The Canyons

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The Canyons

Algido noir soft-erotico molto anni ’80, non brutto anche se soffre di un certo intorpidimento narrativo che mina la tensione in diversi momenti e sembra un po’ sciatto visivamente (ma attenzione: il direttore della fotografia è John DeFazio, artista “videoglitch”, cioè utilizza le imperfezioni del mezzo digitale in chiave artistica). A Venezia gli è stata subito appiccicata l’etichetta acchiappapubblico di film “scandalo” per la presenza, nel ruolo del protagonista, dell’attore porno etero James Deen, magretto, non alto e dal fisico piuttosto ordinario ma il cui successo nell’ambito hot pare sia dovuto proprio al suo aspetto da ragazzotto della porta accanto e al suo bel sorriso un po’ marpione… La trama è puro Easton Ellis, non particolarmente originale: lo stalloncino Deen è Christian, produttore cinematografico ricco e annoiato. Trascina un po’ stancamente una relazione con la giovane aspirante attrice Tara (l’ex baby Disney Lindsay Lohan, che ha girato il film tra una rehab e l’altra ed è stata definita dal regista “un’attrice di talento ma imprevedibile che mi ha preso in ostaggio per sedici mesi”). La coppia si apre sessualmente a terzi e coppie contattati via Internet nella loro villona isolata sulle alture di Los Angeles ma quando ricompare un ex di Tara, l’attore impacciato Ryan (il canadese Nolan Funk), fidanzato con la placida Gina (Amanda Brooks), segreteria di Christian, si scatenerà una ridda di gelosie, menzogne e vendette destinate a sfociare in feroce violenza… Dal punto di vista queer segnaliamo che gli unici due nudi frontali sono maschili (il ragazzo un po’ nerd del threesome si masturba su una poltrona e James Deen mostra il suo attrezzo a riposo mentre sale le scale) ma purtroppo l’omosessualità è ammantata dalla consueta aura di peccaminosa trasgressione anche in chiave punitiva: Christian cerca di umiliare Ryan inducendolo a fare sesso col produttore omosessuale ma la scena del rapporto orale gay si intuisce soltanto. L’orgetta a quattro tanto strombazzata dai media è piuttosto intrigante ma pudica: Christian esige che Tara baci l’altra ragazza, ma Tara lo ricambia costringendolo a baciare l’uomo di lei che a sua volta gli pratica una fellatio fuori campo.
Gus Van Sant interpreta il piccolo ruolo non particolarmente significativo dello psichiatra di Christian, costretto alle sedute dal padre che gli garantisce una vita di massima opulenza grazie a un conto fiduciario. (R. Schinardi, Gay.it)

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RECENSIONI:

“…Sembrerebbe andar tutto bene, anche perché il cast funziona, anche se Lidsay Lohan si limita a vivere la vita in diretta; ma i grupparoli invitati, sono bravi e conformi. Il problema è che il thriller pare appartenere all’epoca remota degli yuppies e dei lupi di Wall Street, segni e segnali portati dallo script di Bret Easton Ellis. C’è troppo moralismo e si sbanda, l’equazione di sesso uguale a peccato e morte sembra appartenere a quel cinema di una volta dove il gay alla fine doveva morire. Ma se andate oltre l’apparenza e le vetrate vi accorgerete che non è un film così scontato, ambiguo, inutile: parla eccome.” (M. Porro, Corsera – voto 7/10)

