Ce n'è per tutti

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Ce n'è per tutti

Un ragazzo, Gianluca, incapace di reggere le contraddizioni della vita e il dolore del mondo, sale sul Colosseo con la volontà di estraniarsi da tutto. “…Un simile gesto non può che essere preso come un tentativo di suicidio, ed ecco quindi che ai piedi dell’anfiteatro si accalcano Polizia, Carabinieri e Vigili del Fuoco, mentre l’onnipresente obiettivo della telecamera riprende ogni cosa, rimbalzandola in un grottesco (ma verosimile) talk show che vede nolenti protagonisti i genitori di Gianluca. Dal canto loro, anche gli amici del giovane sentono di non poter mancare all’evento: chi per una sincera condivisione del suo dramma umano, chi (e sono la maggioranza) perché sente che deve esserci, anche senza un vero motivo. Ad accompagnare Gianluca nelle sue amare riflessioni su se stesso e sul mondo sarà la nonna, che attraverso il racconto della sua giovinezza difficile offrirà al ragazzo una diversa, e meno amara, chiave di lettura della vita. Il film si snoda quindi su diversi binari paralleli: da una parte la realtà casalinga di Gianluca, con una madre inebetita dagli psicofarmaci che, in un appello preteso dalla conduttrice virago, non trova da dirgli altro se non di stare attento al Colosseo, “che sono tutte cose antiche”, e un padre che riconosce al figlio “le palle” per suicidarsi. E poi gli amici, o supposti tali: un gruppo eterogeneo in cui, con l’eccezione dello stoico, arrendevole Daniele, nessuno sembra mai staccarsi dal proprio egocentrismo, e per i quali il lungo e trafficato percorso verso il Colosseo diventa un’altra, ennesima occasione di ribadire le proprie insoddisfazioni e le proprie miserie…”. (L. Grasselli, Movieplayer). Il film vorrebbe essere tragi-comico, grottesco, riflessivo ma non sempre ci riesce. Si distacca l’interpretazione di Ambra Angiolini. I riferimenti gay sono moltissimi, a partire dall’amico che viene creduto gay dalla donna che lo corteggia, dai vari dialoghi, dalle scenografie ‘camp’, ecc.

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Da un’intervista di Federico Boni al regista Luciano Melchionna apparsa su Gay.it:

“… Al centro della divertente, surreale, cinica ed amara trama Luca, arrampicatosi fin sopra il Colosseo, in cerca di pace e tranquillità, perché forse troppo sensibile per vivere in una società come quella di oggi, sua nonna, accorsa sul millenario monumento per convincerlo a scendere, e i suoi folli amici, autentiche grottesche macchiette, specchio del mondo contemporaneo, in una Roma invivibile, asociale, isterica, a tratti violenta, grigia e quasi fantascientifica, nel suo essere ‘metropoli’.

Incuriositi dalla trama, abbiamo fatto quattro domande secche al regista del film, capaci di spaziare a 360° sui tanti temi trattati, passando dall’omosessualità alla città di Roma, senza ovviamente dimenticarci di lei, Ambra.

1) In tutta la pellicola lei fa dire una sola battuta all’immenso Arnoldo Foà. “Frocio!”. Come mai questa scelta, e soprattutto, come mai proprio questa battuta?

“A dire il vero, questo è il modo con il quale mi ha accolto Arnoldo a casa sua, nascosto dietro un angolo del corridoio di fronte alla porta d’ingresso, quando sono andato a proporgli il ruolo. Lavoro e conosco Arnoldo già da qualche anno, ho questa grande fortuna e devo dire che non sono l’unico perché lui, come tutti i grandi, è sempre disponibile e generoso con chi si affaccia a questo mondo con passione e onestà. La sua accoglienza di uomo arguto e illuminato che si finge retrogrado, oltre a farmi sentire male dal ridere mi ha dato il “ la” per segnalare un momento di ottuso e ancestrale pregiudizio all’interno del film: Momo, la cantautrice geniale dall’aspetto vagamente androgino a mio avviso, è una bidella che si è presa cura del nipote di Foà/Nonno scappato di casa a 9 anni, si è resa gentile e disponibile eppure il nonno ha già deciso le categorie con le quali giudicarla e la offende per il puro gusto di offenderla, cadendo oltretutto nell’equivoco, ormai davvero imbarazzante, che essere “froci” possa essere un problema di cui vergognarsi, e che sentirsi apostrofati in tal modo possa risultare un’offesa. Bah. Quale battuta più divertente in una commedia??? Io rido ogni volta”.

