia di una vita impossibile”. Nel film ci sono alcune scene altamente erotiche e carnali che il regista commenta così: “Quando ho girato “Ma mère” avevo pensato che avrei capito che razza di regista ero proprio da come avrei condotto le scene di sesso. Fu per me una prova durissima che mi portò ad una tale tensione, saturazione, dalla quale non mi sono liberato per molto tempo. I miei film seguenti sono stati molto casti, prudenti. Fino a quando ho girato “Le metamorfosi” dove finalmente sono riuscito a liberarmi da quell’angoscia. Per questo mio ultimo film ho trovato un forte alleato in Pierre Deladonchamps, che interpreta Jacques. Pierre ha un rapporto molto libero con la sua nudità, cosa rara in un attore maschio. Vincente Lacoste invece era un po’ ansioso, non si era mai trovato in una situazione simile, dove era identificato come un oggetto di desiderio. Alla fine il film mi sembra comunque morbido sulla sessualità, è carnale ed intimo, ma senza eccessi. Vincente è molto giovane anche se non sembra affatto un principiante. Sfugge completamente al naturalismo francese. Ha una grazia molto speciale che esprime molto bene sia nei modi che nei dialoghi. Quando l’ho incontrato, ho scoperto qualcuno che era delicato e molto amante del cinema, con una natura profondamente letteraria, una persona che sfugge da qualsiasi cliché. Peter mi ha sinceramente impressionato. Ha una flessibilità, una plasticità incredibile, qualcosa che troviamo più in attrici, raramente negli uomini”.

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