Arianna

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Arianna

Arianna ha diciannove anni ma ancora non ha avuto il suo primo ciclo mestruale. Gli ormoni che il suo ginecologo le ha prescritto non sembrano avere effetto sul suo sviluppo, a parte un leggero ingrossamento del seno che però le provoca fastidio. All’inizio dell’estate, i suoi genitori decidono di riprendere possesso del casale sul lago di Bolsena dove Arianna era cresciuta fino all’età di tre anni e in cui non era ancora tornata. Durante la permanenza nella casa, antiche memorie cominciano a riaffiorare, tanto che Arianna decide di rimanere anche quando i genitori devono rientrare in città. I pomeriggi passano lenti e silenziosi, mentre Arianna comincia a indagare sul proprio corpo e sul proprio passato; l’incontro con la giovane cugina Celeste – così diversa e femminile rispetto a lei – e la perdita della verginità con un ragazzo della sua età, spingono Arianna a confrontarsi definitivamente con la vera natura della propria sessualità…. “Il trentenne regista italiano che si definisce “eterosessuale fluido”, fitti riccioli neri e accento toscano, dopo aver girato negli Stati Uniti un documentario sui gruppi Intersex, è tornato in Italia per farne un film: «Volevo liberarmi da un incubo infantile, quando nel sonno sognavo di essere una donna matura e mi angosciavo moltissimo. In Italia ho incontrato Arianna, una ragazza intersex fondatrice di Aisia, il primo gruppo Intersex italiano, che mi ha raccontato la sua vita, ma purtroppo non c’è più: sono anni che ci penso, mi sono molto documentato e affidato a un fundraising: e con 350 mila euro ho fatto il film». È una storia delicata e pudica, ben girata in una bella campagna sul lago di Bolsena, e ha la fortuna di una brava protagonista esordiente, di bellezza efebica e dal nudo innocente, che sa esprimere in solitudine e silenzio i turbamenti dell’adolescenza e dell’incertezza sessuale. È Ondina Quadri, figlia di Jacopo Quadri, celebre cinemontatore, e nipote di due nonni importanti che non ci sono più, il critico teatrale Franco Quadri e la giornalista Marisa Rusconi. All’inizio del film Arianna dice: «Sono nata due volte, anzi tre: prima bambino, poi di nuovo, bambina, la terza volta sono nata io, e ci sono voluti vent’anni». È una frase che si trova parzialmente anche nel romanzo premio Pulitzer Middlesex (2002) di Jeffrey Eugenides, la cui protagonista, Callie-Cal è Intersex. Il coltissimo filosofo Bernini, che quest’anno, dice, ha «forzato un po’ la mano» e ha tenuto il suo corso partendo da un film di Zombie porno, entusiasmando gli studenti ma provocando lettere indignate da parte dei genitori al quotidiano locale L’Arena , sostiene che il personaggio di Arianna ha subito il destino di altri intersessuali: «Negli anni Cinquanta la chirurgia pediatrica stabilì che questi bambini dovevano essere “risistemati” perché non dovessero affrontare un’infanzia dolorosa tra gli altri bambini. Poi doveva essere loro imposta oltre a una cura ormonale, un’educazione rigida relativa all’appartenenza sessuale decisa. La maggior parte dei genitori acconsentiva e quasi sempre l’innocente Intersex diventava una bambina: si tratta anche oggi di un intervento puramente estetico perché poi cromosomi, ormoni, e organi interni, possono non corrispondere al sesso deciso da chirurgo e genitori».” (Natala Aspesi, La Repubblica)

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Varie

Arianna is nineteen years old and still has not had her first menstrual cycle. Despite the fact that her breasts have become slightly enlarged, which causes her some discomfort, the hormones her gynecologist prescribed for her do not seem to be helping with her maturation. One summer her parents decide to take her back to the lake house in Bolsena where they all used to go on vacation. Arianna has not been back there since she was three years old. While staying in the house, old memories start to come back to Arianna and like pieces of a puzzle, start to slowly fall into place. When her parents tell her it is time to return to the city for a few days, Arianna wants to stay behind to study for her exams. Her father accepts, but for some reason the idea makes her mother extremely uncomfortable; actually her mother has been acting strangely ever since they arrived at the lake house. On her own, as the first afternoons go by slowly and silently, Arianna’s investigation of her past also includes the exploration of her body. The encounter with her young cousin Celeste, whose feminine figure is distinctly different than Arianna’s, as well as the fact that, unlike her, Celeste has already lost her virginity, pushes Arianna to confront the true nature of her sexuality. (IMDB)

