Grindhouse - A prova di morte

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Grindhouse - A prova di morte

Per la DJ più richiesta di Austin, Jungle Julia (Sydney Tamiia Poitier), il crepuscolo è il momento migliore per rilassarsi in compagnia di due delle sue migliori amiche, Shanna e Arlene (Jordan Ladd e Vanessa Ferlito). Insieme, le tre bellezze si lanciano alla conquista della notte, facendo girare la testa a tutti quelli che incontrano, passando da Guero’s al Texas Chili Parlor. Ma non tutti gli sguardi che attirano sono innocenti: infatti, a seguire di soppiatto ogni loro mossa c’è anche Stuntman Mike (Kurt Russell), uno stagionato e attempato ribelle pieno di cicatrici che sorride con atteggiamento lascivo seduto al volante della sua auto attende solo di poterle attirare nella propria trappola fatta di lamiere contorte e sangue schizzato. Molti mesi dopo lo ritroveremo ancora in azione, come sempre in cerca di giovani vittime… Nel film sono diversi i riferimenti lesbici, come le due lesbiche al bar che poi faranno lo spettacolo nell’altro GrindHouse, ma anche i rapporti tra le protagoniste sono spesso volutamente ambigui.

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2 commenti

  1. Un fim di cattive ragazze per cattive ragazze. Mitica la scena finale dove il bastardo assassino di donne Kurt Russel, viene punito a dovere a suon di botte da parte delle fantastiche tre. Le fanciulle sono una piu’ bella dell’ altra, super sexy Rosario Dawson la piu’ tranquilla e meno scatenata, Tamiia Poitier nipote del grande Sitney Poitier nella vita e’ bisessuale, mentre Zoe Bell l’amazzone bionda e’ realmente lesbica. Un film da vedere con le amiche a tutto volume! Esaltante! Mitica Colonna Sonora!

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trailer: Grindhouse - A prova di morte

https://youtube.com/watch?v=RIiTHYANC6s%26hl%3Dit%26fs%3D1

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SINOSSI CON FINALE!

