In the Name of

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In the Name of

Presentato alla Berlinale con ottimo successo di critica, il film è stato sconsideratamente criticato in patria, la Polonia, prima ancora di essere visto. La giovane regista Malgoska Szumowska (Elles), che ha impiegato quasi sette anni per realizzarlo (quattro anni di gestazione più due di lavorazione e un anno di montaggio finale) ha detto: “Questo film è soprattutto una storia d’amore. Un film sul diritto d’amore. Anche per un prete”. Lo scandalo del film è quindi doppio, racconta di un prete che s’innamora e soprattutto di un prete omosessuale, in lotta con la propria solitudine e la propria vocazione. Niente a che vedere con la pedofilia. Il film è ricco di scene struggenti e poetiche, come quando lo vediamo lavare i piedi del ragazzo innamorato di lui, oppure disteso nudo sul letto in una posa che ricorda il Cristo di Mantegna, o quando gioca col suo innamorato nei campi di granoturco mimando gesti e versi di un orango, o quando si lascia trasportare dall’alcool e si mette a ballare con l’immagine del Papa stretta nelle mani. “Un prete gestisce in un piccolo villaggio polacco una piccola casa di recupero per ragazzi che hanno avuto problemi con la giustizia. Ci sa fare, è bravo, sa farsi rispettare. Ma il gruppo di ragazzi non è tra i più facili da seguire, percorso com’è da piccole grandi sopraffazioni, bullismi, machismi testorenici ancora selvaggi e senza indirizzo né controllo, e le accuse più cocenti e ingiuriose, le massime offese che ci si lanciano reciprocamente sono giudeo e frocio. Riti di giovani maschi, corpi spesso a nudo per il lavoro, per le attività sportive. Omsessualità sotterranea, tanto più pulsante quanto più stigmatizzata. Scopriremo solo più avanti che padre Adam è attratto dai ragazzi. Per fortuna ci viene risparmiata la stupida leggenda nera che si è radicata negli ultimi anni del prete che si fa il chierichetto in sacrestia, questo film va oltre le biechissime plemiche sulla pedofilia sotto l’altare che stanno avvelenando i rapporti tra chiesa e cosiddetta società civile d’occidente. Un ragazzo si innamora di padre Adam, e non capiamo se padre Adam ricambi. Perché lui non cede. Si ubriaca magari per disperazone, ma non cede. Gli si offre una giovane donna (come in ogni film o telefilm con giovane prete piacente), ma il suo desiderio sta e va altrove. Arriva nella casa un nuovo ospite, un ragazzo che capiremo subito essere corrotto e malvagio, e sarà lui a scatenare le dinamiche che porteranno alla distruzione della comunità. Schiavizza sessualemnte un ragazzo, intuisce l’omosessualità di padre Adam e oscuramente lo minaccia. Ci sarà un suicidio. Arriverà una denuncia dall’arcivescovo per il prete, del resto non dico. Dico solo che Malgoska Szumowska realizza un dramaticissimo film sull’omosessualità come se ne facevano negli anni Cinquanta e Sessanta, prima dell’esplosione dei movimenti gay e dell’orgoglio omosessuale, e prima del politically correct in materia. Qualcosa tra Tennesseee Williams e Pasolini. Omosessualità come tortura, fardello, anche dannazione. Gli sguardi sono obliqui, l’erotismo è latente dunque tanto più incendiario. La scena di seduzione tra Adam e il ragazzo che lo ama si svolge in un campo di granturco… il film ci riporta a un’omosessualità melodrammaticamente fassbinderiana come da noi non è più da un pezzo, un’omosessualità che ancora si deve guadagnare l’onore e il diritto, e anche il piacere, fremente di veri desideri..” (M. Locatelli, Nuovocinemalocatelli.com) Il film vince il Premio Teddy (miglior film a tematica gay) alla Berlinale 2013.