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NOTE DI REGIA

Quando avevo dieci anni, ricordo di essermi spesso svegliato da un sogno ricorrente che mi lasciava ogni volta confuso: sognavo di essere una donna molto più grande di me, di trenta o trentacinque anni, e di camminare in giro per la città di notte, per le piazze e le vie del centro di Roma. Mi sono sempre chiesto che significato avesse per me questo sogno, perché un bambino della mia età sognasse di essere una donna. Uno dei miei migliori amici mi ci ha fatto riflettere, molti anni più tardi. Secondo lui era come se la domanda ontologica fondamentale che tutti ci poniamo, presto o tardi nella vita, sul senso della nostra esistenza, della nostra presenza su questo mondo, aveva preso in me un carattere per così dire erotico, aprendo una domanda sull’identità che mi sarebbe rimasta dentro per molto tempo. Quando andai a vivere in America, per ragioni di lavoro, decisi di investigare di più questo tema e mi appassionai alle vicende di alcuni intersessuali che avevano per la prima volta cominciato a far sentire la propria voce. Li seguii per alcuni mesi poi abbandonai il progetto con la volontà di trasformarlo in un vero e proprio film. Mi ci sono voluti anni prima di riuscire a mettere insieme una storia e Arianna è il risultato di questo lungo percorso.
Naturalmente, ermafroditismo e androginia sono temi che la letteratura ha esplorato e descritto a più riprese, suscitando, sin dall’antichità, profonda curiosità e interesse: ne parla già Omero nell’Odissea, Platone nel Simposio, Ovidio nelle Metamorfosi, Sofocle nell’Antigone, Virginia Woolf in Orlando, Tahar Ben Jelloun in quello splendido libro che è Creatura di Sabbia, e Jeffrey Eugenides in Middlesex. Anche il cinema si è interessato al tema, con il bel film dell’argentina Lucia Puenzo, XXY (2007). Insomma, si tratta di un “luogo” che si potrebbe persino definire “classico” e che tuttavia ancora conserva intere aree da esplorare.
Volendo estendere la riflessione, Arianna è un film che s’interroga sul rapporto tra potere e anormalità e sulle conseguenze del loro conflitto e che nel porsi questa questione, pone anche una domanda sul cinema: “Come può il cinema oggi essere un cinema politico senza dover affrontare un tema esplicitamente tale?”. O meglio, rievocando un’amichevole provocazione di un grande maestro della luce, innamorato del cinema italiano, come Darius Khondji: “Perché in Italia non si fanno più film politici?”.
Credo che solo nelle micro storie, nella relazione tra sistema sociale e individuo, nella violenza nascosta, edulcorata dalla democrazia, dell’ovvietà e della trasparenza lo si possa fare. Solo in piccolo, nell’apparente sconfitta del privato che mette in crisi (ancora di più quando è portatore di anormalità), suo malgrado, lo spaventato e ormai immune “sistema di poteri” lo si può fare. Lo dico, per inciso, perché credo che il sistema democratico-medico, per esempio, abbia molto affinato le sue armi, al contrario di quanto si pensi. La violenza esplicita della chiesa del XV secolo contro le mostruosità (fisiche e morali) era meno grave del sistema normativo attuale. Creava un deterrente forte a cui ci si poteva sottrarre più facilmente. Oggi, per un “ermafrodito”, un intersessuale, è molto più complesso sottrarsi alla prassi di correzione medica perché questa, intelligentemente, non si pone affatto come prassi violenta. In questo senso, in un processo inconsapevole, il potere si è fatto più scaltro.
In Arianna questo scontro tra anormale e sistema si concentra intorno alle figure della protagonista Arianna (operata inconsapevolmente da piccola per essere normalizzata e resa femmina) e dei familiari, soprattutto nella figura del padre Marcello, portatore, in buona fede, di un sapere che per non essere messo a repentaglio è costretto a farsi violento persino nei confronti del suo proprio sangue. L’operazione-evirazione di Arianna è il precipitato di questa violenza. Di riflesso e proprio a causa di questa operazione, il rapporto con il “fidanzato” Martino si fa problematico. L’anormalità di Arianna impedisce il compiersi di un rapporto eterosessuale normale (i dolori costanti durante l’amplesso). Contemporaneamente, il rinnovato incontro con Celeste, giovane cugina di Arianna che al contrario di lei è diventata donna nel giro di un anno, lasciandola indietro nel fisico e nelle esperienze sessuali, mette Arianna in un dedalo di dubbi esistenziali che la porteranno inevitabilmente a reagire.
Arianna, allora, è un film che ci riguarda. Perché, mettendo in scena il tema dell’ermafroditismo, mostra il limite che il potere esercita, sempre e comunque, nei confronti di chi, consapevolmente o meno, lo minaccia. È un film che ci riguarda perché mostra come l’ordine e il senso che diamo costantemente al mondo e a noi stessi per poter sopravvivere sia solo un sistema di difesa per non guardare a quella sovrabbondanza di senso che il mondo e noi stessi siamo: per sottrarci alla paura di non avere più gli strumenti per interpretarci, o di vedere in faccia la spiazzante fluidità dell’identità o quel surplus di valore che le cose e il mondo ci offrono e che noi quotidianamente rifiutiamo. L’ermafrodito è l’incarnazione meravigliosa di questa sovrabbondanza e la vittima predestinata di ogni rigore. Questo film è la lotta ingaggiata tra l’ermafrodito e il potere. Il film mette in questo senso in scena un’oscenità, ossimoro possibile solo nel mondo contemporaneo.
Ermafrodito, l’osceno per antonomasia, l’incarnazione del Male che determina, suo malgrado, l’impossibilità stessa della famiglia, della società civile e quindi dello Stato, e che per questo il potere ha sempre temuto, almeno da quando esiste un sistema di potere incapace di reintegrare l’oscenità nella vita, anche semplicemente affidandogli un luogo al di là, metafisico, sacro (come succedeva tra i Greci), è ancora temuto in un grado tale da rappresentare una grande minaccia. Portarlo fuori da quella minaccia è per me compito del cinema.