Jungle Julia (Sydney Tamiia Poitier) è la DJ più quotata di Austin, in Texas. Le sue migliori amiche sono Arlene (Vanessa Ferlito) e Shanna (Jordan Ladd), con le quali trascorre intere notti a spasso tra i locali della capitale texana, tra un margarita ed uno spinello. Le tre ragazze entrano però nel mirino di Stuntman Mike (Kurt Russell), uno stuntman ormai in pensione, il cui volto è solcato da una strana e profonda cicatrice, che prova eccitamento sessuale quando uccide ragazze a bordo della sua vettura “a prova di morte”, una Chevrolet Nova SS. Mike le segue al Guero’s, il primo locale che visitano.
All’interno di questo, tra un discorso sui ragazzi ed uno sulla radio viene rivelato ad Arlene che Julia ha indetto un concorso durante la sua trasmissione: questo prevede che Arlene faccia una lap-dance all’unico uomo che durante la serata le offrirà da bere e le dedicherà una poesia. Julia le consiglia di eseguirla solo se il ragazzo che verrà a soddisfare le condizioni sarà carino. A metà serata, le ragazze si trasferiscono al Texas Chili Parlor; qui vengono sempre pedinate da Mike, un amico di Warren, il barista (Quentin Tarantino), che presto attrae a sé la dolce Pam (Rose McGowan). Warren fa ubriacare le ragazze, mentre Pam chiede un passaggio per tornare a casa: Mike acconsente, dimostrandosi in un primo tempo simpatico e disponibile.
Arlene si rende conto, però, che Mike le continua a seguire. Nel locale arriva Lanna Frank (Monica Staggs), un’amica di Julia che le porta dell’erba. Le ragazze escono per fumare e vengono raggiunte da Stuntman Mike, che offre da bere ad Arlene e le dedica una poesia. Arlene, in un primo tempo non accondiscendente, viene convinta con un trucchetto psicologico ad eseguire la lap-dance per Mike. Terminata questa, le ragazze lasciano il locale, e con loro, Mike e Pam.
Pam vede l’auto di Stuntman Mike e si spaventa, temendo per la sua incolumità: infatti la vettura di quest’ultimo è una di quelle usate dagli stuntmen e dunque il sedile per il passeggero è scomodo e poco sicuro. Mike le ricorda che non è stato lui a chiedere il passaggio e la rassicura, ricordandole che proprio per il fatto che l’auto è per stuntmen, è “a prova di morte”. Pam – ingenuamente – sale nell’auto.
Ben presto, la ragazza morirà a bordo dell’auto a causa dei bruschi urti contro le lamiere. Mike torna dunque indietro: individua Shanna, Arlene, Julia e Lanna e le uccide andandosi a schiantare contro di loro: Lanna muore tra le lamiere, Arlene a causa degli pneumatici, Julia perde una gamba per l’urto e Shanna vola fuori dalla vettura. Mike si salva, nonostante rimanga gravemente ferito.
Viene ricoverato nell’ospedale dei coniugi Block, dove gli va a far visita lo sceriffo Earl McGraw (Michael Parks) insieme al figlio Edgar (James Parks). Lo sceriffo sembra aver capito come si sia svolto realmente l’incidente, affibiando la colpa a Mike. Tuttavia, le prove dimostrano che Stuntman Mike non aveva in corpo neanche un goccio di alcol: le ragazze, invece erano drogate e ubriache; inoltre, il barista Warren testimonia a favore del misogino stuntman.
Quattordici mesi dopo, Stuntman Mike torna in circolazione a bordo di una Dodge Charger truccata. Le ragazze ora prese di mira sono delle giovani nel mondo del cinema: Abernathy, truccatrice/hairstylist (Rosario Dawson), Kim, stuntwoman (Tracie Thoms), Lee, attrice (Mary Elizabeth Winstead) e Zoë (Zoë Bell), una stuntwoman. Abernathy, Lee e Kim devono andare a prendere Zoë, appena arrivata dall’Australia, dove vive e in gran parte lavora. Le quattro si fermano a fare colazione, durante la quale, conversando su Punto zero ed altri cult del mondo degli stuntmen, Kim e Zoë rivelano a Lee ed Abernathy di avere una pistola, che useranno solamente per autodifesa.
Zoë intanto comunica a Kim che ha trovato un contadino che vende una Dodge Challenger del 1970, identica a quella di Punto zero. Zoë propone a Kim di comprarla ma, prima, di farvi un giro di prova, durante il quale Zoë vuole effettuare un numero da stuntwoman che adora, lo “Ship’s Mast”. Kim – controvoglia – accetta; con loro va solo Abernathy, mentre Lee rimane, senza nemmeno saperlo, in balia del vecchio Jasper (Jonathan Loughran), il contadino che ha dato in prestito l’auto alle ragazze.
Le ragazze dunque iniziano ad eseguire il numero: questo consiste nel doversi distendere sul cofano dell’auto, in corsa, assicurate a questo unicamente da due cinture. Mentre eseguono il numero, vengono speronate da Stuntman Mike, che le ha raggiunte. Durante l’inseguimento, Zoë viene sbalzata oltre il cofano e viene creduta morta. Kim afferra la pistola che ha con sé e spara a Mike, che, essendo stato ferito, fugge. Zoë, in realtà nemmeno scalfita dall’urto, torna all’auto e decide di vendicarsi del misogino. Il trio parte all’inseguimento del killer; una volta raggiunto, lo sperona e lo fa sbattere contro una serie di cartelloni pubblicitari, sino a quando Stuntman Mike non si arrende, dato che la sua auto è ormai ridotta ad un catorcio.
Le ragazze escono dalla loro auto, lo afferrano e iniziano a prenderlo a pugni sino a quando questi non si accascia, sfinito per terra. Lo ucciderà un colpo di tacco di Abernathy, giuntogli dritto in volto. (Wikipedia)

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“‘Death Proof’ di Tarantino è una ragazzata d’autore. Un puro atto di nostalgia cinefila compiuto da un regista così potente che inevitabilmente sbaglia. Troppi mezzi, troppe ciance, troppa fascinazione per le mille sottoculture di cui è infarcito il film, specie nell’interminabile primo episodio. Anche se il tocco di Tarantino è riconoscibilissimo, diversi dettagli (la pellicola graffiata, i salti di montaggio) sono molto divertenti, le attrici intonate, omaggi e sberleffi a film e auto d’epoca, perfetti. E la lunga scena adrenalinica con Kurt Russell viscido e turpe lanciato sulla sua auto nera all’inseguimento di tre ragazzacce poco vestite, una delle quali sdraiata sul cofano stile rodeo, è nel suo genere grandiosa, esagerata, demente, assolutamente irresistibile.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 23 maggio 2007)

