La Nostra terra, la

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La Nostra terra, la

Filippo Gentile (Stefano Accorsi) lavora a Bologna nel ramo dell’antimafia: ma benché sia un uomo dalle profonde convinzioni e dai solidi principi, le sue manie ossessivo-compulsive e le difficoltà di adattamento lo portano a rimanere perennemente dietro una scrivania. L’uomo è costretto a scendere “in prima linea” nel momento in cui il suo superiore gli affida un compito piuttosto delicato: recarsi nel Sud Italia e aiutare l’associazione di volontariato Legalità e futuro, che vorrebbe rilevare il latifondo sottratto ad un boss locale, Nicola Sansone (Tommaso Ragno), allo scopo di trasformarlo nella sede di una cooperativa agricola. Una volta giunto sul posto, Filippo si trova a dover fare i conti con la mentalità (e la paura) di una popolazione cresciuta all’ombra della Mafia, ma anche con il disordine dell’organizzazione, costituita dalla determinata maestra d’asilo Rossana (Maria Rosaria Russo) e dai suoi soci Salvo (Silvio Laviano) e Azzurra (Iaia Forte). Nonostante le varie difficoltà, inclusa l’ingombrante presenza, sul latifondo, del viticoltore Cosimo (Sergio Rubini), Filippo riuscirà a far partire la cooperativa, decidendo di restare sul posto e di occuparsi in prima persona della sua gestione… Nel film abbiamo una coppia gay. Salvo (Silvio Laviano), colonna portante della cooperativa dove si occupava di tenere un corso di aerobica, che riesce sempre a far valere i suoi diritti di omosessuale anche con gli altri membri della cooperativa. Piero (Massimo Cagnina), cuoco della cooperativa, entratovi soprattutto per amore del suo fidanzato Salvo (cucina piatti troppo ricercati per la tipologia dei commensale, che comunque apprezzano).

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RECENSIONI:

Una storia di antimafia, pomodori e di uno scassatissimo gruppo di toccati: questo è La nostra terra, il nuovo film di Giulio Manfredonia con protagonisti Stefano Accorsi e Sergio Rubini in uscita il 18 settembre. Dopo la doppia ubriacatura kitsch di Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, il regista torna ad un contesto almeno all’apparenza più sobrio e su temi e meccanismi a lui cari, raccontando una piccolo grande successo, quello di Filippo, che porta il «coraggio della legalità» da Bologna a un paesino del sud, fondando una cooperativa e adoperandosi per ricominciare a coltivare (biologicamente) i campi espropriati ad un boss della zona ora in carcere.
L’impianto è quello di Si può fare, raccontando un’impresa che parte quasi dal nulla e totalmente dal basso. Come con i pazienti dimessi dai manicomi nel film del 2008, la nuova truppa di Manfredonia è quella di buffi freak da provincia, con i quali l’autore si riconferma capace di far emergere psicosi e stereotipi al punto giusto, tra bifolchi, contadini vecchio stampo, gay sopra le righe, fissate della new age, atleti paraplegici.
Non senza qualche macchietta di troppo, turbe e fissazioni risaltano, e si gode d’un manipolo di stralunati da cartone animato, vivo, vivace ed esuberante, in cui nessuno è sano e tutti sono fuori di testa – il personaggio di Accorsi in primis, nevrotico, ansioso e fissato con la burocrazia. L’accusa è sempre presente ma ben mimetizzata nello spettacolo dato da questa banda di disadattati e da una semplicità dall’amarezza lontana dove a risaltare è il rapporto con la terra, «quella che ci ospita, ci nutre e ci seppellisce».
L’autore di È già ieri è nuovamente abile commediografo, capace di filtrare i propri messaggi attraverso i toni comici senza che vi sia l’appesantimento di una morale imposta o distaccata dalla vicenda. A rendere La nostra terra un buon film non è il suo testo d’impegno civile e sociale, ma la consueta e rinnovata forza con cui le tematiche vengono presentate. Il suo non è un piglio da giullare che viene improvvisamente interrotto dal sasso della coscienza o della giustizia: lo scopo ultimo è infuso nei personaggi, nelle loro idiosincrasie e ridicolaggini, in cui il preoccupante non ha bisogno di essere esasperato, come in un carnevale che basti da sé ed in cui la leggerezza risulta infine più letale di qualsiasi armeggio drammatico, dove l’happy end viene accolto da un tappeto rosso lungo novanta minuti di battute, ritmo, candore e toni smorzati. Il ricatto ed il buonismo sono praticamente assenti: un ottimismo da “il peggio è passato” veglia su ogni cosa e Manfredonia si rivela un regista dalle capacità classiche e al contempo fresche ormai rare. (Alessandro Tavola, farefilm.it)

