The garden

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The garden

Il film, assolutamente “sperimentale”, è il secondo (il primo è The Last of England, del 1987, il terzo è Blue, del 1993) di una trilogia di cosiddetti “I-movie”, pellicole in cui il regista stesso diventa il soggetto narrato. Qui, senza una rigorosa linea narrativa, Derek Jarman mette in scena i temi che hanno accompagnato tutto il suo percorso artistico e personale, la morte, l’aids, gli amici perduti, la problematica religiosa (molto bella la simbologia della Passione che viene trasfigurata nelle sofferenze e nelle umiliazioni di una coppia gay, che deve subire il vilipendio e le violenze dei rappresentanti della cosiddetta “società civile”, poliziotti in primis). Film da godere e meditare nella suggestione delle immagini, nelle allegorie e nei messaggi sublimali che vuole mandarci attraverso storie simboliche e paradigmatiche di una realtà, quella contemporanea, sempre più difficile da comprendere e da accettare.

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Un commento

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Sono diversi i “giardini” che affiorano dalle suggestioni di questo lungometraggio: la dimensione intima e reale del giardino della casa di Dungeness, fatto di piante e detriti raccolti sulla spiaggia, in cui e attorno a cui The Gardenè stato girato; il “giardino” popolato dagli amici del regista morti di AIDS; il variegato “giardino visivo” realizzato con tecniche diverse; il Giardino dell’Eden, da cui l’umanità è stata bandita (e forse continua a bandirsi) e quello del Getsemani, preludio di una peculiare “passione”. L’immaginario religioso è infatti uno dei motivi principali: da Adamo ed Eva, a Gesù, prima bambino fra le braccia della madre, poi adulto in marcia solitaria nel paesaggio desolato e ventoso di Dungeness, tutti sempre disturbati e insidiati da oscure presenze invadenti (per esempio i fotografi in passamontagna). In particolare la simbologia della Passione viene trasfigurata nelle sofferenze e nelle umiliazioni di una coppia gay, che deve subire il vilipendio e le violenze dei rappresentanti della cosiddetta società civile (poliziotti in primis). Costante è anche la presenza della Morte: nel ricordo dei compagni e nella prefigurazione della propria fine, nel destino della coppia la cui storia si snoda lungo la narrazione, nelle immagini dell’acqua (comunque sempre presente nelle opere del regista), simbolo ambiguo, legato certamente al trapasso, ma anche alla (ri)nascita. Indicative le scene in cui Jarman stesso è a contatto con l’elemento: in casa, dove l’acqua filtra a gocce, segnando quasi il fluire del tempo, ma soprattutto in un letto sul mare, dove il regista è ripreso nudo, raggomitolato in posizione fetale, quasi a rievocare in un’unica immagine la nascita, il sonno (una “piccola morte”) e il termine definitivo della vita. Un’altra figura ricorrente è quella del bambino (si pensi anche ad altri film di questo periodo, come Edoardo II e Wittgenstein), con cui l’autore sembra voler abbracciare tutte le stagioni della vita, metterle sullo stesso piano temporale, in una rinnovata consapevolezza di continuità, o circolarità (rappresentata anche a livello visuale), che investe il passato del ricordo, il presente della sofferenza e della narrazione, il futuro della fruizione. Il tutto ripreso con tecniche diverse, assemblate in una serie di visioni oniriche (ancora il sonno!) slegate da una sceneggiatura di stampo classico, ma accomunate dallo sperimentalismo e da quella essenzialità di scenografie e costumi che hanno sempre contraddistinto la produzione di Jarman.

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