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Futuro Beach

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Futuro Beach

Disponibile con sottotitoli su Netflix da marzo 2017, questo ammaliante film, presentato in concorso alla Berlinale 2014, ci racconta come la forza dell’amore possa sradicare da una vita, da una famiglia, da un continente, non senza lasciare tracce che solo il tempo riuscirà a marginare. Bellissima la fotografia e la musica, bellissimi i protagonisti, solo tre, unici padroni dello schermo, forse qualche scena un po’ troppo dilatata, comunque utili per farci entrare nell’anima dei personaggi e farci sentire il peso delle loro difficili scelte.
L’acqua è l’elemento ideale per il bagnino Donato e il mare è la sua casa. La brasiliana “Spiaggia del Futuro”, mensionata nel titolo del film, dà inaspettatamente alla sua vita una nuova direzione. Quando due giovani uomini rimangono intrappolati in una corrente pericolosa, Donato si tuffa e riesce a salvare Konrad, un turista tedesco, ma la vita del suo migliore amico viene reclamata dal mare. Mentre lungo la costa sono avviate le ricerche per il ritrovamento del corpo, Konrad e il suo salvatore, dopo un inatteso e veloce amplesso, cominciano a conoscersi meglio. La loro iniziale attrazione fisica si trasforma ben presto in un legame emotivo più profondo, una passione che spinge Donato ad abbandonare il suo lavoro, il suo mare, il fratellino e la madre per seguire Konrad a Berlino, una città che non è in riva al mare, ma che è comunque un luogo dove uno può reinventare se stesso. Anni dopo, Donato si confronta con il suo passato, quando suo fratello più giovane, Ayrton, appare furioso alla sua porta e vuole sapere perché Donato l’ha abbandonato senza dire neanche una parola. Ma proprio come Donato prima di lui, anche Ayrton si getta nel vortice di quella strana città, e anche lui troverà più domande che risposte. Nel suo nuovo film, il regista brasiliano, residente a Berlino, Karim Aïnouz, segue ancora una volta personaggi in cerca di amore e di identità, pronti a rischiare tutto, per scoprire se stessi e le loro emozioni. “Melò esteticamente ricercato, arricchito da allusioni a Michelangelo Antonioni e al Kenneth Anger di Scorpio Rising, e da un utilizzo sapiente degli spazi e delle ambientazioni: le spiagge dorate di Fortaleza e una Berlino inedita, conturbante. E una colonna sonora da urlo. Diretto da un regista brasiliano ma berlinese d’adozione” (TGLFF). Vincitore al Cinema Brazil Grand Prize come miglior attore non protagonista (Karim Ainouz), all’Havana Film Festival come miglior musica e sonoro, al San Sebastián International Film Festival come migior film, al SESC Film Festival come migior fotografia, e al São Paulo Association of Art Critics Awards come miglior film.

synopsis

Shortly after failing to rescue a drowning man, Donato meets Konrad, a friend of the victim. They soon begin a relationship which seems doomed from the start, while Donato’s past catches up with him. Two breakneck motorcycle rides — one across the sand dunes of a Brazilian wind farm, the other into the foggy abyss of a German autobahn — bookend Karim Ainouz’s stunning fifth feature, “Praia do Futuro,” and while the riders disembark for the intervening film, the exhilarating forward momentum between these scenes is near-constant. Part tactile gay romance, part inquisitive journey into self, this spare but sensually saturated story of lives lost and found in Fortaleza and Berlin frequently seems on the verge of losing control (apt, perhaps, for a study of lives lived on multiple edges), but its visual and sonic verve more than compensate for some overworked symbolism. LGBT-focused fests and distribs will rightly pounce, but Ainouz’s ultra-chic pic is propulsive enough to make waves in other arthouse markets. (Variety)

CRITICA:

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trailer: Futuro Beach

Varie

 

