Lawrence D'Arabia

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Lawrence D'Arabia

Quello che dovrebbe essere il nocciolo della storia di Lawrence (l’esperienza omosessuale subita durante la prigionia turca) non viene assolutamente affrontato in questo film che resta ambiguo e incomprensibile, soprattutto nello spiegare il cambiamento di carattere e di scelte politiche che il protagonista compie dopo la prigionia. Il film resta comunque valido per l’impianto spettacolare (il fascino del deserto) e l’interpretazione tormentata, ambigua e fascinosa di Peter O’Tool.

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2 commenti

  1. zonavenerdi

    Intanto bisogna dire che questo film dura 209 minuti e quindi guardatelo solo quando avete molto tempo a vostra disposizione. Il personaggio di Lawrence è descritto bene e in tutte le sue sfaccettature (meno una forse, quella omosessuale). Il film è dodibile e dopo tutto, nonostante la lunghezza, il film arriva alla fine senza colpo ferire.

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Tratto dalla sua autobiografia, “I sette pilastri della saggezza” (pubblicata per la prima volta, privatamente, nel 1926 e poi riedita, in versione integrale, nel 1936), il film inizia nel 1916 quando Lawrence, ufficiale addetto al comando inglese del Cairo, chiede di poter fare qualcosa di più “avventuroso”. Viene allora mandato in Arabia dove deve fomentare la rivolta degli arabi contro il dominio turco. Li guida alla conquista di Aqaba, all’assalto dei treni carichi di munizioni e infine, dopo essere stato catturato dal nemico, seviziato e poi liberato, attacca e prende Damasco, sconvolgendo però i piani del governo di Sua Maestà Britannica, che lo liquida. Tornato in Inghilterra, morirà in un banale incidente motociclistico. Eroe o avventuriero, idealista o strumento dell’imperialismo britannico in Medio Oriente? La figura di Lawrence viene analizzata da Lean sia dal punto di vista psicologico (compreso un certo piacere per il masochismo, anche se Lean non affronta mai direttamente il tema dell’ambigua sessualità di Lawrence) sia da quello politico, propendendo per la figura dell’idealista e dell’eroe tormentato. Ma quello che più colpisce nel film di Lean è la capacità, rarissima in un cineasta occidentale, di saper restituire sullo schermo la magia del deserto. Grazie al montaggio, all’uso del campo lungo e, soprattutto, del formato 70 mm, Lean riesce a dare le vertigini allo spettatore, immerso nella luce abbagliante dell’Incudine del Sole. Il film originariamente durava 222′ ma prima di arrivare nelle sale subì molti tagli voluti dal produttore: in alcuni casi si arrivò a versioni da 185′. Nel 1989 ne è uscita una versione restaurata, curata da Bob Harris e dallo stesso Lean, reintegrata delle parti mancanti e portata a 216′. Il restauro è costato 800 milioni di lire italiane e gli attori hanno dovuto doppiare di nuovo sé stessi nelle parti in cui il sonoro era andato perso, cercando di modulare la propria voce sul registro dell’epoca delle riprese.

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