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Tre giovani donne, Magalie, Marie-Steph e Barbara, vivono ai margini della società. Dedite all’alcol, si desiderano, si prendono e si detestano come fossero carne da macello. Poco per volta, tuttavia, scivolano in un gioco complesso di dominio e d’amore. Magalie, la leader, soggioga con tutta la sua potenza maschile e il suo carisma bestiale. Marie-Steph, la sorella minore, è riservata e sempliciotta, mentre Barbara, bellezza inconsapevole, si è unita al branco per amore di Magalie. Un giorno, istigate da quest’ultima e quasi per ammazzare il tempo, le tre assaltano una panetteria e uccidono il panettiere con una scarica di pallettoni. La vita a poco a poco riprende, ma niente è più come prima. (Locarno 2010)
“…A priori, i tre personaggi principali non fanno nulla per attirarsi la nostra simpatia: vivono in un ambiente degradato e sudicio, gridano di continuo e si prendono a botte, passano il giorno a guardare porno in tv e s´imbrattano mangiando schifezze rubate al mercato. Anche il rapporto lesbico tra la sgraziata Magali e Barbara è intriso di violenza; mentre Marie-Stef, la sorella minore della prima, è morbosamente attaccata a un fucile da caccia. Con l´arma, una sera, le sorelle irrompono in una panetteria e, quasi senza rendersene conto, ammazzano il povero fornaio. Il film è una libera interpretazione di uno dei tanti fatti di cronaca nera assurdi che popolano i giornali; fa pensare a quando André Gide, giurato popolare, scrisse che esistono delitti tanto più angosciati, quanto più è impossibile capirne la ragione. Eppure, per questa trucida storia spira un vento di pietà, a tratti di dolcezza: soprattutto quando si ascoltano le parole dei salmi del perdono di Davide su quiete immagini di paesaggio. «Non volevo fare in nessun modo un discorso religioso – chiarisce la regista – ma mostrare come la donna, un´emarginata che non possiede nulla, trovi una speranza, pensi che finalmente c´è qualcuno ad ascoltarla»…” (R.Nepoti, La Repubblica)

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CRITICA:

“…Annunciato come un altro scandalo porno del Festival, Bas-Fond delude sotto questo punto di vista ed è invece apprezzato come film religioso, profondamente religioso. È un’opera in cui la preghiera viene fatta a un Dio non identificabile come quello di una precisa religione, al quale ci si rivolge con “Tu” con la maiuscola, quel “Tu” cui si appella chi ha perduto tutto, anche la dignità e la libertà di amare. Quasi medievale per l’intensità del rapporto tra il nulla sociale e la speranza in Dio, il film è ambientato in un “nessun luogo” dalle parti di Parigi. Protagoniste sono tre giovani donne. Due, Mag e Barbara, sono lesbiche e la terza Marie-Steph, è la sorella minore di Mag. Vivono in appartamento nudo, con il minimo indispensabile di mobilio, due vecchie tivù dove guardano film porno. Qua e là sono sparse riviste hard.
Solo Barbara lavora, è una donna delle pulizie che non guadagna abbastanza per riempire di alcol il piccolo gruppo, dove Mag fa l’ozioso e violento capo. Una sera, le tre donne prendono un fucile e vanno a fare incetta di cibo e alcol in una panetteria: Mag uccide il proprietario.
Come se nulla fosse tornano al loro ozio quotidiano, ma Barbara non riesce ad accettare questa situazione e denuncia l’omicidio. Mag in carcere piange e prega un Dio consolatore, anche la sorella è in carcere ma non comprende dove ha sbagliato. Ben girato e ben montato, il film è interpretato con grande forza da Valérie Nataf, Ginger Romàn, Noémie Le Carrer, e ha il merito di essere asciutto, duro, ostico, come la storia maledetta che porta sullo schermo. ” (L’Arena)

“…una pellicola raffinata e letteraria, girata sul modello formale di una neo-nouvelle vague, che però rimane impiccata a un poco convincente manierismo «intellò».” (A. Levantesi Kezich, La Stampa)

“…Perché la «fisicità» di Bas Fonds non è solo dei corpi, è emozionale, interiore, pure quando nella trasformazione di Mag da ragazza selvaggia a quasi astrazione Le Besco sembra guardare alla verticalità di Bresson e a quel cinema francese a lui vicino (Cavalier, Bernanos) senza però redenzione. Le tre rimangono «chiuse» al mondo, dentro e fuori il carcere, nella cella e nell’isolamento di un sentimento che gli altri non potranno mai capire. Barbara che per gli altri è stata una «plagiata» terrà chiusa dentro di sé l’ambiguità di questo amore. La nostalgia e la seduzione di quelle mani, le mani di Mag che «mi accarezzavano con una dolcezza mai provata coi tanti maschi della mia vita».” (Cristina Piccino, ll Manifesto)

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