Io che amo solo te

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Io che amo solo te

“E’ tutto uno stormir di droni, che riprendono Polignano come fosse l’esterno di Villa Palladini e la costa come fosse il Golfo di Napoli, mentre Scamarcio, Chiatti & Co. si esibiscono in dialoghi veloci e scenette brevi tutte un primo piano e un campo/controcampo. La grammatica, non si fosse capito, è quella della soap, così come i personaggi e i loro intrecci: gli sposini e i dubbi, i tradimenti grandi e piccoli, la sorellina aspirante miss, il fratello gay, la vicina pettegola, l’amico sciupafemmine e – ovviamente, su tutti – i futuri consuoceri col loro amore mai tramontato, ma solo nascosto sotto la cenere trent’anni prima dal perbenismo e dal moralismo del paese.
Scamarcio cambia camicie e giacchette per la felicità dei costumisti, occhiali da sole sempre in resta, alla Chiatti sfuggono inflessioni geograficamente incoerenti in mezzo a un discreto pugliese, Michele Placido arriccia il baffo sornione o dolente mentre Maria Pia Calzone cammina, sistema, pensa, cuce, ordisce, si mecha e parla al vento e al mare. Perché alla fine è lei l’anima del film, è solo lei che tutti amano, e perché quello di Ponti, che pure è torinese, è un film del Sud e sul Sud: e come tale guidato in silenzio (ma nemmeno troppo) dalle donne. Dalla Calzone come da Eva Riccobono, lesbica che parla coi rutti e ama “tantissimo, solo la fica”; da Luciana Littizzetto nevrotica in trasferta proprio come sul tavolo di Fazio; da tale Valentina Reggio, che strega il quasi-sposo Scamarcio come faceva Alexandra Daddario con Woody Harrelson in True Detective, aggiungendo solo un piercing su ogni capezzolo. Preparativi, ansie, tensioni: tutto ovviamente esplode durante la festa di nozze, e arriva pure Alessandra Amoroso a metterci del suo e far ballare un ballo galeotto a Placido e Calzone, mentre Enzo Salvi strilla, gli sposini battibeccano e il fratello gay fa un coming out pubblico. E, come per magia, tutto si sistema, perché tra i vicoli bianchi di Polignano, sotto gli ulivi o davanti al mare le cose vanno come devono andare, si va in giro senza casco e ci si vuole tutti bene. Le cose vanno, e vanno bene: non potrebbe essere diversamente, al Sud, in un film di Marco Ponti.” (Federico Gironi, Comingsoon.it)

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Questo film al box office

Settimana Posizione Incassi week end Media per sala
dal 12/11/2015 al 15/11/2015 15  69.386  1.137
dal 5/11/2015 al 8/11/2015 6  365.826  1.481
dal 29/10/2015 al 1/11/2015 3  892.485  2.220
dal 22/10/2015 al 25/10/2015 1  1.206.249  3.688

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3 commenti

  1. Ecco un’altra insulsa commedia all’italiana fatta per far pagare le bollette a Scamarcio, alla Chiatti e a Placido.
    Non si salva nemmeno la colonna sonora. Tripudio di banalità e luoghi comuni, recitazione da brividi (d’orrore), sceneggiatura televisiva da domenica pomeriggio d’estate. Ecco, giusto l’estate salvo di questo film. L’estate vista a dicembre è ancora più meravigliosa 🙂

  2. Come a volte accade il personaggio che ne esce più autenticamente vero, nonostante all’inizio finga per ovvi motivi, a mio parere è quello ”diverso”. Non entro nei dettagli se qualcuno volesse vederlo, ma secondo me è un filmetto insulso che oltretutto veicola uno sbagliatissimo messaggio circa il perché sposarsi e i rapporti uomo/donna

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trailer: Io che amo solo te

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CRITICA:

Avrebbe dovuto essere un film di molti anni fa, e di molte Italie fa, per essere divertente e anche più convincente. Un film con Cifariello e Giovanna Ralli, e con un bel mazzo di caratteristi ben assortiti distribuiti nei punti chiave: una Tina Pica qui, un’Ave Ninchi lì, un Carlo Croccolo da qualche parte e magari Totò padre dello sposo.
Naturalmente la storia avrebbe dovuto rinunciare alle pretese più piccanti, e manco si sarebbe potuta sognare il personaggio del fratello gay prima represso e poi dichiarato. Ma poco male, vista l’inconsistenza del personaggio nel film che Marco Ponti ha ricavato dal romanzo (ne ha pubblicati già un sacco) dell’amico Luca Bianchini, Io che amo solo te. La suggestiva location di Polignano a Mare, Puglia, assiste alle ore che precedono le nozze di Riccardo Scamarcio con Laura Chiatti, bei giovani di provincia, sulle quali incombe la vecchia storia dell’amore irrealizzato tra la mamma di lei e il papà di lui. Un Michele Placido cui va la solidarietà per il titanico sforzo di prendere le cose sul serio. (P.D’Agostini, La Repubblica)

