Il Grande capo

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Il Grande capo

Il film ci è sembrato una bella favola contemporanea, con buoni e cattivi che alla fine si scambiano i ruoli e con un assoluto vincitore che è “Bandini” (lo sentirete nominare spesso nel film) cioè l’immaginazione al potere, l’immaginazione (cioè la recitazione nella vita) che s’impadronisce della realtà.
La storia è quella di un padrone di un’industria danese, Ravn, che, volendo, democraticamente, sentirsi alla pari coi dipendenti, si finge uno come loro e s’inventa un fantomatico Grande Capo che vive in America, dal quale farà arrivare le direttive più impopolari. A un certo punto Ravn, che pure amava così tanto i suoi “colleghi”, pensa di vendere tutto lasciandoli senza lavoro. Trovato l’acquirente, questi vuole però concludere l’acquisto direttamente col padrone. Da qui la necessità di comperare un attore fallito (Kristoffer) e fargli fare per qualche giorno la parte del Grande Capo. Non possiamo dirvi cosa e come succederà ma, come al solito ci soffermiamo sui punti di nostro particolare interesse… segue sulla scheda

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2 commenti

  1. gianfloris

    Non ci si crede che sia lo stesso Lars di Dogville, è anche vero che non ci si crede dopo aver visto Dogville che sia lo stesso regista di Dancer in the dark, ancora più inverosimile avendo visto Dancer in the dark che sia lo stesso di Hot men cool boyz, detto ciò dei quattro film citati, per quanto molto diversi, me ne piacciono tre. Ti perdono Lars, credo in te e trovo che tu sia un genio!

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… Una delle scene più divertenti del film è senz’altro quella in cui una dipendente fronteggia il Grande Capo rinfacciandogli alcune lettere che le ha scritto dove addirittura la consigliava su chi e come doveva corteggiare dei suoi colleghi, facendogli capire che lui invece, il Grande Capo, era gay. Queste lettere naturalmente le aveva scritte Ravn, il vero padrone, che, secondo noi, qualche problema d’identità potrebbe averlo veramente (ha bisogno dell’amore di tutti ma non lo vediamo mai nè corteggiato nè corteggiare alcuna donna che anzi, a scopo di prevenzione, indirizzava affettivamente verso altri). Esilarante la reazione del Grande Capo, costretto a stare al gioco e quindi ammettere di essere gay, accettando poi volentieri di sottomettersi ad una prova “rieducativa” scopando, dietro precise indicazioni su quale fosse il buco giusto, la stessa dipendente. Una commedia divertente, un ammodernamento del gioco delle parti, con toni volutamente da farsa, che rimane comunque un’opera minore di Von Trier.

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