Redazione

PARTE OGGI IL 31MO TGLFF - "QUESTI FILM CHE CONTINUANO ANCORA A CAMBIARCI LA VITA"

LE PAGINE DE ‘LA STAMPA’ CHE RACCONTANO IL TORINO GAY E LESBIAN FILM FESTIVAL ATTRAVERSO I SUOI PROTAGONISTI

A TORINO SEI GIORNI DI IMMAGINI E PAROLE SULL’OMOSESSUALITà

DANIELE CAVALLA

Infiniti sensi. Precise direzioni» è il titolo del trentunesimo Torino Gay & Lesbian Film Festival, in programma da mercoledì 4 a lunedì 9 maggio alla multisala Massimo (via Verdi 18) . Si preannuncia un’edizione come sempre ricca: 84 titoli provenienti da 29 nazioni con nove anteprime mondiali, personaggi del mondo dello spettacolo quali Paola Turci e l’attore rivelazione dell’anno Alessandro Borghi. Da non perdere. Sono numerosi i film di rilievo del Tglff di quest’anno: ha creato dibattito oltreoceano il film scelto per l’inaugurazione «Stonewall» diretto da uno dei maestri del cinema d’azione hollywoodiano quale è da considerarsi Roland Emmerich, il titolo di chiusura «Baby steps» di Barney Cheng, l’omaggio a David Bowie organizzato in collaborazione con Seeyousound, il ricordo di Ettore Scola alla presenza della figlia Silvia attraverso la proiezione di un classico come «Una giornata particolare» nella versione restaurata, l’omaggio a un amico del Festival quale Gianni Rondolino con un film a lui caro quale «Un chant d’amour» di Jean Genet. Fiore all’occhiello della programmazione è «Chemsex» di William Fairman e Max Gogarty, film di produzione britannica che racconta sedici storie legate a una pratica divenuta emergenza nella comunità gay londinese e non solo: una combinazione di sesso e droghe sintetiche, usate per dar cadere le inibizioni in un contesto sessuale estremo; ne parleranno a Torino il regista William Fairman e il medico David Stuart.

I concorsi. Sono tre: il Lungometraggi annovera nove titoli, il Premio Queer vede la partecipazione di sette lavori, fra i Cortometraggi sono in venti a contendersi la vittoria.I temi. La 31a edizione presenta uno spazio riservato al rapporto tra religioni e discriminazioni, con la sezione chiamata «Liberaci dal male», composta da cinque film e alcuni eventi speciali. Nel percorso delineato dalle opere selezionate per questo approfondimento, lo spettatore si confronterà con alcune realtà, dagli Stati Uniti ai paesi del Medio Oriente. Un altro tema del Festival è il bullismo e i rapporti familiari, al centro del film «Nè Giulietta, nè Romeo» di Veronica Pivetti, presente al Festival e protagonista di un dibattito organizzato con l’Ordine degli psicologi del Piemonte e il Coordinamento Torino Pride sabato 7 maggio con inizio previsto alle 10,30.Biglietti. I tagliandi per assistere alle proiezioni costano 7 euro, tranne per le serate di apertura e chiusura il cui prezzo ammonta a dieci; alla cassa sono in vendita anche abbonamenti a 80 euro.

Le app. Sono disponibili le app mobile del Festival per Android (scaricabile da Google Play) e per iPhone (scaricabile da Apple Store), che contengono tutte le informazioni principali a cominciare dal programma e che permettono anche di acquistare i biglietti in prevendita.

Uffici.
Due le sedi del Festival nei giorni della manifestazione, dal 4 al 9 maggio: gli Uffici Rai in via Verdi 31 (telefono 366/5795162) e in via Montebello 15 (per informazioni occorre telefonare ai numeri 011/8138813 e 011/8138816). Budget.
Come raccontato da Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema, il Festival si apre «nell’ambito di una certa sicurezza finanziaria». Il budget 2016 è lo stesso dello scorso anno: 450 mila euro. Pochi anni fa era di 600 mila euro. Il Torino Gay & Lesbian Film Festival è amministrato dal 2005 dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e si svolge con il patrocinio del MiBACT– Direzione generale per il Cinema, della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

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QUESTI FILM CHE CONTINUANO ANCORA A CAMBIARCI LA VITA

GIOVANNI MINERBA

Tutto cominciò quella notte del 28 giugno 1969, quest’anno il 31° Torino Gay & Lesbian Film Festival, comincia da li, da Stonewall, per ricordarci e ricordare che in Italia, incredibilmente, c’è ancora bisogno di lottare per avere quei diritti civili fino adesso incompiuti. Mai come in questi casi la finzione, il film di Roland Emmerich appunto, si mescola alla realtà, la nostra, nel raccontarla, ricostruirla, ed è per questo che lo abbiamo scelto per inaugurare la nuova avventura di questo Festival che continua a essere un luogo aperto e disponibile allo scambio, al confronto, al rispetto, per aiutare a creare una società più giusta, più libera, più moderna.
Qualcosa di inequivocabile, così come ci dice la «nostra» antica Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Noi, con questo festival, non facciamo altro che continuare semplicemente a essere noi stessi, reagiamo imperterriti, eternamente ostinati a fare il nostro mestiere, accompagnati dall’affetto del pubblico, dal pensiero a Ottavio, a farci da guida per le nostre scelte, per comporre il codice e il filo artistico che legano fra loro ogni titolo programmato e a far sì che si compia la magia dello schermo. Per una volta ancora, siano questi film a continuare a cambiarci la vita. Quelle vite di adesso, che cambiano e si moltiplicano, come in «Baby Steps» di Barney Cheng, il film di chiusura del festival, che a quarantacinque anni dai fatti di Stonewall ci parla di attualità, di nuove famiglie, mettendo a nudo anche le falsità dei parenti di fronte ad una coppia gay che vuole un figlio ricorrendo al famigerato «utero in affitto».
Questi temi e molto ancora nel programma del TGLFF, che continua a esistere grazie anche a quanti hanno creduto in noi senza barriere di appartenenza politica e hanno concesso strumenti e risorse contribuendo, anno dopo anno, ad affermare e consolidare un progetto culturale e sociale necessario. Con la determinante, vigile e decisiva presenza del Museo Nazionale del Cinema, l’appoggio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, della Regione Piemonte, della Città di Torino e della Fondazione CRT; di pochi ma coraggiosi sponsor. Buon Festival!

