London Boulevard

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London Boulevard

Mitchel è un piccolo criminale londinese che, dopo tre anni di reclusione trascorsi in prigione, con le migliori intenzione cerca di cambiare vita. Con l’aiuto di Billy, un suo vecchio amico e gangster di basso livello, trova lavoro come factotum presso Charlotte, una star del cinema che si nasconde da orde di giornalisti e fotografi in un palazzo a Holland Park. Toccato dalla sua bellezza e dalla sua vulnerabilità, Mitchel presto assume il ruolo di suo protettore, respingendo paparazzi aggressivi, molestatori e altri malintenzionati e sventando il piano di Billy, intenzionato a rapinare la casa di Charlotte per rubare le sue costose opere d’arte e le sue macchine vintage. Mentre l’attrazione tra i due cresce e il loro rapporto si fa sempre più profondo, Mitchel e Charlotte pianificano di rifarsi una vita a Los Angeles, ma Mitchel ha attirato su di sé l’attenzione del potente e spietato boss mafioso Gant, che lo vede come una potenziale risorsa di grande valore per il suo business. Quando Mitchel respinge una sua offerta di lavoro, Gant decide di trascinarlo in una rete di estorsione e omicidi. Man mano che gli stratagemmi di Gant si fanno sempre più malvagi, appare chiaro che questi preferirebbe vedere il giovane morto piuttosto che libero. Sapendo che nessuna delle persone a lui care è al sicuro dall’ira di Gant, inclusa Charlotte e la sua inquieta sorella Briony, Mitchel decide di tentare una mossa drastica per cercare di rimediare alla situazione una volta per tutte… Nel film il personaggio di Gant (Ray Winstone), omosessuale dichiarato, è senz’altro quello più malvagio e malefico (stupra e uccide vittime innocenti) e ci fa ricordare i tempi in cui al cinema si poteva rappresentare un omosessuale solo se veniva rappresentato in modo negativo. E’ vero che abbiamo un brevissimo intervento di Billy che giustifica il fatto di essere omosessuale (“siamo in un paese libero”) e che si allude al triste passato di Gant (il solito bambino abusato dallo zio) nel tentativo di addolcire la pillola, ma resta il fatto che oltre al personaggio gay, emblema di tutto il male possibile, si aggiunge anche un vago sospetto di omofobia da parte del protagonista (che sembra rifuggerre da lui più per il fatto che è omosessuale che per altro). Il film comunque è assai piatto, con due protagonisti, Colin Farrel e Keira Knightley che non riescono ad entrare nella parte lasciando lo spettatore ancora più freddo di loro, davanti ad una storia poco credibile se non ridicola, più fumettistica che cinematografica.

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Questo film al box office

Settimana Posizione Incassi week end Media per sala
dal 1/07/2011 al 3/07/2011 15 15.333 450
dal 24/06/2011 al 26/06/2011 15 25.087 398
dal 17/06/2011 al 19/06/2011 12 84.896 719
dal 10/06/2011 al 12/06/2011 6 272.100 2.267

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Un commento

  1. zonavenerdi

    Un pò labile il confine tra ex detenuto (per scazzottata) e giustiziere a fin di bene. Nella sceneggiatura non quadra questo aspetto e non è poco. Poi va bene la storia d’amore (a un senso) per la bella attrice perseguitata dai paparazzi (che “se non fosse per Monica Bellucci sarebbe la più stuprata del cinema europeo” cit. del film). Il boss della malavita, infine, è un cattivo che più cattivo non si può, gay, che prima di uccidere le sue vittime le stupra.
    Da quello che ho scritto può sembrare un film brutto; invece è tuttosommato un bel film, che si segue tutto d’un fiato e che non annoia.
    Ma non finisce bene come può sembrare, ma nemmeno male come può sembrare.

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Varie

CRITICA:

Patologico, triste, isterico come i gangster movie inglesi, il debutto di Monahan offre il classico perdente da noir, galeotto che torna in libertà a sorvegliare la privacy della diva in panne e già sul viale del tramonto. Mélo con voluti accenti ridicoli, nebbie anche morali, accenni al cinema. Nei giri a vuoto esistenziali il déjà vu è sorretto da attori strepitosi (David Thewlis e Ray Winstone, boss che non perdona) intorno agli amorosissimi Farrell e Knightley. (M.Porro, Corsera – voto: 6,5/10)

Pretenzioso, goffo e violentissimo poliziesco nella Londra dei bassifondi, con incursioni nei quartieri vip. Nella villa della star Keira Knightley piomba, è assunto come guardia del (rinsecchito) corpo della diva, l’ex galeotto Colin Farrell. Il quale deve difendersi dalle avances di un gangster gay, deciso ad accoglierlo nella banda e nel letto. Tanto gratuito sadismo, un insistente turpiloquio e ridicoli vaneggiamenti filosofici. (Massimo Bertarelli, Il Giornale)

Pur essendo molto inglese per ambientazione, pasta fotografica e recitazione, London Boulevard è firmato (a partire da un romanzo di Ken Bruen) dal bostoniano William Monahan, sceneggiatore noto per aver scritto il copione di The Departed di Scorsese, che esordisce qui nella regia confermando la sua propensione al gangster movie. La storia è centrata su Colin Farrell, un duro appena uscito di prigione che, deciso a cambiar vita, accetta di lavorare come guardia del corpo della diva Keira Knightley, nevrotizzata dal successo e segregata in casa per sfuggire all’assedio dei fotografi. Ma la mala, nella figura dell’inquietante boss Ray Winstone, cerca di risucchiare nel suo mondo l’ex galeotto e mentre fra lui e la star nasce una simpatia che potrebbe diventare importante, le cose prendono una brutta piega. Nel film ritroviamo anche David Thewliss, nella parte di un nichilista strafatto di droga che si riserva le battute più ciniche, lasciando il ruolo dell’antieroe romantico a Farrell, che lo impersona con convincente intensità. Non tutto torna e qua e là si avverte un sospetto di artificiosità, ma nell’insieme Monahan non se l’è cavata male. (A.L.Kezich, La Stampa – voto 3/5)

