Holding the Man

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Holding the Man

In una delle prime scene del film vediamo Timothy Conigrave (Ryan Corr) alle scuole superiori che mima Romeo e Giulietta, come se gli autori volessero farci capire subito il genere di storia che ci stanno raccontando: una passione proibita con conseguenze fatali. La storia è tratta dal libro autobiografico scritto da Timothy Conigrave, pubblicato nel 1995 (pochi mesi dopo la sua morte), che racconta del terribile periodo che afflisse la comunità gay tra i ’70 e ’90. Il libro, ristampato quattordici volte, ha vinto lo United Nations Human Rights Award, ed è entrato nella lista dei 100 migliori libri australiani. Nel 2006, trascritto da Tommy Murphy (qui sceneggiatore), è diventato una delle opere teatrali di maggior successo degli ultimi anni.
Nel 1976, Tim frequenta una scuola privata maschile a Melbourne dove conosce, sul campo di calcio, John Caleo (Craig Stott). Il primo è un aspirante attore, il secondo una promessa del calcio, due ragazzi che sembrano avere poco in comune, ma che da subito percepiscono una fortissima attrazione. Saranno lo scandalo dei loro compagni di scuola, dei loro maestri, delle loro rispettive famiglie, ma niente riuscirà a separarli fino agli anni ottanta… Una storia d’amore intensissima, che non evita momenti difficili, come tradimenti e ripicche, ma che non si arresta mai. Nel 1985 riescono a trasferirsi a Sidney e si sentono al settimo cielo quando, improvvisa, arriva la diagnosi di HIV. Fino al 1990 i sintomi dell’Aids saranno relativamente lievi, ma il loro incredibile amore li supporta in ogni momento…
Anche se i dialoghi hanno un’importanza rilevante, quello che sorregge veramente il film è la storia, raccontata cronologicamente, illuminata da una fotografia calda e da un montaggio avvincente e pieno di ritmo. I due protagonisti sono perfetti, autentici e istintivi, mirabili nell’esprimere la forza del sentimento che li unisce, sempre toccanti e profondi. Corr (forse poco credibile come immagine negli anni più giovani di Conigrave) conferisce al suo personaggio un’energia straordinaria, passionale, che contrasta con la sobrietà di Stott, e che contribuisce a rendere naturale e credibile la forte chimica che li unisce. Stupenda la colonna sonora rock che utilizza la musica di quegli anni, diventata ormai senza tempo, immortale, come la splendida storia racontata dal film.

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18 commenti

  1. L’ho trovato per caso su Netflix tre giorni fa, l’ho rivisto ancora l’altro ieri e lo rivedrò altre decine e decine di volte. Capolavoro. Davvero bravissimi gli attori e il regista. Storia bellissima. Consigliato a chi ha voglia di emozionarsi.

  2. Salvatore

    Non riesco a smettere di piangere, struggente, appassionante, amorevole, triste e romantico un mix di sentimenti ed emozioni che ti portano via…
    Film da 10 e lode consigliatissimo vorrei anch’io un amore così…

  3. pietro

    Concordo con le opinioni precedenti (film struggente, appassionante, devastante…) anche se nel mio caso il giudizio è condizionato dalla mia vicenda personale. Ho solo qualche anno in meno dei protagonisti (sono del 1966), ma nel film c’è tutto quello che avrei voluto fare io (vivere una storia d’amore con un ragazzo da adolescente, fare sesso promiscuo a vent’anni) e che non ho fatto per mancanza di occasioni (come molti ragazzi omosessuali degli anni ’80) e anche un po’ di coraggio. Inoltre, non avrei avuto la sfiga di quelli nati dai primi anni ’60 indietro (come i protagonisti), che si dedicavano al sesso promiscuo senza sapere della terribile malattia: mi ricordo che già al Liceo si parlava diffusamente dell’AIDS e delle precauzioni da prendere. Comunque mi è piaciuta soprattutto la prima parte. La seconda, quella dopo la scoperta della sieropositività, pur non essendo banale, in quanto storia vera (è questo credo il vantaggio del fim) mi è sembrata più ordinaria (argomento ampiamente ripreso in letteratura e cinema).