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Il privilegio di essere qui

PAOLA TURCI

Questo Festival è una benedizione. Una benedizione e una risorsa: per la nostra cultura, per il cinema e per la citta di Torino, che per prima lo ha voluto tra le sue splendide mura. Ritengo sia importante raccogliere in una rassegna tutti i film a tematiche LGBT e dobbiamo essere grati a Giovanni Minerba, che assieme al suo compagno ha lottato per anni contro pregiudizi, menti ottuse e ignoranza. Sento di essere fortunata perché ho il privilegio, quest’anno, di partecipare – nella doppia veste di giurata e ospite musicale – a sei giorni di cinema e in una città, Torino, che amo e che non smette mai di sorprendermi e affascinarmi.

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Manifesto di varie espressioni culturali

ALESSANDRO BORGHI

Ringrazio il Torino Gay & Lesbian Film Festival per avermi dato la possibilità di prendere parte a questa 31a edizione in qualità di giurato per i lungometraggi. Il festival è uno strumento meraviglioso e forse il mezzo più potente a nostra disposizione per celebrare il panorama cinematografico nelle sue diverse espressioni. Da appassionato di cinema prima ancora che da «addetto ai lavori», ho sempre ritenuto necessaria la creazione di canali rappresentativi capaci di permettere adeguata valorizzazione di tutti i prodotti cinematografici. Il TGLFF si è indubbiamente distinto come promotore di livello eccellente: a oggi continua a mettere in atto iniziative capaci di ampliare la visibilità di tematiche che spesso rischiano di non trovare adeguata fruibilità nel panorama cinematografico internazionale. Grazie alla predisposizione di adeguati spazi rappresentativi, il TGLFF favorisce la tutela del cinema che non deve essere solo uno strumento commerciale ma, prima e soprattutto, un manifesto delle varie espressioni culturali.

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Il mio ritorno a Torino, ventinove anni dopo

WIELAND SPECK

Eravamo ai primi albori, il Teddy Bear alla Berlinale e io la mia prima volta a Torino con il mio film «Westler», era il 1987.
Il pubblico era molto diverso rispetto alla folla di Berlino a cui ero abituato. Eravamo in un bel cinema, bella atmosfera! E quanta bella stampa a parlare del festival! Questo mi rese un po’ geloso perché a Berlino a quei tempi la stampa non stava reagendo molto bene ai nostri sforzi, prestava poca attenzione alla parte gay del nostro festival. A Torino, tutti i giornali ne parlavano. Però dov’era la gente gay? Tutti quelli che vedevo erano in coppia – ragazzi/ragazze, ma i gay non li vedevo, non capivo perché si camuffassero, non riuscivo a interpretare i segnali; poi ho capito. Ma c’era una manciata di attivisti che stavano gestendo il festival: Ottavio, Giovanni… e alcuni gay camuffati, poi vinsi anche il premio.
Più tardi, inizi anni ’90, tornai, in giuria, il mondo di Torino appariva molto più sicuro di sé, sembrava un’inclinazione costante del progresso verso la stranezza, verso la visibilità. La normalità e la specialità allo stesso tempo si trovavano sulla strada di una società inclusiva e finalmente funzionante.
A che punto siamo adesso? Torno a Torino, grazie al festival, per ritrovare tutto il bello che nel frattempo è stato costruito.

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LE GIURIE

La cantante, l’attore, lo studioso e i ragazzi del Dams valutano i film

Il miglior lungometraggio della trentunesima edizione del Torino Gay & Lesbian Film Festival viene scelto da una giuria formata da Wieland Speck, ormai da anni a capo della sezione Panorama del Festival di Berlino, dalla cantante nonchè scrittrice Paola Turci e da Alessandro Borghi, uno dei rari attori di talento del cinema italiano apprezzato di recente nel film candidato al premio Oscar per il nostro Paese «Non essere cattivo» e in «Suburra» di Stefano Sollima.
La giuria del Premio Queer sarà composta da studenti del Dams di Torino e sarà guidata da Gianluca e Massimiliano De Serio.
La giuria del Concorso cortometraggi, invece, sarà formata da studenti dell’Agenzia Formativa TuttoEuropa e sarà guidata da Alessio Vassallo.

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UN’ANTEPRIMA IL 4 PER L’INAUGURAZIONE

DRAMMATICO “STONEWALL”
FORTE PAGINA DI STORIA

La musica di Paola Turci caratterizza l’inaugurazione del Festival la sera di mercoledì 4 maggio al Massimo. Appuntamento alle 20,30 nella sala Uno del locale di via Verdi 18 con lo scrittore e conduttore radiofonico Fabio Canino e il direttore Giovanni Minerba a far gli onori di casa. I biglietti per questa serata costano 10 euro, prevendite dei tagliandi sul sito wwwtglff.it. Il film – in anteprima – scelto per aprire il Tglff è «Stonewall», il nuovo lavoro dello specialista in campioni d’incasso Roland Emmerich («Independence day», «Stargate», «The day after tomorrow») interpretato da Jeremy Irvine, Jonathan Rhys Meyers e Vladimir Alexis. Si narra la storia di Danny Winters, giovane cacciato di casa nel 1969 in quanto gay: il ragazzo va a New York, dove entra in contatto con la nascente scena LGBT del Greenwich Village. L’opera è un romanzo di formazione che diviene film storico: Danny si confronta con i continui raid della polizia, fino all’irruzione del 28 giugno 1969 allo Stonewall Inn. Qui gli avventori del bar insorgono per ribellarsi all’ennesima violenza e cambiano la storia.