Praia do Futuro inizia sotto il sole del Brasile, e finisce nella nebbia del nord della Germania. Geografia a parte, il passaggio è significativo: perché alla fine del film di Karim Aïnouz – che parte da alcune premesse forse non solidissime, vagamente sabbiose, ma certe – si rimane con l’impressione di aver assistito ad un film evanescente, impalbabile (nonché allegro) proprio come la nebbia.
Di Praia do Futuro sfuggono le motivazioni che spingerebbero un bagnino brasiliano a partire per Berlino con un coetaneo tedesco conosciuto tramite una tragedia.
O meglio, non viene spiegato perché quella che parte come una fuga amorosa e passionale si trasforma nel tentativo di perdersi, di reinventarsi, di rinascere di questo protagonista. Che, dopo qualche tempo passato in Germania, molla il compagno e fa perdere le tracce alla sua famiglia.
Di Praia do Futuro non si capiscono il senso e la necessità di un racconto che, mescolando una storia d’amore, una vicenda familiare e un percorso esistenziale, non riesce ad approfondire nessuno di questi elementi, lasciandoli sospesi e inconclusi. Che non approda a nulla, nemmeno a una prospettiva sul futuro, nemmeno all’indeterminatezza di una meta contraddetta dalla pedante voce off che accompagna il finale.
Allora, di fronte a questa debacle narrativa, è legittimo pensare che Aïnouz abbia voluto sfruttare il canovaccio per inanellare una serie di belle immagini e di sequenze ad effetto: peccato però che abbia fallito anche in questo, limitandosi rappresentazioni un po’ trite tanto del Brasile quanto di Berlino e aggrappandosi ad un protagonista del tutto inadeguato come Wagner Moura e a due co-protagonisti non più solidi come Clemens Schick e Jesuita Barbosa.
Il regista scrive sul pressbook che accompagna il film di aver voluto (anche) parlare di figure mascoline coraggiose: uno è un baywatch, uno un motociclista, uno un ribelle. Anche in questo caso qualcosa non torna, e ci si augura che non sia tutto incentrato sulla supposta contrapposizione fra questi aspetti e l’omosessualità dei personaggi.
Per chiudere in bellezza, “Heroes” di Bowie sui titoli di coda fa venir voglia di chiedere una moratoria sull’abuso cinematografico della musica dell’inglese. (Federico Gironi, Comingsoon.it)

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In Brasile, per la precisione a Fortaleza, c’è un’immensa spiaggia chiamata Praia do Futuro; in questa località bagnata da un oceano quasi sempre tempestoso, lavora Donato, un lifeguard così bravo nel suo mestiere, da essere soprannominato Aquaman dal fratellino, Ayrton. Donato, però, non possiede alcun potere e malgrado tutti i suoi sforzi, deve fare spesso i conti con degli incidenti dall’esito imprevedibile. Come quello che ha coinvolto il turista tedesco Konrad ed un suo amico ed ex commilitone. Quando l’uomo scompare in mare, Donato non può fare altro che prendere atto della cosa, cercando di consolare Konrad. Tra i due divampa subito una passione forte e totalizzante, così trascinante da spingere Donato ad abbandonare la propria patria per trasferirsi a Berlino con l’uomo amato. Una scelta, questa, che lo pone quasi subito davanti alle proprie responsabilità. Anni dopo, Ayrton, ormai adolescente si presenta in Germania dal fratello per rinfacciargli tutte le sue mancanze e scaricare su di lui la rabbia accumulata negli anni.
Poco di nuovo sotto il sole. Karim Aïnouz, regista e artista brasiliano-algerino, porta alla 64.ma edizione del Festival di Berlino, Praia do Futuro, dramma a tinte forti che non sempre riesce sviscerare in maniera esaustiva il tema della ricerca dell’identità da parte di un giovane uomo esaltato e al tempo stesso schiacciato dal desiderio feroce che prova nei confronti del compagno, un sentimento che lo sradica dalla sua vecchia vita e lo allontana dagli affetti familiari. Tra sensi di colpa mai sopiti e slanci passionali, il lavoro di Aïnouz si focalizza essenzialmente, e in maniera asfissiante, sui tormenti del protagonista (Wagner Moura, già vittorioso a Berlino con Tropa de Elite – Gli squadroni della morte di Josè Padilha), senza avere la capacità di inquadrarlo nel rapporto con gli altri. Donato è un uomo scosso e alla deriva, incapace di sostenere le scelte che ha compito, estraneo al contesto che lo circonda. In questo modo la pellicola si appiattisce. (Francesca Fiorentino, Movieplayer.it)