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4 commenti

  1. istintosegreto

    Cominciamo col dire che il film segue le orme di quel neo-neorealismo tutto europeo (anti-americano quindi) che nei paesi del nord è da anni lo standard. Attori non truccati, spettinati e mal vestiti; inquadrature che utilizzano la luce naturale; sceneggiatura scarna, che ricalca la conversazione casalinga.
    Il protagonista regge quasi da solo l’intero film; la sua rudezza fisica (da prete di campagna) contrasta con la delicatezza d’animo e il bisgono di amare. Il sacerdote si sente solo, ha un incarico di grande responsabilità, che lo assorbe completamente. La routine scorre tra alti e bassi, fino a quando la scintilla dell’amore scoppia tra lui e un ragazzo della comunità di recupero da lui diretta. La vicenda si focalizza sulla lacerazione interiore che un qualunque sincero ministro di Dio proverebbe se, per un attimo, un istinto non proprio divino gli ricordasse la sua umana debolezza. Ma padre Adam non ha solo la colpa di essere un prete innamorato: è anche omosessuale. Questa doppia colpa pesa sul suo cuore come un macigno.
    Il film è ben realizzato (nonostante i pochi mezzi) e piacevole da seguire. Forse io avrei dato più spazio a due personaggi secondari: la bella Ewa, che ha una cotta per padre Adam e il malefico nuovo arrivato che sodomizza Lukasz solo per il piacere di ferire e provocare il povero prete. La durata sarebbe stata di un paio d’ore, ma credo ne sarebbe valsa la pena.

  2. thediamondwink

    Vorrei aggiungere: guardando il protagonista, che trascina il fardello da una vita, mi rendo conto quanto sia difficile per certi sacerdoti combattere l’istinto, ma condanno chi sfoga i suoi gusti sessuali su innocenti anime. Tutto quello che la chiesa non vuole o ha voluto farci sapere si trovano nella scena in cui il sacrista va a trovare il Vescovo…patetica e triste la puritana chiesa cattolica.

  3. thediamondwink

    Eccezionale, davvero bello, una trasposizione sensata di ciò che potrebbe accadere durante un sacerdozio a un uomo di fede con istinti omosessuali, ma putroppo, sappiamo benissimo, che spesso non avviene così e si parla spesso di pedofilia. Non qui, non in questa pellicola, eccezionale davvero, sia per la recitazione, la regia, il romanticismo dei luoghi e il personaggio principale, che ho trovato davvero interessante a livello psicologico. Un uomo, consapevole della sua fede e della sua “diversità”, lotta sino alla fine per non cadere nel peccato, combattendo una guerra tra desiderio e castità che, alla fine, non riesce a vincere. Molto bella anche la conclusione, sia il rapporto sessuale dei due che la scelta del ragazzo.

    Ovviamente, non mi stupisco delle reazioni e delle critiche rigurdanti la pellicola in Polonia, certo, vedendo le immagini del film credo ci siano ancora delle località del paese in cui la religione sia predominante ed estremente sacra. Del resto, anche noi non siamo da meno in Italia!

  4. marediguai

    Un bel film, soprattutto dal punto di vista formale, con immagini che spaziano da riferimenti pittorici di arte sacra fino al vintage esteuropeo; introverso in quel che (non) mostra, e in questo molto “polacco”, è pervaso di struggente poesia. Dal punto di vista dei contenuti, pur sempre lodevole, non così nuovo però, come tutti si sono eccitati a sottolineare… nessuno si ricorda davvero più di “Pianese Nunzio”? Certo, altri contesti (là più sociali, qui più intimi) ma che raccontanto la stessa storia. Quanto al finale, in seminario, lo trovo un po’ superfluo, ma anche in questo caso, una questione di gusti. Speriamo comunque che trovi una distribuzione. Da vedere.

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Varie

Adam is a Catholic priest who discovered his calling as a servant of God at the relatively late age of 21. He now lives in a village in rural Poland where he works with teenagers with behavioural problems who fight and yell abuse. He declines the advances of a young blonde named Ewa, saying he is already spoken for. However, celibacy is not the only reason for his rejection. Adam knows that he desires men and that his embrace of the priesthood has been a flight from his own sexuality. When he meets Lukasz, the strange and taciturn son of a simple rural family, Adam’s self-imposed abstinence becomes a heavy burden.
Malgoska Szumowska’s visually powerful film, charged with striking imagery from Christ’s Passion, dares to broach the still taboo topic of homosexuality in the priesthood. Confronted with his ‘forbidden’ desires, her protagonist experiences both moments of bliss and utter despair. A film about confused emotions, repression and loneliness – and the possibility of perhaps finding oneself after all. (Berlinale)

