American Translation

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American Translation

All’inizio del film vediamo il vagabondo ventenne Christophe, mezzo nudo in un bosco, che scappa dal corpo di una giovane donna, dandoci subito una non piacevole impressione. Poco dopo Chris incontra nel bar e poi nei bagni di un hotel la coetanea Aurore, una ribelle ragazza franco-americana. E’ un colpo di fulmine per entrambi. Insieme partono col furgone dirigendosi in un bosco dove consumano sesso a volontà (per la gioia loro e dei nostri occhi). Mentre noi attendiamo che il tutto finisca con la cruenta morte della fanciulla, all’opposto assistiamo all’inizio di una struggente storia d’amore che prosegue all’interno di un lussuoso appartamento posseduto dal ricco padre di Aurore, che al momento è assente per lavoro. Le cose tornano a prendere una piega dark quando, dopo essersi divertiti nel furgone con un prostituto gay, succede che questo giovane noleggiato viene ‘incidentalmente’ ucciso da Chris. E’ chiaro che Chris nutre una passione particolare per i prostituti gay, e in Aurore sorge il sospetto di aver incontrato un serial killer… Mentre non possiamo affermare che il film ci offra uno degli aspetti migliori dell’omosessualità, resta comunque interessante l’approccio alla sessualità, alla sua fuidità, alla natura del desiderio e dell’attrazione, presentato dal film. Purtroppo il film non mantiene le premesse, che potevano metterci davanti ad un ‘Fino all’ultimo respiro’ in versione trash, per la mancanza di un approfondimento psicologico sui personaggi, e di una coerente struttura narrativa che si ripete troppo spesso per le lunghissime quasi due ore del film.

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3 commenti

  1. “American Translation” di Arnold sembra fare una divagazione sul tema di “Notre Paradis” di Morel , tutti e due prodotti nel 2011. Stessa storia di malvagità e di sesso , stessi partners (qui è una donna) senza personalità che “per amore” si rendono complici dei più brutali assassini , stessa totale amoralità e stessa incoerenza psicologica non suffragata da alcuna introspezione del personaggio. La differenza sta che nel film di Morel c’è una gelida neutralità del regista che dà alla storia , a suo modo , una oggettiva visione agghiacciata del mondo e del male nel mondo , non giudica ma trasuda comunque dolore. Qui c’è solamente un cincischiare pretenzioso sull’atto gratuito gidiano , molto fumo e niente soatanza. Nulla di più. Voto 6.

  2. istintosegreto

    Sono rimasto deluso purtroppo. I due ragazzi erano stati diretti in precedenza da Arnold nel meno pretenzioso, ma decisamente più riuscito, CHACUN SA NUIT (che vi consiglio di vedere).
    AMERICAN TRANSLATION è la storia di una ragazza viziata che, per fare arrabbiare papi, segue lo sbandato di turno. Il film non si solleva mai dalla banalità rasoterra, nonostante il tentativo di costruire un profilo psicologico del serial killer e nonostante le scene di nudo, appositamente inserite di continuo per solleticare le parti basse.
    Insomma, la classica caduta dopo un risultato pregevole. Monsieur Arnold, la preghiamo di ritentare. Utilizzi pure ancora gli stessi attori, sono belli come il sole, molto affiatati e professionalmente validi.

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After a chance encounter in a hotel bathroom, twenty-somethings Chris and Aurore embark on a spontaneous and passionate love affair. As their relationship grows in intensity so does the mystery surrounding Chris, and Aurore must face some difficult decisions when she discovers her enigmatic boyfriend is a psycho-sexual killer with a fondness for handsome rent boys. A provocative twist on the familiar lovers-on-the-run genre, American Translation is guaranteed to polarise audience opinion. While it may not be concerned with offering ‘positive’ queer representations, in its defiant approach to sexuality the film does present many interesting ideas about the nature of desire and fluidity of sexual attraction. As Chris, Pierre Perrier brings a palpable sense of menace to proceedings, simultaneously dangerous yet curiously sympathetic, a paradoxical blend that can often make for uncomfortable viewing. (Michael Blyth, BFI)

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