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Il nuovo film del regista e sceneggiatore brasiliano Karim Aïnouz, Praia do Futuro, presentato in concorso alla sessantaquattresima edizione della Berlinale, è stranamente sbilanciato. Copre un ampio arco temporale, si sposta dalle spiagge brasiliane a una Berlino un po’ troppo grigia, si focalizza su una manciata di personaggi (Donato, Konrad e Ayrton) ma non riesce nei suoi centosei minuti a dirci poi molto dei luoghi, delle due relazioni, di questi tre giovani uomini. Diviso in tre capitoli, Praia do Futuro si nutre di ellissi temporali e di buone inquadrature, mettendo a dura prova, sequenza dopo sequenza, la nostra attenzione.
Certo, c’è una convincente sequenza iniziale, con il repentino passaggio dalle sonorità rock e dalle moto che sfrecciano sulla sabbia al salvataggio in mare di Konrad e alla scomparsa tra il blu cristallino dell’amico. Il ritmo sembra frizzante, come il titolo in giallo a tutto schermo – la vivacità cromatica tornerà coi titoli di coda azzurri e rossi, accompagnati da Heroes di Dawid Bowie [1]. E funziona la prima ellissi narrativa, quando ritroviamo Donato e Konrad in un appassionato amplesso in macchina. Il ristretto cast è convincente, Aïnouz lavora con attenzione sulla composizione delle inquadrature – anche se alcune scelte sembrano smaccatamente estetizzanti, come l’arrivo di Ayrton nell’acquario berlinese – ma gli snodi narrativi scivolano via, le scelte sono sottaciute, gli struggimenti interiori vagamente adombrati. Passano gli anni (e i minuti della pellicola) e ci ritroviamo a perdere e ritrovare Konrad e Ayrton, scoprendo un “fantasma che parla tedesco” e una Berlino per noi un po’ inedita, forzatamente opprimente e alienante. Famiglia, omosessualità, lavoro, viaggio, saudade: Praia do Futuro accenna un po’ di tutto, mette in mezzo una graziosa fanciulla (Dakota, alias Sophie Charlotte Conrad), una scazzottata tra fratelli, una fuga in moto e, come l’incipit, azzecca la chiusura, su una spiaggia “senza mare”. Tutto un po’ troppo autoriale e indie.
Prodotto con capitali tedeschi e brasiliani, Praia do Futuro torna senza slanci sui temi cari a Aïnouz, su un’umanità in movimento (Love for Sale, I Travel Because I Have to, I Come Back Because I Love You), e approda un po’ generosamente al concorso della Berlinale. Ma sono le regole delle film commission, equilibri produttivi che incidono sulle scelte dei festival. Così è il gioco. (Enrico Azzano, Quinlan.it)