[D. CA.]

1969, l’inizio di una rivoluzione

Quando devi cambiare il mondo hai spesso bisogno di un gesto di rottura, un gesto che ti offra un diverso punto di vista.
La rivolta di Stonewall è stata esattamente questo. L’esplosione di una forza che si agitava nella società (prima di tutto statunitense, per poi espandersi a macchia d’olio in tutto il mondo) e con cui gli omosessuali richiedevano di essere riconosciuti come esseri umani con una dignità. Non dimentichiamo che nel 1969 (anno dei moti di Stonewall) i gay non solo venivano arrestati per atti osceni in luogo pubblico, ma venivano adescati dalla polizia con vere e proprie infiltrazioni che istigavano comportamenti «inappropriati». New York, a quei tempi, non era la città cosmopolita che conosciamo oggi. Era una città violenta, teatro di tensioni fortissime che anni dopo il cinema riuscì a raccontare con film come «Taxi Driver» di Martin Scorsese. Allo Stonewall Inc. (bar del Greenwich Village) per la prima volta un’intera comunità – innescata da Sylvia Rivera, trans che diede il via alla rivolta lanciando una bottiglia contro la polizia (i trans, tra l’altro, sono ancora tra le persone più discriminate al mondo) – ha reagito rivendicando il proprio diritto a esistere, prendendosi la dignità che non veniva loro riconosciuta. Per questo il 28 giugno, data della retata della polizia che scatenò l’ira della comunità e portò a una notte di scontri violenti con migliaia di persone coinvolte, è la data dell’«orgoglio LGBT».
Con un film dedicato a quella notte, firmato da un regista famosissimo come Roland Emmerich, il Festival inaugura la sua edizione del 2016. Il cammino dell’uguaglianza ha raggiunto molti risultati in giro per il mondo, ma abbiamo ancora tanto da fare. Il ruolo del cinema è anche questo: raccontarci il mondo che abbiamo costruito per farne uno migliore, più aperto e uguale per tutti. Anche per noi.

Daniele Viotti

LE PROPOSTE DEL CONCORSO LUNGOMETRAGGI

TRA SCENE DI MATRIMONIO E ASPIRANTI DRAG QUEEN

FABIO BO

Coppie, coppie, coppie. Più o meno stabili, declinate in varie forme, ferite da una crisi d’amore o preda delle inquietudini, tanto innamorate da perdersi o da lasciarsi andare, le coppie (sia maschili che femminili) sono le protagoniste di gran parte dei film selezionati per il Premio «Ottavio Mai», dedicato ai lungometraggi. Sarà solo un caso? Quasi un excursus storico sui diritti dei gay, l’australiano «Holding the man» di Neil Armfield inizia negli anni Settanta per raccontare un amore, nato al college, tra un rugbista e un poeta che, nel tempo, prova a sopravvivere all’ostracismo delle famiglie e all’avvento all’Aids. Ambientato, invece, nella Upper East Side di New York «Those People» del «deb» Joey Kuhn, è la storia di un’amicizia (amorosa?) quasi morbosa e molto scostante tra due inseparabili rampolli della high society, quasi fossimo in un film di James Ivory. Si amano alla follia (o fino alla follia?) Andreas e Stefan che vivono in una bella casa in compagnia dell’adorato gatto in «Kater-Tomcat» di Klaus Händel, il film vincitore del Teddy Bear al Festival di Berlino di quest’anno. Durerà (o non durerà?) lo spazio di una notte la travolgente passione che trascina i due giovani protagonisti di «Théo et Hugo dans le même bateau» diretto da Olivier Ducastel e Jacques Martineau (fedelissimi del TGLFF) appena incontratisi in un locale gay parigino, premiato dalla giuria del pubblico della Berlinale. E proprio tra le quinte «multi-culti» di Berlino si svolge la vicenda di «Wo willst du hin, Habibi?» di Tor Iben, ballata moderna e scanzonata sull’ammiccante amicizia, molto premurosa, tra un bel turco dagli occhi azzurri e un aitante «cattivo ragazzo» ariano dalla bellezza statuaria. Gli strani amori femminili non sono meno combattuti di quelli maschili. Sia quello, anch’esso ambientato nei fervidi anni Settanta del femminismo e della politica, tra una ragazza di campagna e una ragazza di città in tempi forse ancora poco maturi e omofobi per potersi compiere pienamente («La belle saison» della navigata regista francese Catherine Corsini). Sia le «scene da un matrimonio» raffigurate in «Stuff» di Suzanne Guacci): una stabile famiglia arcobaleno americana composta dalla dentista Trish e dalla casalinga Deb (e le loro due figlie) si ritrova ad affrontare la classica fase di stallo del loro rapporto. Completano il quadro del concorso due film sulla fluida sessualità degli adolescenti: «Utopians» dell’asiatico Scud (più volte al TGLFF), inno alla pan-sessualità che vede protagonisti un insegnante di filosofia libertino e un allievo ventenne, e «Viva» dell’irlandese Paddy Breathnach ma ambientato a Cuba (e prodotto da Benicio Del Toro), nel quale il diciottenne Jesus sogna di diventare una drag-queen nonostante l’ostracismo di un padre violento.