Prendete uno sceneggiatore che ha vinto l’Oscar per la miglior fotocopia, isolatelo per qualche giorno nella sua villa del Vermont, dategli da leggere uno stock di romanzi polizieschi dello scrittore irlandese Ken Bruen… e cosa otterrete? Un’altra fotocopia. Da tempo non vedevamo un film interamente costruito sui cliché come London Boulevard. Come insegna Umberto Eco, un luogo comune è solo un luogo comune mentre cento luoghi comuni possono diventare un’opera d’arte. Ma Eco si riferiva a Casablanca, dove c’erano la seconda guerra mondiale, Bogie e Ingrid Bergman. Qui ci sono una storia di delinquentelli londinesi da quattro soldi, Colin Farrell e Kiera Knightley – due fra i peggiori attori viventi. Il disastro era in agguato. Quando parliamo di Oscar alla fotocopia ci riferiamo al copione di The Departed, che William Monahan ha pantografato diligentemente dal film hongkonghese Infernal Affairs del quale il film di Scorsese è un pedissequo remake. In realtà Monahan ha scritto almeno una sceneggiatura interessante in vita sua (Le crociate per Ridley Scott) ma ciò non giustifica l’ambizione di diventare regista. Anche perché un conto è un film copiato ma diretto da Scorsese, altra cosa è un film copiato e basta. Colin Farrell è Mitchell, appena uscito di galera in quel di Londra. I vecchi «amici» lo contattano per farlo rientrare nel giro, ma Mitchell trova un lavoro apparentemente più rispettabile: Charlotte (Keira Knightley) è una diva del cinema perseguitata dai paparazzi e ossessionata dalla privacy, e ha bisogno di una guardia del corpo. Mescolando spudoratamente il Kevin Costner di Bodyguard con echi di Viale del tramonto (il fantasma di Billy Wilder gli tirerà le lenzuola), Monahan fa innamorare i due mentre il passato malavitoso di Mitchell incombe nei panni di Gant, gangster- dandy interpretato da un altro clichè vivente, Ray Winstone (sarà bravo ‘sto attore? Finchè si limita a bestemmiare e a sparare in testa a chiunque, non lo scopriremo mai). Monahan inizia ogni sequenza con una canzone rock, da Heart Full of Soul degli Yardbirds a Stray Cat Blues degli Stones. Lo fa perché anche Scorsese fa così. Buona la fotografia di Chris Menges, che i suoi 2 Oscar se li è meritati. (A.Crespi, L’Unità – voto 1/5)

“…La strada che preferirebbe intraprendere è quella, che il destino gli mette sotto il naso, di farsi protettore di una nevroticissima star (Keira Knightley) che vive barricata sotto l´assedio dei paparazzi in compagnia di un tizio che pallidamente richiama in sedicesimo il maggiordomo/marito/regista di Sunset Boulevard. Attore il notevole David Thewlis, che sotto la sua esasperata fragilità cela anche qualche bruttissimo trascorso di violenza subìta. Però si mette di mezzo il boss dell´amico Billy. Tale Gant, che è il riassunto vivente di tutto il male e le cattiverie possibili. Per la cronaca è anche gay. Di qui il duplice motivo che gli fa mettere l´occhio addosso al nostro ex galeotto: il secondo è che vede in lui la stoffa dell´erede. Ma pure lui – condimento psicologico – ha un triste passato, e a modo suo cerca la strada del riscatto. Tra gli altri annessi e connessi: il protagonista ha una sorella, sperperatrice e di costumi piuttosto facili, che porta scritto in fronte il destino da vittima predestinata. Manco a dirlo ha pure lei le sue motivazioni profonde e il suo pesante bagaglio di traumi affondati nel passato, ma come cura ha scelto quella di buttarsi via. La trama di questo London Boulevard sa di rimasticatura? Precisamente così. Varrà a titolo di spiegazione il fatto che il debuttante regista, William Monahan, viene dalla sceneggiatura? Dai massimi livelli, tra l´altro. Coautore con Ridley Scott di Le crociate e di Nessuna verità, ha vinto l´Oscar per The Departed di Scorsese. Sta di fatto che il neoregista ha confezionato un film tutto fatto di materiali di risulta. Confezione è proprio la parola chiave, anche se non è da escludere che l´intenzione fosse invece quella di fare un´opera d´autore. E non che sia necessariamente un difetto o addirittura un peccato, il cinema di confezione. Solo che mancano del tutto autenticità e capacità di convincere e coinvolgere, perché non si è fatto altro che prendere ingredienti di qua e di là, un po´ di sapore vintage (il gangster che la brutta infanzia ha reso pestifero) e un altro po´ di gusto modaiolo (Londra postmoderna e tentacolare), ed esporli in passerella con il trucco giusto – come fossero modelli di sartoria – senza alcuna preoccupazione di struttura e di racconto, di peso dei personaggi. La Knigthley, senza offesa anche perché sappiamo che sa fare di meglio, è una caricatura. ” (P.D’Agostini, La Repubblica – vot 2/6)

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