“A lonely, troubled priest running a boy’s detention center in an unpleasant Polish backwater becomes smitten with a feral teen from the countryside in Malgoska Szumowska’s angst-ridden drama “In the Name of.” Treating loaded subject matter — homosexuality, priests who break their vows — in a way that feels far past its sell-by date in the West (after all, it’s been nearly 20 years since Antonia Bird’s “Priest”), the pic is unlikely to replicate the offshore sales of the helmer’s international arthouse pickup “Elles,” but should travel extensively on the Polish fest circuit.
As his bishop says, sensitive Father Adam (Polish star Andrzej Chyra) has great success with delinquent boys. He keeps the rough crowd he’s currently working with out of the reformatory by supervising them as they break rocks for construction projects, play soccer and unwillingly confess their sins. Wild pyromaniac Lukasz (up-and-comer Mateusz Kosciukiewicz, now the helmer’s husband), a nearly mute local with a mentally disabled brother, spends some recreation time with the boys’ center inmates. When he appears, covered with blood, on Adam’s doorstep in the middle of the night, the priest ministers to the wounded lad, in the process awakening the physical desires he seeks to repress through his daily runs in the forest. At the one-hour mark, what had first appeared to be a grungy slice of redneck life turns melodramatic as Adam hits the bottle, and tough new boy Adrian (Tomasz Schuchardt) spreads rumors about Adam’s sexuality while stirring up trouble elsewhere at he center. On a bender, Adam tearfully confesses to his sister in Toronto via Skype, “I’m not a pedophile — just a faggot.”
The screenplay by Szumowska and Michal Englert is careful not to judge its protagonist; in press notes, the director insists the story is about love and longing rather than the real-life scandals of the church. At the same time, Szumowska uses Christian imagery throughout in a way that seems likely to court controversy. Although the film has already been attacked, sight unseen, in the Polish press for daring to depict a gay priest, local viewers may be more upset by the portrayal of a narrow-minded, homophobic, anti-Semitic, provincial Poland, and of a church bureaucracy that transfers priests with questionable pasts from posting to posting…” (Alissa Simon, Variety)

CRITICA:

Un giovane sacerdote, Adam (Andrzej Chyra), viene mandato a gestire una poverissima comunità rurale polacca, dove oltre a cercare di alleviare con la parola di dio la disperazione e la miseria dei locali, si accolla l’onere di presidiare l’educazione di un gruppo di giovani sbandati. Padre Adam è figlio di una vocazione fulminea, che non ha conosciuto il seminario. Di una chiamata spontanea, dopo una vita secolare: anche questo forse porta i ragazzi e una giovane donna infelice a diventare preda del suo carisma, che il sacerdote usa in buona fede. Ma la vita di Adam nasconde dei segreti: è rosa dai morsi del desiderio omosessuale, che mal si concilia con il suo ruolo di tutore di giovani sbandati e che in passato gli ha già portato diversi problemi. Tutto deflagra quando uno dei ragazzi si suicida. Un film molto intenso, drammatico, con una stupenda fotografia e un bravo interprete. Una pellicola che non giudica e non assolve, soprattutto nella scena finale. La regista – che l’anno passato proprio a Berlino aveva presentato nella sezione Panorama “Elles” con Juliette Binoche sempre sul tema della sessualità -, potrebbe aspettarsi qualche premio. (Il Sole 24 Ore)

“Dopo aver esplorato la prostituzione dal punto di vista femminile in Elles, la polacca Malgorzata Szumowska affronta un altro tema scottante: quello della crisi della vocazione e dell’omosessualità tra i sacerdoti cattolici. Adam, il protagonista di In the Name of (il bravissimo Andrzej Chyra), è un giovane parroco dalla fede fervente impegnato a gestire un piccolo centro di recupero per ragazzi difficili che fornisca un’alternativa al riformatorio. Adam è un uomo sportivo. Le sue valvole di sfogo per smaltire l’energia sessuale repressa sono il lavoro manuale, il calcio, il nuoto e le lunghissime corse quotidiane nei boschi che gli permettono di scrollarsi di dosso temporaneamente la tempesta di passioni che lo lacera. I giovani con cui si trova a interagire rappresentano una continua tentazione alla rottura del suo voto di castità, ma è la comparsa di un nuovo arrivato, violento e provocatore, a spezzare il fragile equilibrio interiore del prete. Di pellicole che affrontano il tema della crisi dei rappresentanti della chiesa e dei limiti soffocanti imposti dalla vita sacerdotale ne sono state realizzate parecchie, ma il pregio dell’opera di Malgorzata Szumowska è quello di affrontare la questione concentrandosi su un singolo individuo. L’attacco alla chiesa, se così lo vogliamo chiamare, è indiretto. Prima che di un prete, la Szumowska scava in profondità nell’animo di un uomo svelandone l’interiorità attraverso uno stile intimo e diretto…” (Valentina D’Amico, Movieplayer.it)