2) In una scena del film, decisamente riuscita, affronta il problema di come vengono visti gli omosessuali, i ‘diversi’, dalla società di oggi, con i due protagonisti che si scontrano sull’argomento, nel bel mezzo del traffico cittadino. Crede veramente, come si augura con forza uno dei due, che arriveremo un giorno ad un Italia che se ne freghi di sapere con chi va a letto il vicino di casa, se con un uomo, una donna o una trans? Sogno, realtà o fantascienza? E soprattutto, è davvero così complicato fregarsene?

“Sembrerebbe ancora davvero complicato fregarsene sul serio, sì, e la complicazione reale secondo me è ben segnalata nell’ultima domanda pronunciata dal nostro amato Jordi in quella scena: “Di che cazzo avete paura?”. Sembra quasi che il mondo intero o perlomeno il mondo che costruiscono gli uomini abbia bisogno, per tenersi in piedi, di puntelli repressivi, di certezze castranti, dogmi ipocriti e applicati solo sugli altri, come marchi di fuoco. Io però vedo che molto è cambiato da qualche anno a questa parte e allora credo che a forza di “piccoli gesti”, come dice la Nonna/Sandrelli di Gianluca/Balducci, si possono fare vere e proprie rivoluzioni: “non servono le bombe”, certo, ma non si può più star fermi a guardare”.

3) Al centro della surreale, divertente, cinica ed amara trama c’è anche la nostra città, Roma, che lei definisce attraverso una delle sue attrici la più bella del mondo. Una città che lei disegna in maniera quasi apocalittica. Caotica, ingoiata dal traffico, isterica, nervosa, dove a regnare è l’incomunicabilità. E’ davvero convinto che siamo arrivati a questo punto di non ritorno?

“Io credo di aver proposto una visione assolutamente edulcorata del punto in cui siamo arrivati… e sorrido provocatorio. Certo, non è la Roma che vediamo in genere in cartolina ma Roma, città bellissima con cittadini bellissimi e “de còre”, mi sembra ferma, stagnante, dal punto di vista del fermento culturale, non offre molto ai giovani, oltre ad esser stretta nella morsa del traffico e dell’indifferenza generale e scossa di tanto in tanto solo dall’esasperazione che la rende aggressiva. La mia però, nel film, è una visione personale ed espressionista: con Tarek Ben Abdallah, il mo geniale direttore della fotografia, abbiamo cercato di restituire un’immagine di Roma come capitale europea, come metropoli del mondo e quindi non le abbiamo “rifatto il trucco”, anzi! … Un po’ come ho fatto con gli attori, chiedendo al bravissimo truccatore Ermanno Spera di disegnare occhiaie a tutti gli attori e le attrici, affiché in quel contesto apocalittico, come dici tu, surreale se vuoi, i loro volti, la loro stanchezza di anime smarrite fosse il richiamo alla realtà, agendo per contrasto sulle nostre menti”.

4) Ambra Angiolini. L’ennesima conferma. Come è riuscito a strapparle un sì per prendere parte al film e soprattutto come ha fatto a convincerla a denudarsi sul grande schermo?

“Conosco Ambra da tanti anni. Ambra è stata una mia fan, ai tempi in cui faceva soprattutto teatro come me, e io sono un suo grande estimatore, e non solo dal punto di vista artistico: io amo molto Ambra per la sua umanità, la sua sensibile intelligenza e la sua inarrestabile crescita sia come donna che come attrice. Siamo due persone leali, oltretutto, amanti della “verità”, che secondo me non guasta. Memore della nostra reciproca voglia di lavorare insieme, non ho esitato ad offrire un ruolo ad Ambra la quale ha accettato, e ciò mi inorgoglisce, per stima nei miei confronti prima di tutto: sapeva che con me non sarebbe stata usata per il nome ma per il suo talento di attrice. Lavorare con lei è divertente, molto, ti devi prendere cura della bambina insicura, convincere la donna consapevole e dirigere l’attrice esplosiva, ma se hai fatto bene i tuoi “compiti” di regista, al momento del ciak lei ti restituisce tutto quello che hai chiesto, senza risparmiare mai il cuore”.

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