Perfect Obedience

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Perfect Obedience

Opera prima di un regista quasi sconosciuto che affronta il tema della pedofilia nella Chiesa. Diversi altri film hanno affrontato l’argomento, sia di fiction che doc, basti ricordare il bellissimo e quasi esaustivo “Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio” di Alex Gibney (che contiene anche un capitolo dedicato alla vera storia al centro di questo film). In questo film però sembra che andiamo più a fondo nell’esplorazione delle dinamiche, sia teoriche che concrete, che hanno sorretto questa pratica per secoli. Pur senza mai cadere nel pruriginoso (cosa che non risulta necessaria per la comprensione degli accadimenti) si comprendono benissimo le teorie, anche dottrinali, che quasi sorreggono, se non proprio conducono, a queste devianze. Il film è diviso in tre capitoli, ognuno dedicato ai diversi livelli dell’obbedienza, (ma il film scorre via in modo continuativo e lineare), a rappresentare il difficile percorso spirituale verso l’“obbedienza perfetta”, secondo la regola di S. Ignazio di Loyola. Il 13enne Julian entra come seminarista nell’istituto gesuita dei Cruzados de Cristo e per lui inizia un difficile percorso spirituale verso l’“obbedienza perfetta”. Il padre fondatore dell’ordine, Angel de la Cruz, lo sceglie come suo favorito ospitandolo nella propria abitazione privata: gli farà da mentore in cambio della totale obbedienza, che si trasformerà a poco a poco in una sottomissione fisica e psicologica… La storia si basa sul libro di Ernesto Alcocer che racconta le vicende reali del fondatore dell’ordine dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel. Il regista ha dichiarato di aver voluto evitare scene di sesso esplicito (che avrebbero ancora di più disgustato lo spettatore) preferendo percorrere un percorso di riflessione globale sul fenomeno della pedofilia nella Chiesa e sui motivi che l’hanno per molto tempo tenuto nascosto, nel timore che venissero messi in discussione i valori generali di un sistema religioso e sociale. Nel film ci sono anche alcuni momenti di tensione tra i seminaristi che mettono in rilievo le conseguenze della castità nei periodi dell’adolescenza e della pubertà. Significative le scene nel dormitorio, quando tutti dormono, dove si sviluppano le relazioni nascoste e le volontà dei soggetti crollano. Altrettanto significativa (anche se poco sviluppata) la scena della madre che si rifuta di ascolatre le parole del figlio disperato e solo. Bravissimi i due protagonisti, Juan Manuel Bernal, che interpreta il sacerdote Ángel de la Cruz, fondatore dell’ordine dei “Crociati di Cristo” e l’esordiente Alfonso Herrera, che interpreta il seminarista Sacramento Santos. Film premiato con il Grand Prix des Amériques al Montréal World Film Festival 2014 e Premio per il miglior attore a Juan Manuel Bernal agli Ariel Awards 2015 in Messico dove vince anche come miglior sceneggiatura non originale.

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CRITICA:

Questo è il genere di film che mi ha spaccato in due la testa, da un lato abbiamo una proposta tematica piuttosto audace, una qualità visiva perfettamente pulita ed elegante, d’altra parte si cerca di addolcire e quasi di giustificare il tutto con una storia sentimentale tra il discepolo e il maestro. Vorrei sottolineare che io sono contro coloro che rinviano al cinema messicano quasi come un genere a sé, ma “Obbedienza perfetta” mi sembra un tentativo eseguito abbastanza bene di fare un film di critica sociale che non cade nella volgarità e per volgarità intendo quella di scadere al melodramma. Questo film racconta l’arrivo di un giovane ragazzo di nome Julian nella istituzione dei Crociati di Cristo, un ordine guidato da padre Angel de la Cruz, interpretato da un brillante Juan Manuel Bernal, la cui caratteristica principale è la manipolazione. Presto Julian viene eletto da questo leader al livello di una specie di servo personale, un discepolo che gradualmente assume un posto “speciale” nell’obiettivo di realizzare l’obbedienza perfetta. Devo ammettere che il modo in cui questo film affronta il tema degli abusi sessuali è trattato così bene che lo rende ancora più brutale di quanto la cosa lo sia già in sè. Questo probabilmente non è il genere di film che tutti vogliono vedere, ma getta il problema è sul tavolo. (Jonathan Mata Richardson, cineparrafos.com)

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