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K@biria
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Un padre in odore di camorra, sembra mal sopportare il figlio omosessuale. O così almeno crede il ragazzo e non senza motivo. Poi però un aspro litigio, la vita, il caso, internet, una chat, cambieranno i destini profondamente. E due solitudini estreme, sofferte e arrabbiate riusciranno a trovare un punto di contatto difficile da immaginare prima: la solidarietà. (Togay 2011)

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CRITICA:

Scambiando quattro chiacchiere informali con il regista siciliano ma formatosi artisticamente a Roma, Sigfrido Giammona, apprendiamo che la produzione del corto è una delle pochissime fra quelle in concorso a non aver ricevuto alcun tipo di finanziamento, malgrado nel cast si annoverino i nomi di Giovanni Martorana [La Meglio Gioventù, Malena, i Demoni di San Pietroburgo] e Luigi Maria Burruano [I Cento Passi, Baarìa] nel ruolo del padre mafioso, intollerante e con più di uno scheletro nell’armadio.

Per stessa ammissione del regista l’opera deve essere vista non solo nel senso della denuncia dei pregiudizi contro gli omosessuali, ma come una fotografia della situazione di ogni individuo della nostra società, troppo chiusa nei propri affari per poter comprendere e osservare “con occhi lavati”, per dirla alla Pavese, il mondo che ci circonda.

E’ un’ipocrisia tristemente attuale che però, questo va detto, nella brevità del suo sviluppo cinematografico non riesce a far troppa presa nello spettatore. O meglio, è un po’ come ascoltare una barzelletta intelligente capace di far scaturire quel riso amaro che svanisce dopo pochi istanti, ma che appena finita di raccontare pone in evidenza il tema portante.

E questo non è affatto disprezzabile.

Malgrado ciò è impossibile non notare i limiti della forma cinematografica, tutt’altro che perfetta.

Se l’utilizzo delle musiche è più che azzeccato, la sceneggiatura è davvero imbarazzante e non ci permette di penetrare nei personaggi a livello psicologico. Le frasi sono stereotipate e stereotipanti e un’interpretazione, sicuramente di presenza ma non troppo di sostanza, del protagonista Igor Petrotto lasciano galleggiare il cortometraggio su una superficie che forse avrebbe potuto essere oltrepassata.

Apprezzabile il montaggio alternato della sequenza finale mentre è troppo retorico il primo piano conclusivo che, malgrado possa sembrare una scelta di facile suscitazione emotiva, dopo quello magistrale in Luci Della Città di Charlie Chaplin del ’31 troppe poche volte è stato realizzato in maniera accettabile.

[email protected] è quindi una produzione valida che, con più mezzi e con qualche minuto in più, sono sicuro sarebbe potuta essere di ben altro spessore. (Cinefobie.com)

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