CARLO LAVAGNA

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Distribuito da Istituto Luce Cinecittà

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CRITICA:

La voce fuori campo recita sulle prime immagini di un volto femminile fluttuante nell’acqua: “Sono nata tre volte. La prima come bambino, poi a tre anni come bambina e la terza volta oggi” … e il film narra la cronaca proprio di questa terza nascita, percorso intimo e particolareggiato di una ragazza diciannovenne ancora in attesa della prima mestruazione. Arianna torna nella casa natale sul lago di Bolsena da dove manca dall’età di tre anni, quando la lasciò per Roma coi genitori buoni borghesi (il padre medico, la madre più che benestante). Ad accoglierla ci sono anche la cugina di poco più giovane di lei ma fisicamente più sviluppata e il simpatico zio balbuziente. Ricordi rimossi le riaffiorano lentamente alla mente, legati a un coetaneo con cui si ritrovava a giocare o a luoghi arcani e misteriosi. E’ il fisico a darle dei problemi, specialmente quando si confronta con la cugina che già fa all’amore con un ragazzo locale, e quando il corpo risponde in modo inadeguato agli stimoli ormonali dei farmaci che assume. L’isolamento e il tempo sospeso delle vacanze le permettono di indagare più profondamente sul proprio malessere. Sente che c’è qualcosa che non quadra nella sua esistenza e che forse la mancanza di mestruazioni è legata in qualche modo proprio a ciò che le è accaduto in quel luogo in tempi ormai lontani. Inconsciamente sente che è tutto interconnesso, la richiesta al padre di cambiar ginecologo, come la difficoltà di relazione coi genitori con cui è comunque in sintonia, o lo studio della propria intimità sessuale. Si sviluppa così una vera indagine tutta in prima persona sul proprio misterioso passato che diventa al contempo un percorso di formazione. Da un lato è costretta e dall’altro impara a confrontarsi con i modelli sociali di comportamento, con l’interscambio affettivo e sessuale tra le persone, con le identità di genere fatte di eguaglianze, affinità e differenze.
Alla fine, dalle cartelle cliniche recuperate nel principale ospedale della zona, Arianna scoprirà che la piccola cicatrice sul suo ventre non era dovuta a un’operazione di ernia, ma alla castrazione della parte maschile del suo apparato genitale che presentava le caratteristiche morfologiche di entrambi i sessi. I genitori avevano optato per questo intervento pensando di fare il suo bene, per preservarla dalla derisione e dall’emarginazione sociale e pubblica, per salvaguardare il futuro di quel bimbo ermafrodito, nato come rarissimo caso che capita ogni svariati milioni di neonati. Tranne il fatto che ora, divenuta adolescente di 19 anni si ritrova a essere una creatura che non potrà mai provare un autentico piacere sessuale e non potrà mai procreare né come uomo, né come donna. Destino tragico e terribile, che viene però narrato con grande pudicizia anche là dove si mostrano esplicitamente corpi nudi e genitali sanguinanti (tremenda la doppia scena dello sventramento di un cinghiale seguita dal sogno dell’agognato mestruo che appare simile a uno squartamento integrale… si cita esplicitamente la scena del macello nel fassbinderiano “In un anno con 13 lune”, archetipo delle pellicole sulla transessualità). Si deve qui parlare di pudore dei sentimenti, di profonda conoscenza e documentazione degli eventi narrati, di coscienza civile e politica del fare cinema.