“…la sceneggiatura di Ellis sceglie di complicare inutilmente quella che è una storia semplice (persino banale, diremmo) incentrata sostanzialmente sulla gelosia e sulla disperata brama di potere di un figlio della upper class americana. Il contorno di personaggi inutili (tra i quali lo psichiatra interpretato da Gus Van Sant) non aiuta lo script a focalizzarsi sui suoi temi portanti, accompagnando la graduale deriva nel kitsch della vicenda: aumentata, di suo, dalle poco esaltanti prove attoriali di un Deen a tratti involontariamente comico, e di una appesantita Lohan, il cui riscatto artistico, dopo le note vicissitudini legali, tarda ancora a giungere. E’ l’affresco generale proposto da Schrader ed Ellis a non convincere, al di là di una componente erotica in realtà solo accennata: se si voleva raccontare la morte del cinema, schiacciato dall’avidità personale, e dalle debolezze e crudeltà dei suoi protagonisti, si doveva scegliere un registro diverso. In realtà, se è vero che dal film emerge la natura di semplice mezzo (anziché di obiettivo) dell’ipotetica pellicola da cui tutto muove, è vero anche che questa componente resta slegata dal cuore della narrazione; questa, già dai primi minuti, non fa che mettere in scena un debole intrigo di gelosie e tradimenti, animate da personaggi poco più che macchiettistici, e contrappuntata da scene di sesso (poche) che sembrano semplici concessioni al gusto kinky del progetto…”Marco Minniti, Movieplayer.it)

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In un intreccio degno di un Beautiful qualsiasi, gli attori di The Canyons risaltano in una specie di “all-non-star-game”, con il protagonista interpretato da James Deen, ignoto ai più ma spavaldo interprete di un migliaio di film porno, mentre la protagonista femminile è la Lindsay Lohan famosa per la sua opera di autosfascio più che per il suo talento attoriale, oltre a qualche altro carneade dal non proprio luminoso futuro. Su tutto, uno che una volta era un bravo regista (Paul Schrader), e un soggetto scritto da uno che una volta era un bravo scrittore (Bret Easton “American Psycho” Ellis). Colonna sonora tra il brutto e l’inutile, fotografia un po’ arty.
Lindsay LohanE allora che dire di buono di questo film? Che le cose più interessanti non sono nel cinema ma nel metacinema, che se c’è qualcosa di interessante è nelle allusioni dei personaggi a una società fondata sul controllo dell’altro, sul potere del denaro, sul sesso come una delle due valute a corso legale che si possono spendere per sopravvivere, sul fatto che – potremmo aggiungere – i film non li recita chi è capace ma chi in grado di far notizia.
Un film brutto, una storia risibile, nella quale lo stereotipo costeggia la satira involontaria, una regia piatta, qualche spunto utile per fare un mini-saggio sulla società, dello spettacolo e non. (D. Bersanetti, cinefile.biz)

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“…Paul Schrader sembra fare quello che può, senza troppi affanni, per salvare dal naufragio un film condotto con alterata testardaggine dal suo sceneggiatore verso un approdo oramai utopico, cronologicamente e temporalmente impossibile. Certo, il regista non resiste ad ammiccare all’estetica e all’etica di Hardcore e American Gigolo, ma il peccato in questo caso è veniale.
Più grave, nella sua incoscienza, che Ellis abbia voluto replicare, nella sua prima sceneggiatura originale per il grande schermo, il medesimo repertorio tematico ed estetico che l’ha reso celebre trent’anni fa con i suoi romanzi, senza alcun tentativo di rielaborazione o di adeguamento ai tempi. Non perché convinto che oggi le cose stiano ancora come allora, ma per un compiacimento autoriale chiaro e dichiarato da numerosi ammiccamenti retorici.
All’edonismo (anche personale e non solo letterario) di Ellis, così sfrontato, alla lunga Schrader non è in grado di rispondere, come fatto invece da Gregor Jordan nel recente The Informers, altra sceneggiatura di Ellis che già mostrava il germe dell’infezione a venire.
Lo asseconda, anzi, perdendosi anche lui in un viaggio nel tempo impossibile, nel quale il vuoto e l’ordine algido e malato dei luoghi, delle persone, delle dinamiche che racconta, non è più riempito da alcun senso.
E in quel vuoto, tra quegli arredi gelidi e quei caratteri afasici, narcisisti e malati, i tanti difetti del film, comprese delle interpretazioni rigide e squilibrate, riecheggiano con drammatica testardaggine.
Cinema che così muore, qualsiasi sia la sorte dei suoi spettatori.” (Federico Gironi, Comingsoon.it)

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