    • Sono sieropositivi dall’81 perché negli anni 70′ Tim va alla scuola di recitazione e ha rapporti con altri ragazzi…nella scena in cui si vede Tim che intervista il ragazzo sieropositivo e nella scena successiva in cui Tim e Jhon scoprono di essere sieropositivi siamo già nei primi anni 80′. Tutto quello che succede dopo ( tim che va con altri ragazzi, tim alla scuola di recitazione ecc) è un flashback. Dopodiché Jhon sviluppa i sintomi della malattia e muore.. spero di essere stata abbastanza chiara :);)

  4. Polimorfo

    Oggi pomeriggio ho visto il film.
    Sono convinto che mi resterà appiccicato per sempre.
    Non importa se fa male. La bellezza sta anche nella devastazione.
    Vedetevelo semmai in buona compagnia, qualcuno a cui agrapparsi

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Varie

IL FILM HA OTTENUTO 6 CANDIDATURE AGLI OSCAR AUSTRALIANI 2015, TRA CUI MIGLIOR FILM E MIGLIOR REGIA

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Tim and John fell in love while teenagers at their all-boys high school. John was captain of the football team, Tim an aspiring actor playing a minor part in Romeo and Juliet. Their romance endured for 15 years to laugh in the face of everything life threw at it – the separations, the discrimination, the temptations, the jealousies and the losses – until the only problem that love can’t solve, tried to destroy them.

RECENSIONI:

Two Melbourne schoolboys defy their parents and Catholic schooling to fall in love in director Neil Armfield’s Holding the Man, an affecting and unexpectedly funny tale of two lovers who had the misfortune to come of age during the burgeoning HIV/AIDS crisis of the 1980’s. Adapted from Timothy Conigrave’s 1995 memoir of the same name, published a year after the death of its author, the film version is written by Tommy Murphy, who adapted the book for the Sydney stage in 2006. That play went to the West End, San Francisco and Los Angeles (where it was directed by Larry Moss), and this fleet, peerlessly acted film adaptation should find an equally warm welcome around the world after its August bow on home turf.
Best known as Russell Crowe’s son in The Water Diviner, Ryan Corr plays Tim, who’s in the same geography class as his football-star crush John Caleo (Craig Stott). They meet when John wakes up in hospital after an on-field collision to find a smiling Tim patiently attending him as if they were old friends. This tableau is a harbinger of what’s to come, though Murphy’s screenplay is anything but portentous. Covering roughly a span of 20 years, from school to university to the pair’s shock positive-diagnosis and decline, the script crams in incident but feels light as a feather, and refreshingly free of maudlin sentiment.
Tim is introduced rehearsing a production of Romeo and Juliet. He can’t seem to summon the requisite emotion over the corpse of his beloved Juliet — “You’ve lost your fiancée, not your bus pass,” notes his weary teacher — until he imagines John on the slab and his inner Brando is unleashed. Casting director Nikki Barrett no doubt had her work cut out finding actors who could convincingly play 16 to 34, but Corr and Stott’s work is seamless. Rising star Sarah Snook (Predestination, the upcoming Steve Jobs) plays one of their best friends in a role that feels like it’s been mostly left on the cutting-room floor.
At university the boys get in fights with campus bigots, but for the most part Armfield’s is neither an indignant film nor an evangelizing one, and devoid of easy villains. A priest reads a love letter from Tim to John and summons the pair to his office, but he’s no scathing puritan: “We’ve seen this sort of thing before,” he says. Tim’s parents, played by Kerry Fox and Guy Pearce with a Don Johnson wig, are loving but aggrieved, sure that their son will end up living a very lonely life if he doesn’t shrug John off as a childish phase. While John’s parents (Camilla Ah Kin and Anthony LaPaglia) are initially grateful to Tim for bringing their boy out of his shell, then plainly shocked. LaPaglia, in particular, is powerfully moving as a sternly loving father utterly at sea.
Tim gets in to the National Institute of Dramatic Art in Sydney (Corr’s alma mater as well as his character’s), where Geoffrey Rush shows up as a stuffed shirt teaching the rudiments. Old sparring partners Armfield and Rush (who together toured Ionesco’s Exit the King to New York in 2009) have great fun sending up the kind of theater games on which they were weaned. When the class is rolling around the floor pretending to be chimps, Rush’s Barry tartly informs Tim “there’s not a lot of work for effeminate monkeys”.
Off the leash in the big smoke, Tim sows his wild oats and then some, and Holding the Man’s evocation of Sydney in the 80’s is lovingly detailed. Josephine Ford’s design and Alice Babidge’s costumes give the film a gently nostalgic hue, as befits a feature-length valediction, but the sense of period remains just recessive enough not to drown out everything else. Likewise the medley of period pop tunes that make up the film’s score.
Armfield and editor Dany Cooper have opted to chop the chronology up, with cards announcing the years scrolling across screen, though they’re hardly necessary. The travails of the central pair are touching in the way only a frank portrait of coupledom can be, and this is the sort of film around which the phrase “timeless love story” will no doubt be much bandied about. But Holding the Man is distinguished by its evocation of a specific time and place. Driving to his son’s deathbed, LaPaglia wonders aloud: “How did this happen”? Armfield’s compassionate, even-handed film might be a paean to young love, but it’s also a time capsule of an era that felt frighteningly apocalyptic. (Harry Windsor, hollywoodreporter.com)

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