Gerry

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Gerry

Una grossa auto di marca tedesca percorre a tutta velocità un tratto di strada desertico. All’interno due persone, legate da un profondo legame di amicizia. Ad un certo punto i due amici, che si chiamano entrambi Gerry, scendono, passeggiano in una pineta, parlando, litigando, mentre piano piano si ritrovano in un deserto. Arrivano a detestarsi, mentre il loro viaggio li porta lontano. “‘Gerry’ è luminoso, profondamente intimo e poetico, in un modo in cui pochi film americani presenti e futuri hanno saputo essere… Contiene alcune fra le immagini meglio realizzate nel cinema americano degli ultimi venti anni”. (Emanuel Levy, ‘Screen International’)

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Un commento

  1. Alfredo

    Un film per pochi.
    Per una sera in cui hai la mente sgombra da qualunque pensiero.
    Lo consiglio se sei un vero cinefilo.
    Ovviamente insieme a Last days ed Elephant, che reputo personalmente il capolavoro della trilogia dell’incomunicabilità di Gus van Sant.

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trailer: Gerry

https://youtube.com/watch?v=Uhp1-TxjEh0%26hl%3Dit%26fs%3D1

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Dispersi nell’arido deserto…della distribuzione

“Il misconosciuto Gerry è idealmente il primo film di una trilogia esistenzialista che ha riportato il regista Gus Van Sant alle produzioni indipendenti a budget modesti. Elephant (id., 2003) e Last Days (id., 2005), i due film che completano il trittico, hanno in comune con Gerry un carattere stilistico che tende al minimalismo, una estrema semplicità analitica dal punto di vista visivo contrapposta ad una ricerca approfondita di una temporalità che porta all’esplosione cronologica. I luoghi e i tempi diventano protagonisti delle tre vicende, tutte ispirate ad episodi di cronaca che vengono narrate nelle tre pellicole. L’estetica del piano sequenza celebrata nei corridoi della scuola di Elephant nasce infatti dalle interminabili inquadrature girate per Gerry sui laghi salati dello Utah, testimoni della tragica amicizia di due ragazzi che decidono di visitare un “luogo” (null’altro sappiamo della loro meta agognata) ma che deve essere raggiunto senza percorrere il sentiero dove passa normalmente la gente. La scelta di costruire una nuova via, lontana dagli altri, può essere letta come una chiara metafora del nuovo cinema di Gus Van Sant che, ispirandosi al maestro ungherese Bela Tarr (a cui il film è dedicato), cerca una nuova
forma di espressione artistica lontana dai cliché produttivi americani.
Scritto a sei mani con i due attori protagonisti, Casey Affleck e Matt Damon, il film racconta l’amicizia di due ragazzi che condividono lo stesso nome nel momento in cui decidono di raggiungere un luogo, senza appunto seguire il sentiero tracciato. I due si perderanno nella boscaglia ai margini del deserto salato e cominceranno a camminare alla ricerca della salvezza attraverso le lande desolate del deserto. L’amicizia maschile viene mostrata attraverso lunghe sequenze silenziose in cui i due protagonisti camminano l’uno affianco all’altro. Splendida l’inquadratura all’alba in cui di due camminano a distanza e la camera li segue, mostrando la dinamicità di un paesaggio in evoluzione che, esteticamente, manifesta solo staticità. Gli scontri verbali, gli attimi di difficoltà, i silenzi, le urla sono un modo efficace per Van Sant di dipingere il rapporto tra due giovani (senza che ci sia una esplicita lettura omosessuale). Solo il sacrificio di uno dei due Gerry porterà l’altro alla salvezza.
Gerry è un film di rottura, difficile e contestabile. Proprio questi motivi possono spingere ad amare questa pellicola follemente (come per il sottoscritto) e, al contempo, non apprezzarla o detestarla.

Carlo Prevosti (Hideout.it)

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“Van Sant evita racconto e dialoghi convenzionali, ed invece tenta di raccontare la storia attraverso l’umore dei personaggi e la scansione del tempo cinematografico che per buona parte del film si sovrappone a quello reale, dilatandolo, attraverso lunghissimi piano-sequenza privi di dialoghi; gli scarni e rari dialoghi ed il suono vengono registrati in presa diretta, sul ritmo della respirazione e dei passi dei protagonisti; la cinepresa, sempre discreta, segue le loro teste dondolanti da vicino o si apre indietro a splendide panoramiche che rivelano panorami surreali ed austeri. In questo film Van Sant riprende alcuni tra i temi a lui più cari, quali il viaggio, l’amicizia e la morte; significativa in questo senso la sequenza del falò nel deserto, emblematico punto di sintesi di questi temi, presente anche in My own private Idaho. Il film fu molto influenzato dal regista ungherese Béla Tarr (che riceve un ringraziamento speciale nei titoli di coda) e in particolare dai suoi lavori Satantango e Werckmeister Harmonies nei quali si fa lo stesso uso di riprese “di inseguimento” e lunghe soggettive. Molti trovarono questo film un esperimento interessante; altri dissero che Van Sant copiò lo stile di Béla Tarr, ma non riuscì a catturarne la sostanza; ciò che risulta incontrovertibile è che Gus Van Sant trascina lo spettatore in un’esperienza cinematografica estremamente coinvolgente, riuscendo a trasmettere, attraverso un uso magistrale della macchina da presa, quelle sensazioni di frustrazione e di disperazione che sono proprie dei personaggi, e che porteranno alla deriva drammatica della conclusione.” (Wikipedia)

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