Comincia bene, molto bene il concorso della Berlinale con un film della regista Malgoska Szumowska che l’anno scorso si era fatta apprezzare nel film di produzione francese Elles, con Juliette Binoche, ospitato nella sezione Panorama e distrattamente transitato anche in Italia nell’autunno scorso. Quest’anno ha fatto il salto nel tabellone principale e decisamente lo merita. Il tema è di quelli forti perché la regista e lo sceneggiatore (che è anche l’ottimo direttore della fotografia) si interrogano in un colpo solo su due argomenti ad alta temperatura scandalistica: il celibato e l’omosessualità dei preti. Anche se poi In nome del… Sta lodevolmente alla larga da qualsivoglia scandalismo, essendo in primo luogo di un film sulla solitudine… La robusta sceneggiatura trova un plausibile corrispettivo nelle diverse modalità con cui si muove la macchina da presa: steady-cam nelle scene di gruppo, a significare la completa anarchia relazionale, movimenti più misurati, ponderati, quando di scena è Adam con i suoi dubbi e con la sua solitudine. Tranne in un caso, in quella che resta forse la scena più forte del film, allorché Adam, completamente ubriaco, si scatena a suon di rock in un ballo forsennato nella propria stanza, abbracciando il ritratto di Ratzinger, staccandolo dalla parete. Una scena splendida, che sicuramente farà discutere. E farà discutere parecchio anche il finale; non già la castissima scena d’amore fra Adam e Lukasz, ma quanto segue: nel giardino di un seminario preti e diaconi passeggiano, la macchina da presa vaga in cerca di qualcuno e dopo varie peripezie finalmente lo trova, è Lukasz, vestito da diacono. Alla domanda, rivolta da chi scrive alla regista, di raccontarci le ragioni di questo finale, Szumowska ha risposto che, al termine della scena d’amore, erano stati vagliati molti finali: suicidi, omicidi, infarti etc. etc. Si è riparato su una scelta, a suo dire, suffragata da dati di realtà: molti ragazzi, dopo esperienze siffatte, si fanno preti. Per vergogna? Per avere una sicurezza sociale che altrimenti sarebbe loro preclusa? Perché, con la tonaca addosso, è più facile dissimulare? (Matteo Galli, Close-up.it voto 4/5)

“Non manca il coraggio, alla regista polacca Malgoska Szumowska che, dopo l’Elles interpretato da Juliette Binoche, decide di realizzare un film che tratti del tema spinoso dell’omosessualità nel mondo della Chiesa.
Il suo In the Name of, infatti racconta di un prete moderno e alla mano, Adam, da poco giunto in una piccola località rurale per gestire un centro di recupero per ragazzi che altrimenti sarebbero finiti in riformatorio. Ma nemmeno quando Adam rifiuta le avance dell’annoiata moglie del quasi-sagrestano, i suoi veri orientamenti emergono chiaramente: lo fanno, progressivamente, quando il sacerdote rimane turbato dalla confessione omosex di uno dei suoi giovani, fino all’esplosione dell’innamoramento con un ragazzo locale… Attentissima all’aspetto formale del film, che alterna uno stile naturalista di chiara matrice est-europea allo sguardo più strutturato e meno ruvido del cinema indipendente americano di maggiore popolarità, la regista costella il suo In the Name of di attente citazioni della Passione, ma disegna personaggi caricati e al limite del monodimensionale, trattando poi l’omosessualità tout court unicamente come un fardello di colpa opprimente e auto-demonizzante… (Federico Gironi, Comingsoon.it)

“…la polacca Malgoska Szumowska fa correre qualche fremito alla platea con il suo sacerdote omosessuale: W Imie… (Nel nome del…) è il ritratto del tormentato Adam, un prete diviso tra la propria missione (lavora in una specie di fattoria rieducativa per adolescenti) e le proprie pulsioni sessuali, che faticano a resistere di fronte ai corpi di alcuni giovani che lo sfidano e lo inquietano. Ma se il messaggio sulle ambiguità della Chiesa arriva forte e chiaro — dal vescovo che minimizza i sospetti e cerca di mettere tutto a tacere al ballo di Adam ubriaco con il ritratto del Papa in mano — altrettanto non si può dire della messa in scena, che non riesce mai a scavare davvero nel dramma del protagonista, risolvendo tutte le angosce con facili scene di ubriacatura o estenuanti corse nei campi…” (P. Mereghetti, Corsera)

“…A proposito di polemiche, chissà come reagirà la Chiesa nei confronti di un altro film in concorso, In the name of della regista polacca Malkgoska Szumovska. È la storia di Adam, prete cattolico che non cede alla seduzione da parte di Ewa, una bionda disinvolta, ma scopre l’attrazione per i ragazzi e cerca di combatterla magari ubriacandosi — in una sequenza stacca dalla parete un’immagine di papa Wojtyla e balla con lui — ma non ci riesce. E il ragazzo con cui consuma prende i voti anche lui….” (M.P. Fusco, La Repubblica)

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