Pixote - La legge del più debole

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Pixote - La legge del più debole

Pixote, dieci anni, evade dal riformatorio dove ha imparato a conoscere la legge della giungla, e diventa il capo di una gang di coetanei dediti alla rapina, allo sfruttamento della prostituzionee, se necessario, all’omicidio. L’omosessualità è uno dei tratti distintivi della loro vita, accettata con naturalezza (Dito dice: «gli affari sono affari e il culo è il culo») ed è presente nel film in più aspetti. Se quella nel riformatorio (il ragazzino violentato a ripetizione dagli altri) rientra in canoni più ovvii, il tema si riscatta nel bel personaggio di Lilica, che piange per la morte violenta dei suo amico e che si innamora non riamato di Dito, il quale però ci sta a far l’amore con lui. Sulle sue spalle c’è il peso di esprimere la difficoltà dell’essere omosessuale in quella realtà («cosa può sperare un frocio dalla vita?»). Il piccolo protagonista, preso dalla strada, vi è morto pochi anni dopo.

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Pixote è un bambino brasiliano d’oggi: uno dei tanti figli di nessuno che costituiscono un gravissimo problema dei suburbi delle grandi città. Vive in un carcere-riformatorio sotto la sorveglianza di responsabili corrotti e corruttori, in compagnia di numerosi reclusi, alcuni più vecchi di lui, dai quali apprende ogni nefandezza. Il direttore dell’istituto non è migliore dei suoi subalterni e cerca di mascherare con ogni mezzo le gravissime responsabilità di tutto ciò che là dentro avviene a carico dei ragazzi “delinquenti”: punizioni a sangue, ferimenti, uccisioni dirette da parte della polizia esasperata. Pixote con altri compagni di prigione fugge dal carcere e va incontro alla vita in città: qui mette a profitto le lezioni di delinquenza comune apprese nell’Istituto di ”rieducazione”. Con tre amici organizza furti, spaccia droga, si allea con prostitute. Un po’ per errore un po’ per vendetta scende al livello di pluriomicida. La sua apparente freddezza di piccolo-grande delinquente si scioglie in braccio all’amica prostituta, della quale succhia il seno, come un indifeso neonato, in cerca di affetto materno. Respinto dalla complice, si avvia solitario per la strada ferrata che lo porta verso un’indistinta meta.

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