“Quentin Tarantino è un Forrest Gump dell’immaginario, una sublime pattumiera della celluloide, un juke box umano gesticolante e dinoccolato che ha resuscitato lo spirito del cinema alle soglie del Duemila. ‘Death Proof’ non è, però, un film riuscito e l’attesa dei festivalieri si è afflosciata come se gli fosse stato sottratto il giocattolo più ambito. Si può dire che il talento del miglior cattivo maestro disponibile su piazza vi si manifesta a sprazzi, debordante ed euforizzante come sempre, ma disciolto in un mare di sequenze verbose, noiose e zeppe di citazioni alquanto oscure e pedanti. Succede così che il ritmo, l’arma migliore dell’autore di ‘Kill Bill’ e ‘Pulp Fiction’, batta la fiacca dando la netta sensazione che il soggetto, anziché nelle due ore e passa della versione per l’Europa, avrebbe dato il meglio in un’oretta: non a caso tutti hanno pensato alla versione originaria del film, regolarmente distribuito negli Stati Uniti, che consisteva nell’abbinamento di due distinti episodi firmati da Quentin e da Rodriguez.” (Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 23 maggio 2007)

“L’aneddoto è divertente ma è giusto per un mediometraggio. Che ha fatto Quentin per rimpolparlo a un’ora e cinquanta? Tante cose che hanno mandato in estasi i tarantiniani qui a Cannes, pochissimi che produrranno analogo effetto per il resto dell’umanità. Ci sono riferimenti a opere precedenti del nostro, come ‘Pulp Fiction’, ma anche ‘Grosso guaio a Chinatown’ di Carpenter, a ‘La casa’ di Raimi, a ‘Bullit’. Un tarantiniano perso ha scoperto anche un aggancio a ‘Roma a mano armata’, di Umberto Lenzi, che trent’anni fa vedemmo solo in quattro vice-critici. La circostanza è commovente, ma non serve ad alzare il libello del film. ‘Dead Proof’ è un pollo gonfiato in batteria. A un festival può funzionare come pezzo di curiosità. Prenderlo sul serio è omicida nei confronti del comune spettatore.” (Giorgio Carbone, ‘Libero’, 23 maggio 2007)

“‘A prova di morte ‘fa bump and grind’, si scontra e ferisce, ammaccandola profondamente, la platea festivaliera di critici e cinofili. (…) Ma quel che conta, più di un happy end e la frenetica abbuffata di poc-ron-sexy-action, sono le sottigliezze del dialogo, una vera estasi per gli spiriti poco borghesi. (…) Libero, sfacciato, rivoluzionario perché non controllato, né dallo Stato né dalle Pr, né da Wall Street, né dai burocrati lottizzati della Rai. Fuori schema, fuori budget, anarchico. Certo minoritario, per sensibilità, su questa Croisette che fischia in smoking. Ma non per questo meno fertile e selvaggio.” (Roberto Silvestri, ‘Il Manifesto’, 23 maggio 2007)

“E’ divertente il finale, un inseguimento lungo più di 25 minuti, ricco di speronate e scontri, con il conclusivo grido di feroce vittoria. Bello no: le tre donne chiacchierano compulsivamente in dialetto texano; l’uomo scuote la testa con aria di sufficienza; il film è più sgangherato che divertente.” (Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 23 maggio 2007)

“Se pensiamo al ragazzaccio di ‘Pulp Fiction’ che proprio qui a Cannes, vincendo una Palma d’Oro nel 1994, si è conquistato l’appellativo di nuovo Godard, non possiamo non rimanere delusi da questa fragile operina in due atti e convulsamente logorroica che, estrapolata dal contesto del progetto originario, ha ancora meno senso.” (Alessandra De Luca, ‘Avvenire’, 23 maggio 2007)

“‘Death Proof’ soffre proprio dello status di film apocrifo. (…) Tarantino sembra aver dimenticato la sua energia giovanile, sfornando un’opera dalla struttura irregolare, con un inizio e una fine d’impatto, appesantita da un buco centrale sovraccarico di dialoghi, che non giustifica il nome e la notorietà di Tarantino. Un’occasione perduta.” (Giacomo Visco Comandini, ‘Il Riformista’, 23 maggio 2007)

“Chi non ha paura del kitsch è Tarantino che ha presentato ‘Death Proof’, versione lunga di un mezzo film uscito in America in coppia con quello di Robert Rodriguez. (…) Si potrebbe archiviare tutto come un’ operazione inutilmente provocatoria, ma la radicalità della regia, che sembra cancellare la sceneggiatura per seguire solo lunghissime e confusissime discussioni tra donne, spezzate all’ improvviso da gratuiti inseguimenti in auto (senza mai spiegarne le ragioni), obbliga a riflettere sul senso del tarantinismo, che non è più omaggio cinefilo ma neanche ricalco di forme popolari. Piuttosto sembra la messa in immagini del vuoto di prospettive in cui si dibatte oggi il cinema, che Tarantino si incarica di esaltare. Quello che non è chiaro è che senso vuole dare a questa esaltazione, se demistificante (ma l’ironia latita) o compiaciuta (ma allora perché così poche concessioni ai gusti più popolari?).” (Paolo Mereghetti, ‘Corriere della Sera’, 23 maggio 2007)

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