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FILM A TEMATICA LESBICA

L’AMORE TRA DONNE RACCONTATO IN NOVE STORIE

SILVIA NOVELLI

Non c’è ancora un numero sufficiente di film sull’amore fra donne». Lo afferma Catherine Corsini, una delle registe protagoniste del Festival, ed è difficile darle torto. Il TGLFF quest’anno ne ha selezionati nove, provenienti da quattro continenti. La Corsini, in concorso lungometraggi con «La Belle Saison», dà voce al coraggio delle donne portando in scena due «eroine energiche, valorose, positive». La storia d’amore e passione è quella fra Delphine, una ragazza di provincia – la rivelazione Izïa Higelin, attrice e musicista rock – e la militante Carole, nella Parigi dei primi anni ’70, in piena rivoluzione femminista. Chissà cosa penserebbero le donne di quella «bella stagione», primo momento politico di critica storica alla famiglia, se quarant’anni dopo incontrassero Trish e Deb, le protagoniste di «Stuff» (anch’esso in concorso). La loro è una coppia borghese sposata da 14 anni. Casalinga e mamma a tempo pieno la prima, medico in carriera la seconda, in piena crisi da Scene da un matrimonio in salsa lesbica. Il «women power» ritorna con due film fuori concorso e il loro ritratto di donne distantissime nello spazio e nel tempo. «Angry Indian Goddesses» si riferisce nel titolo a Kali, la più aggressiva e battagliera Dea indù, ed è un colorato film corale al femminile contro la misoginia della società indiana dei nostri giorni. Mika Kaurismäki con «The Girl King» riporta invece sullo schermo la vita dell’eccentrica e anticonformista Cristina di Svezia, già interpretata da Greta Garbo nel 1933 e qui da Malin Buska, premio come miglior attrice al Montreal World Film Festival. Due commedie romantiche ci ricordano che le donne sanno anche scegliere la strada della fuga, se necessario. Fuga dalle relazioni, come nel canadese «Portrait of a Serial Monogamist», o da un pericoloso malvivente per salvare la propria vita e riconquistare l’amata ex, come nel road movie australiano «All About E». Da segnalare ancora il documentario croato «Bolesno», impressionante viaggio nei ricordi di Ana, rinchiusa a 16 anni in un ospedale psichiatrico dai genitori per curarne l’omosessualità, e «Barash», opera prima israeliana in concorso per il Premio Queer. Infine, il ritorno sullo schermo del Festival di due icone della cinematografia lesbica, Dreya Weber (The Gymnast, A Marine Story) e Traci Dinwiddie (Elena Undone), questa volta insieme in «Raven’s Touch».

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LE PELLICOLE FUORI CONCORSO

UN INSOLITO HORROR GAY

ANGELO ACERBI

Extra è un contenitore, uno scrigno prezioso dove vengono riposte per essere mostrate le opere, molte e diverse, che secondo noi hanno un valore e necessitano una vetrina, all’interno del programma del festival. Non esiste più una divisione di generi, non ha più senso, in un mondo cinematografico dove documentario e fiction hanno parità di valenza e di valore; infatti questa sezione include documentari e film di finzione, uno accanto all’altro. Tre i documentari, molto differenti tra loro per stile e argomenti, ma uguali nell’impatto emotivo e sociale, affascinanti e spiazzanti. Accanto a «Chemsex» di William Fairman e Max Gogarty, spietata quanto reale analisi della situazione della diffusione delle droghe da sesso a Londra nella comunità lgbt (non che gli altri paesi ne siano esenti), sono da non perdere «Remembering the Man» e «Kiki». Il primo, diretto da Nickolas Bird e Eleanor Sharpe, è il racconto della vita e della profonda e assoluta storia di amore di Timothy Conigrave, attore e attivista australiano il cui libro «Holding the Man» è diventato un film, in concorso quest’anno al TGLFF. Con una riuscita mistura di audio di interviste a Conigrave e ricostruzioni di fiction, accanto a interventi di amici e parenti, la vita normalmente straordinaria di questo personaggio per noi sconosciuto, ma immenso, assume una potenza imperdibile, duplice accompagnata anche al film. «Kiki» di Sara Jordenö ci riporta al mondo delle ballroom posse newyorkesi, come in «Paris is Burning», dove la comunità lgbt nera si esprimeva e si riconosceva. Le Houses diventano famiglie di accoglienza e di salvezza per molti giovani che qui, oltre a esprimersi attraverso la danza, si ricostruiscono una identità sociale e affettiva. Tra i molti film di fiction in Extra, da segnarsi in calendario: «You Are Killing Me» di Jim Hansen, un horror gay con un tocco (anche pesante) di camp, perché l’esagerazione fa parte del nostro dna e qui il regista ne usa a piene mani. E poi un horror gay già è trash per definizione…; «Fourth Man Out» di Andrew Nackman, spassosa commedia americana dove il protagonista, meccanico di provincia, decide, il giorno del suo compleanno, di confessare la propria omosessualità agli amici storici e alla famiglia; «Brother and Sister» di Jan Kruger, dramma tedesco su immigrazione e amore; e infine «7 Kind of Wrath» del greco Christos Voupouras su una controversa relazione fra un archeologo e un giovane immigrato egiziano, girato in una Atene segnata dalla crisi economica e dal disordine delle identità. Infine una chicca in onore del presidente della giuria Wieland Speck, fondatore del Teddy Award al festival di Berlino: «Welcome All Sexes : 30 JahreTeddy Awards», un doc celebrativo dei 30 anni del premio e dell’importanza della sezione lgbt alla Berlinale, diretto da Rosa Von Praunheim.

