Marvin ou la belle éducation

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Marvin ou la belle éducation

Alla proiezione alla Mostra veneziana, uno spettatore ha detto: “Se il Queer Lion non va a questo film, io mi dimetto da frocio!”. Parole sante perché il film ha davvero tutte le caratteristiche per conquistare la palma: tema adeguato, soggetto appassionante, regia intrigante, interessante ricerca stilistica, aderenza alla vita reale, interpreti in stato di grazia, esito positivo sulla comprensione popolare dell’accettazione delle differenze sessuali. Isabelle Huppert compare qui nel ruolo di sé stessa, ma in realtà non è la vera Isabelle Huppert, è un personaggio che si chiama Isabelle Huppert e che come Isabelle Huppert per mestiere è un’attrice, star del teatro e del cinema.
E allo stesso modo la vicenda autobiografica di Edouard Louis è la stessa da lui vissuta ma non è proprio la stessa da lui riportata nel romanzo Il caso Eddie Bellegueule che ora si fa cinema. Comunque è la verità autentica della vita quella che sta alla base di tutto ed è la verità che questo film rispetta e restituisce appieno.
La verità di un tempo passato osservato con gli occhi dell’oggi, la riflessione di un’esperienza certo dura e dolorosa che però è servita a formare un carattere adulto e sicuro di sé in grado oggi di essere di esempio e di stimolo per molti.
La vicenda è quella di un ragazzino preadolescente della regione rurale dei Vosgi, vessato anche sessualmente per il suo evidente orientamento sessuale dai bulli più grandi che frequentano la sua stessa scuola (ma al tempo stesso è anche attratto da loro). Più che in un coming of age Anne Fontaine lo segue negli incontri fondamentali della sua esistenza, quello con la professoressa che lo incoraggia nel suo amore per il teatro, col ricco borghese che ne plasmerà l’educazione sentimentale e sessuale, con l’affermato scenografo gay apparentemente cinico ma detentore di regole di vita affatto fruttuose (“Certo che soffri! E allora cosa vuoi fare? Puoi andare a casa, buttarti dal balcone o ingerire flaconi di pillole. Oppure puoi strapparti il cuore, fare stracci dei tuoi sentimenti e dopo buttarli alle tue spalle. Ma per sempre! E soprattutto non voltarti mai indietro!”), fino all’incontro con la diva Isabelle Huppert che per stima e affetto accetta di recitare al suo fianco in palcoscenico lo spettacolo che lui ha scritto e che lo consacra attore di statura nazionale.
Sempre con molta attenzione all’autenticità degli ambienti, quello della famiglia rurale dove nessuno lo può capire perché qui mancano gli strumenti culturali anche più elementari per concepire e accorgersi della sua diversità e della sua conseguente emarginazione sociale, o l’ambiente altoborghese dove guidando una Porche si possono attrarre anche quei ragazzi che mai potrebbero interessarsi all’aspetto fisico di persone ben oltre gli anta, o l’ambiente del teatro dove si muovono personaggi abituati a recitare sé stessi come a cercare una verità umana oltre le convenzioni.
Ogni figura è seguita nelle pieghe più intime della psicologia e dei sentimenti: il padre zotico che pur non comprendendo il figlio alla fine lo accetta in un grande atto d’amore e di ammirazione, oppure la professoressa che capisce e rispetta l’imbarazzo del ragazzino quando le chiede di non accompagnarlo in una casa che è quasi simile a una stalla, o ancora la contraddizione dello scenografo che non sa o non può risolvere con gli arzigogoli della logica e i paradossi delle consuete sicurezze l’abbandono da parte del compagno di una vita (“non avevamo più nulla da scoprire”). Tutti fatti autentici che vengono dalla vita vera e ora dallo schermo tornano alla vita vera in forma di testimonianza e di dono per coloro che possono trarne insegnamenti e benefici. Rimanendo comunque Cinema Cinema, come è sottolineato dalle brevi sequenze in cui dietro all’attore che sta recitando il suo spettacolo sul palcoscenico si vede uno schermo che ne ritrasmette le vicende già viste precedentemente in forma cinematografica: mirabile sintesi di vita, narrazione e cinema!
Proprio come nell’immagine finale dove sullo sfondo non romantico di un sole al tramonto il protagonista ragazzino e il protagonista adulto si guardano l’un l’altro di uno sguardo che resterà indimenticabile per intensità e significati. (Sandro Avanzo)
Il film ha vinto il Queer Lion con questa motivazione: “Marvin è un adattamento sensibile ed ispirato del romanzo autobiografico di Édouard Louis ‘Il caso Eddy Bellegueule’ che racconta la crescita ed il difficile coming out di un giovane gay in un villaggio rurale dei Vosgi. La pellicola diretta da Anne Fontaine tratteggia il percorso di questo ragazzo, da adolescente bullizzato a scuola e vessato a casa ad artista sicuro di sé ed in grado di trasformare la propria storia in una esperienza artistica catartica ed ispirata. Sia il giovanissimo Jules Porier che Finnegan Oldfield forniscono un’interpretazione eccellente di Marvin in momenti differenti della sua vita, in un film che è tanto toccante quanto avvincente.” (Brian Robinson, presidente di giuria)

synopsis

“…Marvin lives in the Vosges Mountains, in a very humble social class where culture is non-existant and human interactions are brusque. You eat chips for dinner before switching on the telly, the father (Grégory Gadebois) is constantly tinkering about while mostly thinking about his next drink, and Marvin, a delicate, sensitive and shy adolescent in a universe of “brutes” who has been nicknamed “the skeleton” by his mother (Catherine Salée), shares a room with his younger brother and his older step-brother. Most importantly, he is subjected to violent homophobic harassment at school, which makes him question his sexual identity even more when he finds out that his family is also asking questions of their own (“why does he embarrass us like this with his faggot ways?”) and that for his father, homosexuality is “something degenerate, like a kind of mental illness.” … (Cineuropa)

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