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Two breakneck motorcycle rides — one across the sand dunes of a Brazilian wind farm, the other into the foggy abyss of a German autobahn — bookend Karim Ainouz’s stunning fifth feature, “Praia do Futuro,” and while the riders disembark for the intervening film, the exhilarating forward momentum between these scenes is near-constant. Part tactile gay romance, part inquisitive journey into self, this spare but sensually saturated story of lives lost and found in Fortaleza and Berlin frequently seems on the verge of losing control (apt, perhaps, for a study of lives lived on multiple edges), but its visual and sonic verve more than compensate for some overworked symbolism. LGBT-focused fests and distribs will rightly pounce, but Ainouz’s ultra-chic pic is propulsive enough to make waves in other arthouse markets.
From its florid chapter headings to the umpteenth application of David Bowie’s ubiquitous anthem “Heroes” over the closing credits, “Praia do Futuro” boasts any number of elements that would prove irksome or uninspired in films with a less generously romantic spirit or a less muscular formal sensibility. Ainouz, who broke out in 2002 with his zesty debut feature, “Madame Sata,” but is here making his first competish appearance at one of the European majors, builds his films strong enough to sustain a bit of kitsch — the script may hammer home its land-and-water metaphors for all they’re worth, but the sheer heft of the feelings at play here override such qualms. Rather like the two strapping lovers at the center of his narrative, Ainouz’s visual storytelling says most when it speaks least.
Press notes proudly proclaim that “Praia do Futuro” is the first ever co-production between Brazil and Germany; certainly, both countries’ tourist boards should be happy with its sun-baked depiction of the former’s coastline (the film is named for a particularly idyllic beach) and mistily atmospheric vision of the latter’s capital. On a more personal level, however, this alliance seems significant for the Brazilian-born, Berlin-based director, who may or may not be revealing something of himself in his protagonist’s extended journey.
The first of three chapters, set in Brazil and titled “The Drowner’s Embrace,” wastes little time lighting the spark between Donato (Wagner Moura, never better), a lifeguard at the titular beach, and Konrad (Clemens Schick), an ex-military thrill-seeker from Germany, in circumstances that don’t seem terribly conducive to romance. Konrad and his holiday companion are caught in a nasty undercurrent while taking a casual dip; Donato successfully saves the former, but Konrad’s friend is swallowed by the sea. Konrad seeks immediate solace in sex with his rescuer, though when their relationship deepens — and it becomes clear that his friend’s body will not be found any time soon — he invites Donato to return with him to Germany. Though it entails leaving behind his frail mother and adoring 10-year-old kid brother, Ayrton (Savio Ygor Ramos), Donato impulsively accepts.
Chapter two, “A Hero Cut in Half,” observes the lovers as they settle together in the colder but more liberating climes of Berlin. Donato, who appears to have been living closeted in Brazil, becomes fully acquainted with his sexuality — though the pull of his family, and the lure of the beach, tempt him to return home. “Everything will be fine when the future arrives,” says a kindly bartender during one of Donato’s bouts of homesickness. The third chapter, “A German-Speaking Ghost,” suggests it may not be as simple as all that: Jumping eight years forward in the narrative, we find the lovers separated but brought together by an agitating figure from the past.
Ace lenser Ali Olcay Gozcaya is as responsible as the writers for defining this clean three-act structure, as his dramatic shifts in light and palette imply as much about the characters’ psychologies as they do their surroundings. The raw rush of sexual attraction in Brazil is rendered in hot primaries, evolving to manifold foggy grays and spots of industrial brightness as the action shifts to Europe; blue, it turns out, is both the warmest and most frigid color. At its lushest and most kinetic, the cinematography conspires with the astonishingly layered score by Hauschka (an alias for German pianist and composer Volker Bertelmann) to create positively narcotic surges in emotion and sensation, mirroring the characters’ own emotional peaks and troughs.
Down to the geometric, pop-hued credits, not one aesthetic element of the film’s construction has been ill considered, though stylistically, Ainouz is something of a magpie. There’s a touch of Jacques Audiard to the film’s oblique, movement-driven opening, and Michelangelo Antonioni to its later, chillier stretches of landscape-fixated mysticism. (“The Disappearing Ocean” might have been a more evocative title.) It’s certainly hard not to think of Claire Denis and the queer, sinewy physicality of “Beau travail” during a mesmerizing sequence of lifeguards practising calisthenics on the beach — Hauschka’s score, too, has its Tindersticks-esque stretches. Like the best appropriators, however, Ainouz works any such scraps into a patchwork that is consistently his own. This is filmmaking that responds to other film much as it does to existing music or architecture — part of a moving world, there to be absorbed and reflected. (Guy Lodge, Variety.com)