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LE PRODUZIONI ITALIANE

QUATTORDICI TITOLI A CHILOMETRO ZERO

Uno dei vanti del Torino Gay & Lesbian Film Festival è quello di aver voluto sempre appoggiare le produzioni italiane. Per questo motivo anche in questa edizione riproponiamo la sezione Km 0: gli italiani, che quest’anno comprende 14 titoli. Partiamo dal un gradito ritorno al TGLFF, il cagliaritano Giovanni (Jo) Coda che, nel 2013 aveva presentato in anteprima «Il rosa nudo» (che ha poi ricevuto diversi riconoscimenti in festival internazionali), ci porterà a Torino il suo nuovo lavoro «Bullied to Death». Come nel precedente lavoro Coda affronta temi importanti, storie vere, un’opera che ci racconta la storia del quattordicenne J.R., vittima di bullismo omofobico, che si è tolto la vita nel 2011. Poi, una bella sorpresa, quattro lavori realizzati grazie al Centro Sperimentale di Cinematografia. Due cortometraggi «La tana» di Lorenzo Caproni e «Colla» di Renato Muro, due autori già conosciuti al festival, poi il documentario «Al di là dello specchio» di Cecilia Grasso e il breve animato «Merletti e borotalco» di Riccardo Di Mario, Lilia Miceli, Anna Peronetto e Sara Tarquini, quest’ultimo prodotto dal Dipartimento animazione del CSC Piemonte. Un personaggio particolarmente importante è invece «La Tarantina», nell’opera diretta da Fortunato Calvino. Narra la storia di un femminiello che ha passato parte della sua vita nei vicoli napoletani e ne ripercorre le vicende: dall’arrivo a Napoli nel dopoguerra, ancora minorenne, fino all’avvio alla prostituzione, con la persecuzione della polizia, le violenze subite, lo sfruttamento e la perdita di tante amiche, poi la partenza per Roma, dove ha conosciuto Pasolini, Fellini e Laura Betti. Anche il nuovo lavoro di Giuseppe Bucci, «Misteriosofica fine di una discesa agli inferi», racconta la storia di un femminiello cantastorie napoletano, ed è tratto da un testo di Enzo Moscato. Un bel ritratto è «Lina Mangiacapre. Artista del femminismo»: tributo, doveroso omaggio a una delle figure chiave del movimento femminista in Italia di Nadia Pizzuti. Altri due ritratti: «La donna pipistrello» di Francesco Belais e Matteo Tortora, che fanno raccontare Romina Cecconi; mentre in «Principe Maurice #Tribute» Daniele Sartori racconta una delle più celebri figure della nightlife italiana. Due cortometraggi sono prodotti da Rete Lenford: «The Second Closet» di Sara Luraschi e Stefania Minghini Azzarello racconta la storia di Miky e Anne, che come tante altre coppie hanno un segreto che mina la loro felicità mentre «Tiger Susy» di Riccardo Pittaluga, Tommaso Rossi e Albert Tola, è costruito fra cronaca e finzione che parla di un episodio di violenza contro le prostitute transessuali. Completano la sezione due bei cortometraggi: «Tutta intorno a me (Keep You Around)» di Maria Guidone, sul tema del dolore della separazione e «Umana Voce» di Alessandro Sena, nel quale la drag queen Marlene de Pigalle reinterpreta il noto monologo di Jean Cocteau.
[G. MI.]


6/5/2016

Prosegue sino a lunedì 9 maggio il trentunesimo Torino Gay & Lesbian Film Festival organizzato alla multisala Massimo (via Verdi 18). Titolo di questa edizione: «Infiniti sensi. Precise direzioni». Il ricco cartellone comprende 84 titoli provenienti da 29 nazioni con nove anteprime mondiali, personaggi dello spettacolo quali Paola Turci, Rachele Bastreghi attesa per la serata finale e l’attore rivelazione dell’anno Alessandro Borghi.

I CONCORSI. Sono tre: il Lungometraggi annovera nove film, il Premio Queer vede la partecipazione di sette lavori, fra i Cortometraggi sono in venti a contendersi la vittoria.

ARGOMENTI. Questa trentunesima edizione presenta uno spazio riservato al rapporto tra religioni e discriminazioni, con la sezione chiamata «Liberaci dal male», composta da cinque film e alcuni eventi speciali. Nel percorso delineato dalle opere selezionate per questo approfondimento, lo spettatore si confronterà con alcune realtà, dagli Stati Uniti ai paesi del Medio Oriente. Un altro tema del Festival è il bullismo e i rapporti familiari, al centro del film «Nè Giulietta, nè Romeo» di Veronica Pivetti, presente al Festival e protagonista di un dibattito organizzato con l’Ordine degli psicologi del Piemonte e il Coordinamento Torino Pride sabato 7 maggio con inizio previsto alle 10,30.

BIGLIETTI. I tagliandi per assistere alle proiezioni costano 7 euro, tranne per le serate di apertura e chiusura il cui prezzo ammonta a dieci; alla cassa del locale di via Verdi 18 sono in vendita anche abbonamenti a 80 euro.

LE APP. Sono disponibili le app mobile del Festival per Android (scaricabile da Google Play) e per iPhone (scaricabile da Apple Store), che contengono tutte le informazioni principali a cominciare dal programma e che permettono anche di acquistare i biglietti in prevendita.

UFFICI. Due le sedi del Festival nei giorni della manifestazione: gli Uffici Rai in via Verdi 31 (telefono 366/5795162) e in via Montebello 15 (per informazioni occorre telefonare ai numeri 011/8138813 e 011/8138816).

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Il mio grazie di continuare ad esserci

Veronica Pivetti

Torino è una città d’Italia, credo che su questo non ci siano dubbi. L’Italia è un paese omofobo, e credo che anche su questo, purtroppo, non ci siano dubbi. L’importanza del Torino Gay & Lesbian Film Festival è perciò grande. Grandissima. Riuscire a dare voce all’enorme popolo LGBT con una manifestazione tanto prestigiosa ha del miracoloso. Riuscire a scalare la montagna di pregiudizi che rende sempre più un’impresa affrontare temi cosiddetti difficili (difficili per chi, poi?) fa di questo Festival un gigantesco fatto culturale. Da difendere. Da sostenere. Infatti il pubblico lo premia puntualmente accorrendo numeroso, aperto, libero. Il TGLFF ha spalle larghe, grande cervello e gambe solide che gli hanno permesso di correre veloce in tutti questi anni. È dal lontano 1986 che ci regala bei film, grandi registi, ottimi attori e storie importanti, belle, socialmente utili. E anche in questo 2016 iniziato da poco, eccolo pronto a raccontarci ancora qualcosa di nuovo e, speriamo, di scandaloso. Sì, vogliamo scandalizzarci, vogliamo che il TGLFF ci scuota, ci tenga ben desti. Oscar Wilde ci ha esortato a conservare gli scandali per la vecchiaia. Consiglio saggio e profondo. Ma noi non abbiamo pazienza, scalpitiamo ora, vogliamo scandalizzarci subito, vogliamo essere schiaffeggiati da qualcosa di nuovo immediatamente. Non vogliamo aspettare di essere vecchi. Sarò al Festival con una commedia che parla di adolescenti, cioè di un’età difficile per definizione. Sono felice e orgogliosa di essere uno dei moltissimi tasselli che, anche quest’anno, esporrà il suo punto di vista al TGLFF. Grazie di avermi invitata. Grazie di continuare a esserci.