Carlo Lavagna si dimostra regista, oltre che sensibilissimo, anche molto attento e inventivo nella costruzione dell’immagine che concepisce già al momento della ripresa in funzione del montaggio e della situazione della narrazione. Ne è un esempio la sequenza in cui filma in primissimo piano l’iride della ragazza in cui si riflette sfocata l’immagine di uno schermo su cui scorrono immagini di un accoppiamento pornografico (è il momento in cui Arianna da sola in casa sta cercando di capire cosa possa essere il piacere dovuto al sesso); come del resto si dimostra inventivo nell’uso dell’acqua come principale filo conduttore narrativo (il lago, il bagno nel fiume, la pioggia, la piscina, le terme…). Ma se l’opera è così ben riuscita lo si deve almeno al 50% anche all’attrice protagonista, l’esordiente Ondina Quadri, figlia d’arte del montatore cinematografico Jacopo Quadri e nipote del critico Franco Quadri; è impressionante nel rendere l’innocenza, il dramma trattenuto e la tenacia del suo personaggio. E ancora di due eventi siamo facili profeti: l’autentico talento rivelato da questo esordio ci porterà molti altri ottimi film (ci si augura capolavori) e che “Arianna” entrerà da subito nell’empireo dei film transgender. (Sandro Avanzo – voto 8/10)

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19 anni, occhi chiari come acqua di lago, il seno appena accennato, il ciclo mestruale che non arriva, l’orgasmo è un miraggio, il sesso dolore. Arianna torna con i genitori nella bella casa vicino al lago di Bolsena in cui aveva abitato fino ai tre anni, ha ricordi confusi di un amico d’infanzia di nome Mattia, sguardi curiosi verso la cugina Celeste e il suo fisico pieno di giovane donna, troppe domande che galleggiano, mute e inevase. L’esordio di Carlo Lavagna, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2015, insegue con delicatezza il corpo asciutto e androgino di Ondina Quadri: lo fa corrispondere alla natura rigogliosa e un po’ selvaggia dell’estate e dell’adolescenza, lo lascia spesso solo e silenzioso a percorrere stanze vuote, boschi e prati. Arianna ha la formula del racconto di formazione e qualche inevitabile difetto da opera prima: un eccesso di simbolismi, qualche ingenuità di sceneggiatura, una difformità a livello recitativo (bravissima la debuttante Quadri, impeccabile come sempre Popolizio, meno convincente qualche comprimario) e l’ansia di voler spiegare tutto che sconfina, a tratti, nel didascalismo. Ma è anche un film che cerca testardamente di non farsi sotterrare dal suo tema, di raccontare, prima e soprattutto, il viaggio della sua eroina, costruendo, con lei e con il pubblico, la sua irripetibile identità. E riuscendo a renderla figura trasversale, anima inquieta sulla linea d’ombra dell’età adulta. (A.C., Filmtv.it – voto 4/5)

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