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Molti registi girano il pianeta per presentare i loro film in festival o manifestazioni di cinema, ma pochi ne hanno fatto un’occasione di raccontare il nostro mondo con un film che scaturisca da quell’esperienza. Ricordando l’amico Jonas Mekas, Guerin riprende, da Venezia a New York, dalla Cina all’America latina, momenti di vite e di parole, che poco a poco costruiscono ciò che lui (un “guest”, un invitato di passaggio) ha intuito: viviamo in un mondo in preda al timore del Diluvio Universale, scosso da procelle e fulmini, insicuro e fragile, ma dove rimane sempre intatta la magia dell’incontro. “…Parigi, Marsiglia, San Paolo, Rotterdam, Strasburgo, L’Avana, Macao, l’elenco sembra infinito, in ogni città la telecamera «leggera» del regista spagnolo scorge un volto, una storia, gli occhi vagano insieme all’obiettivo, vengono calamitati da qualcosa. Una relazione o un’epifania? L’uomo vende i giornali a Buenos Aires, ha una voce fortissima, gli piacciono i quotidiani che vende, li rispetta. La Spagna è stata terribile qui da noi, hanno mandato la gente peggiore, e hanno distrutto civiltà molto antiche.
Cuba. Il vecchio cammina piano in strada, i figli sono andati tutti dall’altra parte, in America. Lui in tasca conserva la tessera del partito, ha combattuto per la rivoluzione. Un gruppo di uomini porta Guerin nei «solar» le case di una sola stanzetta. Una ragazzina odia il suo paese, vorrebbe fuggire. Il ragazzo gay dà lezioni di tango. Cuba la ama e anche la sua piccola casetta. Sì i gay li perseguitano ma poi quando si è ammalato, è sieropositivo, la sanità non gli fa mancare nulla…” (C. Piccino, Il Manifesto)

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