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Chemsex : la realtà dei D&G, i festini londinesi tra drink e droghe sintetiche

Vladimir Luxuria

Vendiamolo stiloso. D&G, D sta per drink e G per droga sintetica o CK, Cocaine+Ketamina. Il party privato ha un nome allettante che indica non solo la finalità del festino (slam sex, sesso da sbattimento) ma anche le droghe da assumere. Gli inviti si fanno tramite Grindr e si compila una lista di invitati con password da dire al citofono della casa privata, al portone un foglio A4 con il nome del party. Altro che locali: zero controlli, fai e strafai quello che vuoi. A Londra (e pian piano anche altrove) stanno togliendo clientela alla movida gay. Ci si rinchiude in casa dal venerdì pomeriggio alla domenica, tapparelle abbassate, non si saprà se fuori c’è sole o pioggia l’importante è che dentro ci sia tanto alcol e droga e poco cibo.
Quello che ho visto io in uno di questi party è niente rispetto a quello che ho visto nel docu-film «Chemsex» di Fairman e Gogarty. Si trovano nomi fashion alle droghe, sempre chimiche, sempre in nuovi composti, e quando ne esce una nuova è da provare come un pantalone. Dietro c’è lo squallore di magazzini zozzi dove si preparano, i danni fisici di una dipendenza immediata e la puzza di ambienti chiusi con chi si è addormentato sul corpo nudo di un altro con la schiuma alla bocca e la mano sul telefonino alla ricerca di altri. Freni inibitori addio. È ritornata la siringa anni ’70, farsi ficcare l’ago in vena per assumere GHB è come farsi penetrare sessualmente, la si scambia e contrarre l’Aids può essere addirittura eccitante. Quando l’effetto cala sale l’aggressività e poi la consapevolezza, ma poi ci si ricasca.
Proiettare questo film è un gesto politico coraggioso da parte del Torino Gay & Lesbian Film Festival, l’indifferenza uccide, silence=death. Spetta alla nostra comunità lavorare sulla prevenzione e informazione anche se da noi i vari Adinolfi ne approfittano per equipararci tutti a drogati e magari anche assassini. Non esistono droghe gay e droghe etero, ci sono solo drogati: il Cristal Meth lo prende un gay a Londra come una donna incinta in California. I diritti civili sono altra cosa rispetto al diritto all’autodistruzione, spesso frutto di una persistente omofobia interiorizzata.

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CONCORSO PREMIO QUEER

QUELLE OPERE PRIME “LAB” DI TALENTI

Fabio Bo e Salvo Cutaia

Quattro opere prime, il regista più giovane di questa edizione del TGLFF (Stephen Dunn, ventisei anni), famiglie assenti o problematiche, i ragazzi protagonisti dei sette film che gareggiano nella seconda edizione del «Premio Queer», laboratorio di nuovi talenti, vivono un universo tutto loro, autonomo, stravagante, a volte anche violento, spesso omofobo, alla ricerca di un’identità perduta o tutta da inventare. Nella creatività si rifugia Oscar, creando maschere mostruose e conversando con un criceto parlante (che ha la voce di Isabella Rossellini) scritto e diretto proprio dalla «mascotte» della sezione, il canadese Stephen Dunn di «Closet Monster», un coming of age a tinte horror. Come fosse una favola sull’identità di genere, le tre giovani amiche bullizzate a scuola si trasformano, grazie a una pozione, in maschietti nel film molto camp e immerso in un mondo di fantasia della svedese Alexandra Therese Keining «Girl Lost». Per contro i tre adolescenti del rabbioso «Los heroes dos mal» (prodotto da Alex de la Iglesia) dello spagnolo Zoe Berriatua, si avventurano invece tra i meandri di una violenza gratuita, devastante, autoproclamandosi eroi del male. Alla ricerca del fratello perduto, il soldato Bruno si perde (ma ritrova se stesso) a Porto Alegre, in Brasile, durante una licenza che diventa anche gaiamente licenziosa nell’evocativo «O Ninho» (mini serie in quattro episodi) diretta dalla talentuosa coppia di registi Filipe Matzembacher e Marcio Reolon. Piccole donne crescono (e maturano) nelle due pellicole al femminile: la diciassettenne Naama s’innamora di una sua coetanea estraniandosi da una famiglia autoritaria in «Barash» della israeliana Michal Vinik; la sua collega brasiliana, Marina Person ritorna al passato nell’autobiografico «California» evocando i suoi anni Ottanta pieni di musica da Bowie alla New Wave e grandi dolori. Da tutta parte del mondo, in Vietnam, il percorso queer dello studente di fotografia Vu, protagonista di «Big father, small, father and other stories» è accompagnato dal regista Phan Dang Ti con toni visionari, tra le rive del Mekong dove il fluire delle acque del fiume diventano metafora della vita che fluisce, compresa la sua.

