Last Days

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Last Days

Nella didascalia finale del film c’è scritto che la storia ha solo un vago riferimento alla morte di Curt Kobain. Anche perchè qui non c’è nessuna storia ma solo la rappresentazione di una o due giornate vissute dal protagonista, Blake, in una grande casa immersa nel verde, prima di morire nel sonno. Il film completa una trilogia iniziata da Gus Van Sant con “Gerry” (da noi inedito), proseguita con “Elephant” (probabilmente il migliore dei tre) e terminata con questo melanconico e freddo ritratto di un personaggio che vive in una solitudine volontaria, fugge da tutti, forse è perennemente drogato, forse ha avuto una profonda delusione, forse è stanco di vivere (ma non sappiamo perchè) e sembra aspettare solo la morte. Che puntualmente arriva, dolcissima, nel sonno. Noi vediamo solo che dal corpo sdraiato inanime (morto) si alza dolcemente la figura nuda del protagonista che si arrampica verso l’alto. Tutto il film sembra preannunciarci questa morte già dall’inizio, quando vediamo Blake sparire sott’acqua nel laghetto delle cascate, quando lo vediamo prendere il fucile, quando lo vediamo cadere per terra davanti alla porta, ecc. Come una lunga sinfonia sulla morte, la vera protagonista del film, senza motivazioni o giustificazioni. Tutto il resto nel film conta poco o almeno non aggiunge nulla di rilevante. I personaggi che arrivano nella casa (Il venditore di pagine gialle, i due giovani mormoni, la probabile ex moglie, il detective con un vecchio amico) così come gli altri che vi abitano (Asia con l’amante, i due amici omosessuali che scopano) rappresentano solo un “disturbo” per il protagonista, che cerca appena può di sfuggirli. Probabilmente rappresentano la vita, cioè il lavoro, i legami, le relazioni che hanno accompagnato il protagonista fino a quel momento, ma che ora vengono rifiutati, come se non gli appartenessero più, come se lui fosse già morto. Il film, a differenza degli altri due, non è più il ritratto di una gioventù, di un ambiente, di comportamenti particolari od estremi. In comune con loro, forse, abbiamo un’idea di rifiuto della società (ma qui non capiamo perchè). Assistiamo a un disadattamento totale che si risolverà solo con la morte. A questo punto potrebbero essere infinite le cause, ognuno potrà metterci quella per lui più probabile, anche Curt Kobain avrà avuto la sua. Al regista e a noi, spettatori, interessa constatare solo l’amara conseguenza (o la dolce liberazione).

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