Effetti collaterali

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Effetti collaterali

Emily Taylor (la seducente e infantile Rooney Mara) è stata malata per lungo tempo di depressione, ma ha poi conosciuto il marito Martin (Channing Tatum), da poco uscito di prigione dove ha scontato una dura condanna per inside trading. Il ritorno a casa del coniuge, invece di riportarla alla vita, la sprofonda ancora di più nell’abisso della malattia. Per questo motivo, dopo un tentativo di suicidio, decide di avvalersi dell’aiuto professionale del Dottor Jonathan Banks (Jude Law), uno psichiatra molto quotato, il quale inizia a prescriverle un nuovo farmaco sperimentale consigliatogli dalla Dottoressa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones), tra l’altro precedente medico della donna. Quando Martin viene trovato morto in casa sua, pugnalato, tutti i sospetti ricadono sulla moglie, che però afferma di non ricordare nulla… Il film si divide in due parti, prima e dopo l’omicidio, dove anche i protagonisti principali cambiano e soprattutto cambia lo stile e la tematica del film. Nella prima parte abbiamo la storia di una moglie depressa in balia di medicinali che anzichè aiutarla sembrano peggiorare la sua condizione. Il film ci appare a questo punto come una denuncia contro certi farmici con effetti collaterali poco testati. Uno spettatore attento potrebbe però intuire che c’è qualcosa di ancora più strano nella protagonista Emily, ad esempio quando fa l’amore col marito dopo che mancava da cinque anni perchè in prigione, non sembra molto partecipe (all’opposto del marito che si scarica come un fulmine). L’interpretazione di Rooney Mara è però così efficace da farci cadere nella trappola. Nella seconda parte, oltre al protagonista che adesso è un bravissimo Jude Law, si fa sempre più debole la tematica farmaceutica, la storia diventa un classico giallo hichcokiano, con capovolgimento di scena finale (ma s’intuisce assai prima), coi buoni che diventano cattivi e viceversa, come ogni buon giallo prescrive. La storia lesbo è comunque poco credibile, almeno da una delle due parti, e la regia non approfondisce più di tanto. Della serie lesbiche infernali.

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In New York, the insider trader Martin Taylor is released after four years in prison and his mother and his wife Emily Taylor welcome him. Unexpectedly Emily is depressed and tries to commit suicide, hitting her car against the wall in the garage. Emily goes to the hospital and the psychiatrist Dr. Jonathan Banks treats her and she decides to be her client. Dr. Banks consults her former psychiatrist Dr. Victoria Siebert and she suggests that Dr. Banks uses the new drug Ablixa in Emily’s treatment. Emily tries to commit suicide again, but she returns to a normal life with Martin and occasionally has sleepwalking episodes. One day, Emily stabs her husband to death while sleepwalking and she is sent to trial. She is declared non-guilty but is forced to go to a psychiatric facility and Dr. Banks is responsible to periodically evaluate her mental condition. Dr. Banks has his career destroyed with the negative publicity and also his marriage with the unemployed financial consultant Dierdre Banks after receiving anonymous photos of Emily with him. He decides to investigate the case to clear his name and discovers that Emily faked her suicide attempts. His further investigation discloses an evil scheme in the stock market. (Imdb)

CRITICA:

Per gustare appieno Effetti collaterali, lo spettatore dovrebbe recarsi in sala il più possibile digiuno di dettagli sulla trama del film. Possiamo anticipare questo: la pellicola parte come un medical thriller con un sottotesto di denuncia che, da principio, illude lo spettatore di trovarsi di fronte a una versione noir e stylish di Erin Brockovich. Emily (la bellissima Rooney Mara) è una giovane donna il cui marito (Channing Tatum) è appena uscito di prigione. Emily soffre di una grave forma di depressione così, dopo aver compiuto un atto autolesionistico che l’ha fatta finire al pronto soccorso, convince lo psichiatra dell’ospedale a prenderla in cura e a prescriverle l’Ablixa, psicofarmaco ampiamente pubblicizzato sui media per la sua miracolosa efficacia. Gli effetti collaterali del farmaco, però, avranno conseguenze devastanti sulla vita di Emily e del suo terapista.
Rispetto allo stile minimal di alcuni dei precedenti lavori di Soderbergh, Effetti collaterali si distingue per la cura formale e l’ottima confezione. Tra l’altro anche stavolta il regista firma fotografia e montaggio in prima persona usando gli pseudonimi dei genitori, ma magnificare le sue doti tecniche sarebbe superfluo. Un contributo fondamentale della pellicola proviene, invece, dalle interpretazioni degli attori, in particolare da Jude Law che, da un certo punto in poi, si trova a sostenere il peso del film quasi interamente sulle proprie spalle. Le svolte imposte dallo script richiedono, tra l’altro, una certa maturità interpretativa e l’attore inglese si adegua alle esigenze registiche con abnegazione.
Side Effects: una bella immagine di Rooney Mara Rooney Mara fornisce una prova attoriale meno estrema rispetto a quella richiestale da David Fincher per Millennium – Uomini che odiano le donne, ma nei panni della giovane donna afflitta da turbe psichiche funziona a dovere e con Jude Law ha una buona alchimia. Troppo limitato il ruolo affidato a Channing Tatum per esprimere un giudizio, mentre l’unica performance che risulta più debole del previsto è quella di Catherine Zeta-Jones che non brilla anche a causa di un personaggio scritto non perfettamente. Effetti collaterali non è privo di difetti, come d’altronde molti dei lavori di Steven Soderbergh, ma nonostante qualche trovata di scrittura non sempre perfettamente logica, che a tratti rischia di far cigolare la brillante struttura messa in piedi, il thriller funziona. La tensione si mantiene alta, l’adrenalina scorre e il pubblico si diverte. Se davvero Soderbergh deciderà di tener fede alla decisione di sospendere l’attività registica non possiamo non ammettere che ci mancherà. VOTO: 4/5. (Valentina D’Amico, Movieplayer.it)

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L’illusione di una vita perfetta, l’evento imprevisto che arriva a spazzare via tutto, le strategie di riscossa che si mettono in atto per riconquistare ciò che (a torto o a ragione) si ritiene esser proprio di diritto.
È intorno a questo che gira quello che potrebbe essere l’ultimo film da regista cinematografico di Steven Soderbergh, un giallo tutto sommato molto tradizionale, nel quale l’americano continua il suo sottile percorso autoriale all’interno della grande industria hollywoodiana. Un film che conferma l’attenzione maniacale e un po’ fighetta del regista per ogni dettaglio formale e narrativo, e che proprio nei dettagli e nelle aree apparentemente periferiche della narrazione trova un senso che sia più di quel che il la trama in senso lineare gli regala.
Sceneggiato da Scott Z. Burns, che Soderbergh fece esordire nella regia nel 2006 con un film dal titolo PU – 239 e che già per lui aveva scritto The Informant e Contagion, Side Effects racconta una storia e dei personaggi di chiara derivazione hitchockiana.
Elegante nella confezione, seppur prevedibile nel contenuto, Soderbergh veste di nuovo il thriller del passato, ed è come sempre astuto architetto di ogni fase della produzione, compreso il casting: Rooney Mara e Jude Law – la prima algida e indecifrabile, eppure sensuale e magnetica, il secondo ricercato ma mai lezioso e determinato senza grossolanità – sono i perfetti corrispettivi odierni delle Ingrid Bergman, delle Kim Novak, dei Gregory Peck e dei Cary Grant cui il maestro del brivido affidava ruoli che qui ritroviamo riveduti e corretti.
Ma Side Effects non è chiuso nell’omaggio al passato, e lavora sul genere (e suoi generi, persino l’horror e un certo tipo di fantascienza esistenziale) con una meticolosità non banale e con una volontà quasi pacatamente riformista. A dispetto della narratività tradizionale, che pure viene rispettata con attenzione, è un film che non vive e non si sviluppa solo in senso unidirezionale, ma è leggibile seguendo più direttrici, e che si lascia vedere al suo meglio se si accettano alcuni gorghi che sembrano paralizzarne l’andamento per poi trovare nuovi sbocchi.
E se alla fine i torti vengono raddrizzati, la morale rispettata e gli equilibri ristabiliti, l’operazione soderberghiana lascia che il velo di inquietudine che già è nello sguardo finale di Rooney Mara ricopra questa hollywoodiana pacificazione e la meccanicità didascalica della risoluzione.
Perché le poche note volutamente stridule che il regista ha inserito nel racconto, sui rapporti sociali e personali, riecheggiano, in background, durante e immediatamente dopo la visione.
E l’interrogativo vero, alla fine, è in cosa e dove risieda la follia che pare essere diventata pervasiva nelle strutture sentimentali, economiche e comunitarie della vita contemporanea. (Federico Gironi, Comingsoon.it)

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