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“…Modesta come è sorprendentemente quest’ultima fatica di Marco Ponti, lo stesso dei gradevoli e spensierati Santa Maradona (che a suo modo fece epoca) e A/R Andata + Ritorno, suoi due primi lungometraggi. Sono trascorsi più di dieci anni, è vero, ma quel regista lì pare irriconoscibile; tanto il modo con cui si accosta Io che amo solo te alla materia appare rozzo, risaputo, troppo incline a compiacere. Per più di metà film vengono reiterate situazioni e battute il cui comune denominatore è la banalità: come l’amico di Damiano che discetta fugacemente, en passant, su quanto il matrimonio oggi sia inopportuno, roba d’altri tempi. Eppure si tratta dello stesso film che, per restare sul pezzo, dedica l’ultima parte (un quarto d’ora circa) alla denuncia pubblica, riscoprendosi “impegnato” sul fronte LGBT con un coming out letteralmente tirato fuori dal cilindro, che proprio sul concetto di matrimonio fa leva, come si dice nell’ambito dello spettacolo, giusto «per far scena»; diversamente dovremmo pensare ad un certo prurito paradossalmente moralista, che vuole questo film in prima linea su un fronte forte, le cui lotte però all’interno del film stesso c’entrano nulla….” (Antonio Maria Abate, Cineblog.it)

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“…La commedia nata dal sodalizio e dalla forte amicizia che lega Luca Bianchini (in veste anche di sceneggiatore) e il regista Marco Ponti, è in grado di coinvolgere un gruppo eterogeneo di spettatori. Sono due i filoni principali della storia, ovvero quello di Minella e Don Mimì, e quello di Damiano e Chiara. Gli interpreti hanno una grande carica e una buona resa sullo schermo. Se da un lato la coppia Laura Chiatti e Riccardo Scamarcio è quella che commercialmente riesce a impegnare l’immaginario del pubblico italiano, dimostrando ancora una volta il proprio affiatamento, dall’altro abbiamo le interpretazioni di Michele Placido e di Maria Pia Calzone in grado di reggere intere sezioni di film da soli. Il cast di contorno che comprende i noti Luciana Litizzetto, Dario Bandiera, Enzo Salvi ecc. contribuiscono all’impronta comica del film. In evidenza va messo il personaggio di Eugenio Franceschini e il suo monologo sulle difficoltà dell’omosessualità nei paesi di provincia. Tecnicamente il film non ha lacune, dalla fotografia alle musiche di Gigi Merone (in particolare la colonna sonora è uno dei fattori decisamente positivi). Quel che può non piacere è proprio il genere in sé….” (Joseph Crisafulli , Supergacinema.it)

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Nel film diretto dal regista Marco Ponti, “Io che amo solo te”, tratto dall’omonimo libro di Luca Bianchini, il grande Michele Placido recita nella parte di Don Mimì: un momento toccante è quando il fratello dello sposo fa outing davanti agli invitati dichiarando la propria omosessualità durante la festa di nozze.
“Se avessi nella realtà un figlio gay – ha dichiarato Michele Placido – gli vorrei ancora più bene, ammirando e sostenendo il suo coraggio e la sua lealtà nel vivere la propria identità sessuale in questo Paese. Le unioni civili? Anche se mi reputo un tradizionalista, vorrei che qualsiasi unione gay, lesbo o trans, abbia una possibilità di difendersi nella vita e, soprattutto, di fronte alla legge”.
Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è, dunque, anche per Michele Placido una questione di civiltà oltre che solamente una questione d’amore, la cui approvazione in Italia, come nella quasi totalità dei Paesi dell’Europa occidentale, rappresenterebbe un segno di emancipazione e rispetto verso i diritti di tutti i cittadini, senza esclusione. Il numero di personaggi eterosessuali del cinema, del teatro, della musica e dello sport che si schierano a favore della comunità Lgbti è in continuo aumento: sono testimonianze davvero importanti per educare la società alle differenze, per contrastare la piaga dell’omo-transfobia, per insegnare soprattutto ai giovani che le diversità non sono una minaccia, incamminandoli verso la tolleranza, il rispetto e l’integrazione.
“Le parole del grande attore e regista Michele Placido – sottolinea il presidente Mario Marco Canale dell’Associazione nazionale ANDDOS con 153.000 iscritti in tutta Italia – sono significative e fondamentali per sostenere la nostra lotta quotidiana per il riconoscimento dei diritti, a conferma che non occorre essere omosessuali per comprendere e condividere le problematiche e le esigenze della comunità Lgbti. La sensibilità dimostrata da questo eccezionale personaggio, anche su queste delicate e quanto mai attuali tematiche, conferma la sua inimitabile classe: l’intelligenza, la cultura, l’umanità che riesce a trasmettere sono il valore aggiunto del suo riconosciuto talento cinematografico e teatrale. Un grande e vero interprete della vita, dentro e fuori il palcoscenico”. (Marco Tosarello, ANDDOS.ORG)

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