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CONCORSO CORTOMETRAGGI

LA CAPACITA’ DI USCIRE DAGLI SCHEMI

Giovani e giovanissimi, pur con qualche ingenuità, padroneggiano il linguaggio delle immagini con ben maggiore dimestichezza che le precedenti generazioni, abituate come sono alle riprese coi cellulari. Le tecnologie digitali, sempre più sofisticate, al punto da aver ormai quasi superato in qualità la celluloide, consentendo di esprimersi a costi in pratica azzerati, favoriscono una notevole produzione di cortometraggi. Il TGLFF ne propone una selezione che, tra concorso e non, tocca i cinque continenti e nella quale sono state premiate le produzioni con l’aspirazione di essere Cinema, di ricreare la poesia del grande schermo: con il ritmo, la ricercatezza formale e soprattutto la capacità di uscire dagli schemi nell’affrontare le tematiche LGBTI. Film che mostrano un cambiamento nel punto di vista, come «Double Negative», dove una relazione gay clandestina tra due uomini sposati è raccontata con gli occhi del figlio di uno e della moglie dell’altro, «Mr. Sugar Daddy», dove l’illusione che il tempo non sia passato si infrange con la realtà; o «Wayne», dove invece presente, passato e illusione e realtà si confondono per colpa dell’Alzheimer. O nei quali si è arrivati fino a ribaltare gli stereotipi. Innanzitutto che la persona LGBTI sia sempre il soggetto debole: in «En la Azotea» infatti una sfida tra ragazzini sul tetto rivela chi ha veramente del fegato, e in «Victor XXX» una ragazza osa sfidare con determinazione il mondo etero, lesbico e ogni convenzione pur di affermare se stessa. E anche il cliché del padre padrone: in «Lost and Found», un figlio trova nel genitore l’alleato più inaspettato, o in «Crossroads», anche il più rozzo dei padri finisce per comprendere, o nel poetico «Xavier» su un padre che non si tira indietro di fronte alla palese omosessualità del figlio ancora bambino. I giovani autori non hanno avuto remore a sfidare neppure i luoghi comuni razziali, come in «Nasser», dove ancora un padre, musulmano di origine marocchina, accetta che la figlia si vesta da maschio al contrario della madre, o in «The Balcony» dove invece se è il padre a minacciare e vessare una ragazza pakistana per le sue amicizie femminili, non saranno le sue pressioni a determinare la tragedia, bensì quelle occidentali. O ancora, in «Coming Home», dove un giovane americano bianco è costretto a sentirsi straniero dalle circostanze. I registi della nuova generazione, poi, hanno osato strade impegnative anche dal punto di vista del budget, come per l’italiano «SK-Sonderkommando», che ricostruisce con realismo e profondità un incontro tra un uomo e un ragazzo avviati verso un lager nazista. O come per l’americano «The Future Perfect» ambientato in un’astronave che viaggia nel tempo, o per «Lost Years» dove si ritorna indietro agli anni dei bulli del collegio.
[A. GO.]

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LE GIURIE

I film da premiare sono valutati da personaggi e studenti Dams

Il miglior lungometraggio della trentunesima edizione del Torino Gay & Lesbian Film Festival viene scelto da una giuria formata da Wieland Speck, ormai da anni a capo della sezione Panorama del Festival di Berlino, dalla cantante nonchè scrittrice Paola Turci e da Alessandro Borghi, uno dei rari attori di talento del cinema italiano apprezzato di recente nel film candidato al premio Oscar per il nostro Paese «Non essere cattivo» e in «Suburra» di Stefano Sollima.
La giuria del Premio Queer sarà composta da studenti del Dams di Torino e sarà guidata da Gianluca e Massimiliano De Serio.
La giuria del Concorso cortometraggi, invece, sarà formata da studenti dell’Agenzia Formativa TuttoEuropa e sarà guidata da Alessio Vassallo.

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LA PREMIAZIONE

UN PO’ DI MUSICA NELLA SERATA FINALE

Gran finale del trentunesimo Torino Gay & Lesbian Film Festival la sera di lunedì 9 maggio alla multisala Massimo. Appuntamento alle 20,30 nella sala Uno del locale di via Verdi 18.
I biglietti d’ingresso per assistere alla serata costano dieci euro e sono in prevendita on line sul sito del Festival all’indirizzo on line www.tglff.it (da aggiungere i cinquanta centesimi per i diritti).

Ospite musicale della serata sarà Rachele Bastreghi, cantautrice e musicista toscana, voce femminile del gruppo italiano Baustelle. La cantante alternative/indie-rock ha collaborato inoltre con diversi gruppi musicali, fra cui I Perturbazione, Le luci della centrale elettrica e gli Afterhours, e ha firmato quest’anno il testo del brano «Ci rivedremo poi» per la cantante Patty Pravo.
La lunga serata di spettacolo prevede inoltre le premiazioni dei vari concorsi del festival e la proiezione del film di chiusura «Baby Steps», commedia del regista taiwanese Barney Cheng.
Il film parla di Danny e Tate, coppia omosessuale che decide di avere un bambino, e del rapporto conflittuale con la madre di Danny, la quale irromperà nella vita dei due uomini interferendo in ogni modo nei loro progetti.

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IL RICORDO

“CHANT D’AMOUR” PER L’AMICO GIANNI

GIOVANNI MINERBA

Cosa unisce Gianni Rondolino-Jean Genet? Gianni seguiva molto e con convinzione il nostro festival, andando alla scoperta di autori e/o rivedendo vecchi film, come fece in occasione della retrospettiva Genet.
Era il 1992, la settima edizione del festival, l’ultimo di Ottavio, era un’edizione importante con un programma che ci diede tante soddisfazioni. Punta di diamante del programma era appunto un omaggio a Jean Genet con tutti i film tratti o ispirati alle sue opere, ovviamente a partire dal suo capolavoro «Un chant d’amour», per finire con il primo film di Todd Haynes «Poison». Poi un convegno, e per l’occasione il Teatro Stabile, con la regia di Luca Ronconi, organizzò una mise-en-scène di un testo inedito di Genet, Fragments, tradotto dall’amico Piero Ferrero che segretamente deteneva i diritti; attori Massimo Popolizio, Valter Malosti, Riccardo Bini, Mauro Avogadro e Almerica Schiavo.
In conferenza stampa Gianni ci confessò che non aveva mai visto «Un chant d’amour» ed era curioso di vederlo. Puntualmente arrivò in sala per la proiezione nella serata di inaugurazione, ne rimase affascinato, alla fine della proiezione venne a cercarci, ci «scrisse» la sua recensione in diretta, alla fine ci convinse ad esaudire una sua richiesta: proiettare tutte le sere «Un chant d’amour».
Per questa edizione avevo già deciso di riproporre il film (sabato 7 alle 16,30) come omaggio in occasione del trentennale della scomparsa di Genet. Avevo anche in mente di invitare Gianni a scriverne qualcosa, invece è toccato a me farlo.
E con tristezza si è deciso di dedicare il festival a un «padre», un amico, un Maestro: a Gianni Rondolino.

