Benjamin Smoke

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Benjamin Smoke

Benjamin Dickerson, morto di aids nel 1999, voce solista del quintetto punk blues The Smoke. Un personaggio a torto ritenuto di secondo piano. Più impressionista che biografico, “Benjamin Smoke”, girato in una decina di anni, è un collage di interviste, interpretazioni e momenti di prova, evocative istantanee di Cabbagetown, il quartiere degradato e di basso livello sociale, dove Dickerson ha vissuto la maggior parte della sua vita. Il regista Cohen ha detto che il film è “la storia di un ragazzo cresciuto nel sud rurale che avverte la propria differenza, una diversità che non è solo di genere”. Montato molto bene, combinando 16mm, Super8, video e fotografie, il film è il ritratto di uno straordinario individuo, della sua band e dei suoi amici e vuole rispondere alle domande: come fa un povero musicista con l’Aids a fare collimare la sua malattia e il suo anomalo stile di vita con la necessità di essere creativo? Che cosa avrebbe significato la musica blues di un gay del sud? In che modo sarebbe cambiato il panorama musicale e le persone che lo circondavano? A un livello superiore, il valore di questo documentario risiede nella sua esplorazione di qualcosa di assolutamente unico, un insieme di forze e valori che si scontrano: le parallele tradizioni del funk e del punk e della musica fatta in casa di outsider marginalizzati; e la storia di come l’intelligenza di un individuo, la sua passione e la sua arte abbiano potuto nascere e crescere a dispetto di un ambiente che voleva metterlo ai margini.

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