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Diciamo che siamo dalle parti del cinema didattico, per le scuole, per spiegare in maniera semplice la situazione delle terre confiscate ai mafiosi e cosa farne in un Sud ancora parecchio compromesso. Diciamo che le bandiere della Unipol alla fine fanno un po’ l’effetto dell’acqua Pejo nei film di Tomas Milian o delle sigarette Marlboro nei film di Nino Manfredi. Si deve fare? Si fa.
Diciamo anche che l’idea di mettere insieme una squadra composta da un contadino del posto, un lavoratore nero, una coppia gay, una bionda caruccia, uno psicotico simpatico, un handicappato in una cooperativa è un po’ troppo esile. Ma quello che forse si perdona meno, non solo a questo film, il gradevole “La nostra terra” di Giulio Manfredonia, ma ai tanti che si sono girati e che ancora si stanno girando e che usciranno sui nostri schermi, è l’idea che il nostro Sud sia questo mischione di dialetti diversi dove una parla napoletano, una pugliese, uno non si sa cosa.
No. Se è la nostra terra, come da titolo, ognuno dovrebbe parlare il dialetto suo. Al punto che quando entra in scena Sergio Rubini col suo meraviglioso accento pugliese si respira e tutto diventa credibile, ma il teatrino delle diversità e di questi linguaggi diversi non fa certo crescere un film che avrebbe dalla sua intenzioni più che giuste per raccontare una storia e una realtà importante.
Perché anche se costruito come una favola meridionale, “La nostra terra” cerca di raccontarci le difficoltà di una piccola cooperativa di brave persone che si oppongono al potere della mafia o camorra che sia nel recuperare una terra confiscata e farne un bene produttivo. Solo che il boss in questione, Nicola Sansone, interpetato da Tommaso Ragno, ritornerà grazie ai domiciliari proprio nella villa che domina la terra della cooperativa e le cose si complicheranno.
Il gruppetto dei buoni è composto da Stefano Accorsi, bravo ragazzo del nord che decide di affrontare la situazione con la forza della legalità e della trasparenza, il contadino Cosimo, cioè Rubini, la bionda del posto Rossana, cioè Maria Rosaria Russo, un altro contadino incattivito, un bravissimo Nicola Rignanese, la squinternata Iaia Forte, il pazzariello Frullo, cioè Giovanni Esposito, una coppia omo, Massimo Cagnino e Giovanni Calcagno, l’handicappato Salvo, Silvio Laviano, il nero Michel Leroy.
Funziona come funzionava il gruppetto di “Si può fare” dello stesso Manfredonia. Il meccanismo è identico, solo che lì c’era Claudio Bisio ad amalgamare il tutto e qui il compito spetta a Accorsi. Le cose migliori, e ce ne sono, vengono dall’incontro Accorsi-Rubini, anche perché stabiliscono un rapporto reale fra di loro che alla fine fa muovere tutto il film e la neutralità emiliana di Accorsi fa esplodere la fisicità meridionale di Rubini, che torna a questi ruoli meravigliosi che solo lui sa interpretare al cinema.
Ecco, la voglia che viene, è vederlo in un film dove tutto sia davvero credibile. Con il suo “La terra” ci era in gran parte riuscito. In questo “La nostra terra” magari un po’ meno. (Marco Giusti, Dagospia.com)

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