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L’OMAGGIO

ETTORE SCOLA, L’ANTESIGNANO

FEDERICO BONI

Un incontro casuale all’interno di un palazzo deserto, una Roma eccitata per l’arrivo di Hitler in Italia, un pappagallino in fuga, un appartamento vuoto, una terrazza, una portinaia invadente, una struggente telefonata d’addio, un caffè da macinare, una radio che ossessivamente documenta quanto sta avvenendo in strada, e due figure apparentemente distanti. Da una parte una casalinga succube del marito fascista, tutta casa e figli, dall’altra un ex radiocronista in attesa di un forzato esilio in Sardegna perché omosessuale. Loro sono Antonietta e Gabriele. Non conosciamo i cognomi di queste due apparentemente sconfitte figure, che in una particolare giornata del 1938 Ettore Scola fece incrociare, segnando la storia del cinema. Quasi 40 anni son passati dall’uscita del film eppure quella coppia, magistralmente interpretata da una straordinaria Sophia Loren e da un mastodontico Marcello Mastroianni, ha marchiato la cinematografia lgbtq internazionale. Scippato di un doveroso premio Oscar come miglior film straniero, «Una giornata Particolare» ha raccontato con struggente eleganza e invidiabile coraggio l’incubo del regime fascista, autoritario tanto nei confronti delle donne, considerate puro e semplice strumento riproduttivo, quanto per i dissidenti e i «diversi», spediti senza troppi complimenti in esilio. In questo rapido incontro, che nasce e muore nel giro di poche ore, Scola tratteggia i lineamenti dell’accettazione, della paura e della speranza, della rassegnazione e dell’oppressione, della disperazione e della propaganda, dando ancora una volta voce a chi non ne aveva, nel cinema italiano di quegli anni. Sei anni prima con «Permette? Rocco Papaleo» e sei anni dopo con «Ballando Ballando», infatti, il cinema di Scola ritrova i tratti lgbtq, confermando l’interesse da parte del regista nei confronti di quelle minoranze che nel 1977, proprio con Antonietta e Gabriele, trovarono la forza per guardare a un futuro migliore. «Perchè la vita è fatta di tanti momenti diversi, e ogni tanto arriva anche il momento di ridere, così all’improvviso, come uno starnuto… a lei non capita mai?».

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QUANDO LA QUESTIONE OMOSESSUALE È UN TABù

Alessandro Golinelli

La questione omosessuale è sempre stata un tabù per le tre grandi religioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Su tutte pesa l’episodio biblico di Sodoma e Gomorra, raccontato anche nel Corano, dove i rapporti tra uomini sembrano venir appunto condannati. Sebbene ci siano negli ambienti teologici sempre più voci che contestano questa interpretazione, il clero delle suddette religioni ha sempre disapprovato le relazioni omosessuali, e continua a farlo in modo più o meno violento.
Gli attacchi ai diritti delle persone LGBTI, compreso quello di esistere, infatti vengono per lo più da ambienti religiosi integralisti, come in Arabia Saudita, dove recentemente, è stato stabilito che il coming out merita la decapitazione.
E in Iran, dove c’è da tempo la pena di morte come ricorda l’intenso «The Culprit». O in Iraq, dove i gay possono solo urlare la loro diversità dai tetti come mostra un cortometraggio in concorso, «The Society». O in Palestina, dove le persone LGBTI sono costrette a emigrare in Israele per sopravvivere: lo racconta il commovente «Oriented». Ma anche nella società occidentale, non solo in Italia, l’integralismo religioso continua la battaglia discriminatoria. Talvolta col sostegno di pseudo scienziati che pretendono di poter «curare» l’omosessualità, come avviene nella campagna americana: lo racconta «Fair Haven», che mostra il reinserimento di un ragazzo reduce da una clinica per gay. Ma succede anche nella middle class di fede Battista, come ci spiega «Henry Gamble’s Birthday Party» dove la repressione sessuale e l’ipocrisia scatenano rancori verso un diciassettenne gay.
È infatti l’ipocrisia la caratteristica principale del bigotto, rafforzata da una repressione, e da un silenzio che nega l’evidenza. E che rende possibile, se non addirittura probabile, gli abusi sessuali sui minori da parte dello stesso clero.
Così «The Culpable» ci rivela l’impossibilità di far luce su una morbosa storia che coinvolge un diacono. Ma l’ipocrisia non è di certo esclusiva della Chiesa cattolica. In moti paesi islamici, dove pur è pesantemente condannata, l’omosessualità è invece largamente praticata. Però anche nel mondo musulmano le cose stanno cambiando: in Tunisia recentemente, otto ragazzi, alcuni dichiaratamente gay, sono stati prosciolti per la prima volta dall’accusa di omosessualità.
Anche in virtù di questo, il TGLFF ha voluto riservare un evento al paese che ha iniziato le primavere arabe. Con un dibattito e due cortometraggi: «Face à la mer», un coming out, e «Boulutik» dove si raccontano tre modi di vivere l’omosessualità, tutti e tre ipocriti.


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